Mercoledì 13 Dicembre 2017
Usa. Contro Trump i “giocatori ribelli” si inginocchiano, ma per protesta PDF Stampa E-mail
Scritto da Valentina Valentini   
Lunedì 25 Settembre 2017 10:56

Sono sempre di più le star dello sport Usa a schierarsi contro il Presidente Trump ed a protestare apertamente contro il razzismo dopo gli episodi di Charlottesville.

Era un anno fa quando Colin Kaepernick, quarterback della squadra di football dei San Francisco 49ers, si inginocchiò durante l'esecuzione dell'inno americano a inizio partita, una protesta silenziosa quanto significativa in solidarietà con la comunità afroamericana troppo spesso vittima della violenza della polizia. La presa di posizione del giocatore gli costò il licenziamento e tutt’ora è senza squadra, ma la solidarietà dei colleghi e di altri sportivi non è mancata.

 

Pochi giorni fa Stephen Curry, LeBron James, Kobe Bryan, veri e propri miti del basket, si sono scontrati con Trump. A dar fuoco alle polveri era stata una dichiarazione di Curry che aveva annunciato di non voler partecipare alla prevista visita della sua squadra alla Casa Bianca. Trump di rimando aveva ritirato l’invito, con il suo tipico modo “informale” di mandare avanti la presidenza. "Venire alla Casa Bianca è sempre stato un onore, almeno fino a quando sei arrivato tu" aveva commentato James, mentre Bryant citando lo slogan elettorale di Trump aveva detto "Un presidente il cui nome evoca rabbia e divisione, le cui parole ispirano dissenso e odio, non renderà l'America Great Again". Curry ha definito addirittura surreale lo scambio di battute via Twitter del Presidente: “Non so perché sente la necessità di prendere di mira certe persone piuttosto che altre. Io un'idea ce l'ho, ma questo non è quello che fa un leader"

 

E da vero leader Trump minaccia di far licenziare tutti dopo che sabato sera anche Bruce Maxwell, giocatore afroamericano di baseball non aveva cantato l’inno, inginocchiandosi e ricevendo l’appoggio della stessa la lega professionistica del baseball americano che ha rilasciato una dichiarazione dicendo di “rispettare e sostenere i diritti costituzionali e la libertà di espressione di tutti i suoi giocatori".

"Se i tifosi rifiuteranno di andare alle partite fino a quando i giocatori non smetteranno di non rispettare la nostra bandiera e il nostro Paese, si vedranno presto i cambiamenti. Licenziamento o sospensione!" Così da Twitter il tycoon lancia la sua crociata contro i giocatori ribelli (a dire il vero Trump, con eleganza, li chiama pubblicamente “sons of bitches) e a rispondergli è un’immagine che diventerà un simbolo: ieri a Wembley, dove si giocava una partita del campionato USA di football, tutti i giocatori dei Jacksonville Jaguars e dei Baltimore Ravens si sono inginocchiati in segno di protesta, dietro di loro gli allenatori e i proprietari dei due team, in piedi ma con le mani sulle spalle dei loro giocatori in segno di solidarietà.

Come se non bastasse la ribellione si espande dallo sport alla musica ed anche Stevie Wonder, nei giorni scorsi, si è inginocchiato durante il Global citizen festival a Central Park di New York in concomitanza con l’Assemblea generale dell’Onu (dove il Presidente Usa ha dato il meglio di sé): “Stasera m’inginocchio per l’America”.

 

Sembra quasi che, più del pericolo nord-coreano o della voglia di trincerare la “sua” America dentro muri, ad infastidire tanto Trump sia proprio la ribellione delle star dello sport, simbolo proprio di quell’America di cui vuole essere condottiero ma che lo vede calare a picco nel consenso, mai così basso per un presidente Usa negli ultimi 70 anni.

 

25-09-2017

 

Valentina Valentini