Mercoledì 15 Agosto 2018
USA. L’anti-islamismo selettivo di Trump e le prime “epurazioni” PDF Stampa E-mail
Scritto da Valentina Valentini   
Martedì 31 Gennaio 2017 10:50

A 10 giorni dal suo insediamento Trump applica il suo programma, che in molti avevano pensato fosse soltanto una provocazione elettorale, e si impone come uomo solo al comando. Mentre si susseguono manifestazioni e dichiarazioni di comuni cittadini, intellettuali, celebrity, grandi aziende e brand, politici e capi di Stato sul decreto anti-islamici, il neo presidente non si ferma, anzi, procede con il pugno di ferro.

 

E così Sally Yates, ex-ministro della Giustizia reggente (che sarebbe dovuta restare in carica fino alla conferma in Senato di Jeff Sessions, designato da Trump alla carica) viene “licenziata” con decorrenza immediata per aver affermato che i legali del Dipartimento di Giustizia non avrebbero difeso nei tribunali americani il decreto anti-immigrazione. Sorte simile è toccata Daniel Ragsdale, rimosso dall’incarico di direttore ad interim dell’ufficio Immigrazione e Frontiere e sostituito da Thomas Homan.

 

Intanto aumenta la confusione sul “Muslim Ban”, come è stato ribattezzato il decreto firmato dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che impedisce l’ingresso negli Stati Uniti ai profughi e a tutti i cittadini provenienti da Somalia, Sudan, Iran, Iraq, Siria, Yemen e Libia . “Così proteggeremo l'America da un nuovo 11 settembre […] da terroristi islamici radicali” , aveva dichiarato il Tycoon, per poi dire però che non si tratta di un provvedimento contro i musulmani. E questo era chiaro, visto che il divieto di ingresso riguarda “solo” 7 Paesi, rispetto ai circa 40 nel mondo a maggioranza musulmana.

 

Una questione di sicurezza? Eppure gli attentatori dell’11 settembre erano per lo più sauditi, gli autori degli attacchi a San Bernardino erano di origine pakistana e saudita, l’attentatore di Orlando era un afghano di seconda generazione; l’Afghanistan che è stato teatro di guerra è ancora in uno stato di tensione , la Tunisia è meta riconosciuta dei foreign fighters, l’Arabia Saudita è stata da più parti accusata di finanziare lo Stato Islamico …

Un rischio di conflitto di interessi? Media e social in queste ore rilanciano i dubbi sul fatto che dalla black list di Trump manchino Paesi che sono partner economici importanti per molti gruppi statunitensi, compreso quello che fa capo alla famiglia Trump e possiede diversi Golf club negli Emirati Arabi Uniti, due aziende in Egitto, ben otto compagnie alberghiere in Arabia Saudita, complessi residenziali di lusso in Turchia, interessi commerciali in Indonesia.

 

Di sicuro Trump vuole usare la logica della paura e dell’odio per avvalorare i suoi interventi, ma potrebbe rischiare un autogoal, rivelandosi il peggior nemico di se stesso. In una logica di giochi di specchi e chiaro-scuri il Presidente dal pugno di ferro stimola la rivendicazione di un Paese migliore, fa sì che dalle piazze, dagli aeroporti, dal web cresca sempre di più la protesta ed il sentimento, finora un po’ sopito, di libertà, accoglienza, democrazia, partecipazione, senso sociale, giustizia, pace si risvegli in America e nel mondo.

 

Valentina Valentini

 

31-01-2017