Mercoledì 18 Ottobre 2017
Turchia. La “doppiezza” di Erdogan, e non solo PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Sabato 11 Ottobre 2014 18:06

L’orda dilagante degli eserciti del nuovo califfato guidato dal misterioso Abu Bakr al-Baghdadi ha richiamato tanti e antichi giocatori al tavolo di un riedito “grande gioco” che riporta alla memoria i traffici sotterranei e gli intrighi di grandi potenze impegnate a sistemare a proprio uso e consumo le tante pedine smosse dall’ultimo conflitto mondiale sull’intricato scacchiere orientale.

Le armi che si usarono in altri tempi furono ipocrisia, menzogna e tradimento. Oggi lo stesso scacchiere è occupato dai soldati dell’ISIS che ne hanno occupato tante caselle che neanche all’esordio impetuoso di Maometto. Tutto il mondo allora è contro quel Baghdadi nemico dell’Iran, che gli USA considerano uno “stato canaglia” ma con il quale sarebbero disposti ad allearsi contro la minaccia di una incontrollata espansione islamica. Anche l’Arabia Saudita punta contro l’ISIS, amico di Al Qaeda, che in Arabia Saudita conta tanti amici e tanti finanziamenti, e quanto sia sincera non si sa, d’altronde è difficile capire il vero dove in molti sparano dalle file del califfato con armi provenienti dall’Occidente come è il caso di tanti ribelli contro Assad, fino all’altro ieri appoggiati e oggi duramente combattuti . Non dovrebbe sorprendere allora che il turco Erdogan parli con lingua biforcuta. Alla frontiera, davanti a Kobane, l’esercito del califfo sta a poche decine di metri da quello di Erdogan, i soldati degli opposti schieramenti arrivano a guardarsi negli occhi su una linea di confine che non ha montagne o mari e nemmeno un muro, solo uomini con diverse divise, i carri armati stanno dietro, c’è un’atmosfera tranquilla ed un soldato turco sorridente s’intrattiene amichevolmente con due soldati del califfo, immortalati da uno scatto apparso sui media. La dice lunga l’immagine…. Erdogan oltre quel confine ha due nemici da lui più odiati dell’ISIS, il regime di Bashar al-Assad ed i curdi che a Kobane hanno ingrossato le file del YPG (l’Unità di difesa del Popolo) partito, in terra siriana, gemello del PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan il cui leader, Ocalan, è stato condannato all’ergastolo dal regime turco. D’altra parte Erdogan ha sempre sostenuto che dei curdi non ci si può fidare e non ci si può ragionare, evidentemente è stato più facile ragionare con al-Baghdadi se la Turchia è riuscita ad ottenere in tempi rapidi la restituzione di 46 ostaggi catturati dagli islamisti il 22 settembre senza che sia dato di sapere le condizioni poste dal califfo per il rilascio. Ancora le vittime sono i curdi, ammazzati dalle milizie fondamentaliste a Kobane e dalla polizia di Erdogan sulle piazze di Turchia, che in questi giorni sono state macchiate dal sangue di ventuno (finora) curdi che manifestavano chiedendo aiuto per i propri fratelli. È chiaro quindi che Erdogan, amico dell’Europa, sta giocando due partite sullo stesso tavolo, o meglio, emula quelli delle “tre carte”, lancia la carta di una possibile liberazione di Ocalan per mostrare all’Occidente una volontà di pacificazione, poi ne butta fuori un’altra dalla bocca del vicepresidente del suo partito Yasin Aktay sostenitore della tesi che “a Kobane si fronteggiano due terrorismi: quello dell’IS e quello dell’YPG” e quindi è ancora guerra e ancora i Curdi devono esserne le vittime. Ne è convinto Aki Orkan Yilmaz, rappresentante in Italia del Congresso Nazionale Curdo che in una nota di AdnKronos afferma: “a Kobane non è l’ISIS ma la Turchia a colpire i Curdi. C’è un evidente accordo tra Ankara e IS che prevede appoggio logistico ai jihadisti in cambio degli attacchi ai curdi”. È un’opinione di Yilmaz, non è un’opinione invece che il Pkk si trovi nella blak list non solo di Turchia, ma anche di UE e USA che se non sbloccano questa lista lasceranno Erdogan giocare al tavolo con quella carta falsa che può determinare il destino dei curdi di Siria. Allora Kobane sarebbe veramente persa.

 

C. V.

 

11-10-14