Sabato 21 Ottobre 2017
Sorprese in Finanziaria: depotenziati diritti dei lavoratori PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Lunedì 22 Febbraio 2010 19:53

Di Stefano Giusti* - Nel Collegato lavoro della Finanziaria 2010 approvata a Dicembre al Senato, ci sono alcune norme passate sotto silenzio che meritano di essere approfondite, in quanto seppur all’apparenza poco invasive, tendono nella realtà ad assestare gli ennesimi colpi di piccone a un sistema di diritto che, per quanto riguarda i lavoratori, è stato già abbondantemente manomesso in maniera peggiorativa...

  Le principali novità che riguardano il campo del lavoro sono tutte sottilmente unite tra loro da un filo conduttore che tende ancora una volta a riaffermare il primato dell’interesse di impresa su quello del lavoro.
Innanzitutto è stata introdotta la possibilità in sede di stesura dei contratti di derogare dai CCNL, certificando tramite commissioni (un sindacato o un Ente bilaterale) dei contratti individuali, i quali possono contenere anche clausole peggiorative rispetto a quanto stabilito dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. Nello specifico poi, l’art 33 del disegno di legge della finanziaria 2010, introduce ed amplia la possibilità di ricorrere nelle cause di lavoro all’arbitrato, dando la possibilità di inserire nei contratti una clausola compromissoria secondo cui le controversie tra le parti possono essere sottratte al giudice del lavoro e risolte appunto con un arbitrato.
In pratica c’è  la possibilità  di assumere facendo sottoscrivere un contratto individuale,  dove si certifica la “volontà”  del lavoratore di  accettare deroghe peggiorative previste dai contratti collettivi e dove il lavoratore rinuncia  a priori in caso di controversia o licenziamento ad  andare davanti al magistrato per affidarsi ad un collegio arbitrale. Se valutiamo  le difficoltà che ci sono oggi per trovare un posto di lavoro e le condizioni che alcuni lavoratori si trovano costretti ad accettare (anche in termini di sicurezza) pur di portare a casa uno stipendio, appare piuttosto chiara la portata destabilizzatrice di questa norma.
La sua introduzione è stata ovviamente motivata col solito grimaldello giustificativo di voler sollevare i tribunali del lavoro dall’ingolfamento di pratiche e sveltire gli iter giudiziari (una priorità nobile e disinteressata per l’attuale governo…). Non ci vuole molto però a capire quanto questa norma sia pericolosa e squilibrata. Arbitrato e conciliazione infatti  presuppongono che le due parti siano su un piano di sostanziale parità sia economica che di potere, mentre è facile capire quanto sia dispari su tutti i piani la posizione tra un azienda e un singolo lavoratore. Questa disparità non è oltretutto ideologica o campata in aria, ma è stata più volte ribadita da sentenze della Cassazione in merito alle cause di lavoro.
Il tentativo di depotenziare i diritti dei lavoratori e in toto il processo del lavoro va avanti con altri due articoli, il 32 e il 34, che inseriscono altre norme limitative. Anche nel caso in cui un lavoratore voglia e possa (anche in termini economici) intraprendere le vie giudiziarie, nel caso del Processo del lavoro, il giudice non potrà più entrare nel merito delle decisioni aziendali: in parole povere non sarà più  possibile contestare le scelte dell’impresa ma il giudice dovrà limitarsi alla verifica dei requisiti. Questo limite si rafforza soprattutto nei casi di  contratti di lavoro autocertificati  dove non sarà possibile contestare le deroghe peggiorative contenute negli  accordi individuali, ma il tribunale  potrà solo prendere atto e rendere legali motivi aggiuntivi.
Ancora altre piccole chicche, modifiche apparentemente insignificanti ma che come gocce scavano lentamente la pietra del diritto. Una è quella relativa all’impugnazione dei licenziamenti: è stata introdotta infatti una norma che riduce  tempi di impugnazione del licenziamento. Con le nuove disposizioni il termine passa a 60 giorni e una volta decorso questo periodo, non sarà più possibile rivolgersi ad un giudice per far invalidare la risoluzione di un rapporto di lavoro dipendente. Se non bastasse è stato esteso anche ai processi del lavoro l’introduzione del Contributo sulle spese processuali. Esso viene stabilito in una cifra che va dai 30 Euro per i processi di valore fino a 1.100 Euro e arriva  fino ai 1.100 Euro per i processi di valore superiore ai 520 mila Euro. L’applicazione di questa modifica fa sì che un lavoratore che apre una controversia con il proprio datore di lavoro, prima della Finanziaria non pagava nulla,  mentre ora dovrà pagare una somma in denaro che può anche essere consistente. È facile immaginarne l’effetto su un lavoratore che ha perso il posto, quindi è senza stipendio, e deve decidere se aprire o no una vertenza con il proprio ex datore di lavoro.
Ci si può fermare qui, anche se, nella stesso Collegato lavoro ci sarebbero altri interventi degni di commento come la reintroduzione dello Staff leasing tra le tipologie contrattuali applicabili o la norma che riguarda l’obbligo scolastico che potrà essere assolto già a 15 anni lavorando con un Contratto di apprendistato.
Per commentare questa che personalmente considero una sorta di “macelleria sociale” non servono approfondite analisi sociologiche o giuridiche, basterebbe citare l’Articolo 35 della costituzione che in apertura recita “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”. Se qualcuno intravede in queste norme una pur lontana tutela di qualcosa, che per favore lo spieghi a tutti noi e specialmente a coloro che, quotidianamente, manifestano nelle piazze e si battono per impedire la chiusura di fabbriche e per difendere la loro dignità di lavoratori e persone. 

22-2-10
 
*Sociologo, Consigliere Nazionale dell’ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura. Autore del saggio “Non ho l’età” una ricerca sul fenomeno stesso.