Giovedì 25 Maggio 2017
Suicidi e disoccupazione: tabù e difficili verità PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Martedì 09 Marzo 2010 15:48

Di Stefano Giusti* - Il 12 febbraio scorso a Vinovo, in provincia di Torino, un giovane di 28 anni si è tolto la vita impiccandosi negli stabilimenti dell’azienda in cui lavorava, azienda che proprio in quei giorni aveva perso un’importante commessa di lavoro e che era sull’orlo della chiusura...

A fine gennaio un operaio bergamasco di Brembate si è tolto la vita cospargendosi di benzina e dandosi fuoco: l’uomo era disoccupato da due mesi, da quando la sua ditta era fallita. Pochi giorni prima a Macerata un operaio disoccupato di 55 anni si era ucciso perché non avendo un lavoro, non ce la faceva più a pagare l’affitto di casa. Il tragico elenco potrebbe continuare ma a chi volesse farsi un’idea quantitativa del livello di questa silenziosa ecatombe, basterebbe digitare su un motore di ricerca Internet le parole “suicidio + disoccupazione”: ne uscirebbero molte pagine tristi, troppe, in cui si narrano i casi di suicidio attuato o solo tentato per situazioni collegate alla perdita del lavoro e alla disoccupazione. Qualcuno di questi gesti ha addirittura portato a una strage familiare, come a Reggio Emilia, dove a fine agosto un disoccupato ha sterminato la famiglia e poi tentato il suicidio.
In Italia non si è ancora agli agghiaccianti numeri di Telecom France, dove dal 2008, in un anno e mezzo 25 persone si sono tolte la vita in una situazione di terrore aziendale sviluppatasi in seguito a una ristrutturazione gestita in maniera selvaggia, ma anche da noi il fenomeno della disperazione a fronte delle difficoltà lavorative esiste, anche se colpevolmente sottovalutato.
L’argomento suicidio-disoccupazione è un tabù ancora difficile da infrangere: si preferisce non approfondire l’argomento come fosse inesplicabile e remoto. A differenza di altri campi, dove abbondano ricerche, numeri e interpretazioni, su questo fenomeno non esistono specifiche indagini e anche nei resoconti di cronaca, il fattore mancanza di lavoro viene spesso liquidato come una nota a margine, citato come un epitaffio e sempre sottodimensionato rispetto a vaghi “disagi personali”.
Eppure che il fenomeno sia allarmante lo si deduce dalla frequenza con cui questi due elementi si legano in una sorta di terribile causa-effetto. Durante il 45° congresso della Società Italiana di Psichiatria che si è tenuto a Roma a ottobre 2009, è stato affrontato il problema presentando per la prima volta alcuni numeri. La crescente disoccupazione rilevano gli specialisti, può essere strettamente collegata all'aumento del tasso dei suicidi: in Europa per ogni incremento del 3% della disoccupazione, aumenta di quasi il 5% il tasso dei suicidi. La crisi economica ha portato cioè, in poco più di un anno, ad oltre 1.700 suicidi in più.
È chiaro che non è mai possibile stabilire una connessione diretta tra un gesto estremo e disperato come il suicidio e la perdita del lavoro, in quanto a questa si sommano sempre specifici vissuti personali che aggravano la disperazione. Ma è altrettanto innegabile che questi suicidi sono lo spaccato di una situazione di disgregazione sociale dove la perdita del lavoro viene vissuta come un dramma della solitudine irrisolvibile e senza via d’uscita.
Chiunque in Italia abbia avuto a che fare con periodi più o meno lunghi di non lavoro, nella maggioranza dei casi si è dovuto confrontare oltre che col problema psicologico della perdita d’identità, con due oggettive difficoltà: l’assenza di una forma di sostegno al reddito e la enorme difficoltà, a prescindere dalle professionalità acquisite, di rientrare nel circuito lavorativo. La condizione di disoccupazione nel nostro paese esiste per tante persone ed è più forte e più lacerante di quanto si possa credere. Proprio i dati Istat di alcuni giorni fa dicono che il tasso di disoccupazione continua a salire e a gennaio 2010 è arrivato all'8,6 %, il dato peggiore dal 2004. Il numero delle persone in cerca di lavoro risulta pari a 2.144.000 e di questi secondo i dati del Ministero del Lavoro, solo il 30% ha accesso a forme di sostegno al reddito (dagli ammortizzatori sociali all’indennità di disoccupazione) mentre gli altri si devono arrangiare. Arrangiarsi in questo strano paese significa mettersi da soli alla ricerca di un nuovo lavoro, ma anche qui troviamo dei dati sconfortanti che possono aiutarci a capire il senso di smarrimento che ci si trova a vivere in questi casi. Una rilevazione presentata a Luglio 2009 da Unioncamere mostra come in Italia il 53% delle aziende assuma solo tramite conoscenza o segnalazione, senza passare per quelli che dovrebbero essere i canali usuali di ricollocazione: Centri per l’Impiego, inserzioni su quotidiani o periodici specializzati, Agenzie per il lavoro. Insomma, se hai una rete di contatti hai qualche possibilità di ricollocarti, altrimenti si fa oggettivamente dura. Il dato sconfortante e schizofrenico, viene poi confermato anche da una ricerca fatta dalla GIDP, un’associazione dei direttori di Risorse umane che a inizio anno ha presentato i risultati di una sua indagine sui trend occupazionali futuri. Secondo questi dati le imprese che assumeranno nel 2010 apriranno le loro porte soprattutto a figure professionali con un'età compresa tra 25 e 34 anni. Un po’di spazio la troverà anche la generazione di mezzo (i 35-40enni) mentre quasi nulle sono invece le opportunità per chi ha superato i 40 anni.
Questa fascia di “emarginati dal lavoro” è quasi sempre anche quella che rimane tagliata fuori dalle poche forme di sostegno al reddito, è lontanissima dal traguardo pensionistico e spesso è quella che deve far fronte a una serie di obblighi familiari, quali mutui accesi per l’acquisto di una casa, spese scolastiche e mediche per i figli.
È abbastanza ovvio che, se da un giorno all’altro alla condizione di disoccupazione si aggiunge anche la carenza di politiche di sostegno per sopperire ai bisogni basilari di una famiglia, si viene a creare un senso di solitudine e ineluttabilità capace di spingere l’individuo verso gesti estremi e disperati. Nel nostro paese le selvagge politiche del lavoro ultraliberiste adottate negli ultimi anni, oltre ad aver istituzionalizzato lo stato di “precarietà permanente” di alcune fasce di cittadini, hanno dilaniato qualsiasi sistema di soccorso e solidarietà sociale: è passata una logica della ricerca del lavoro basta su un selvaggio e anomico “fai da te”, in cui le reti istituzionali delegate a questo compito sono inefficienti e insufficienti e hanno perso (se mai lo hanno avuto) qualsiasi ruolo di riferimento. La disperazione di non trovare lavoro è un fenomeno sociale che investe due milioni di persone ma nella realtà quotidiana diventa un fatto privato, un dramma individuale, una vergogna che trasforma gli individui in fantasmi privi di identità senza, nessun interlocutore che possa fornire loro, se non un lavoro, almeno la possibilità di essere ascoltati, presi in considerazione, valutati per le loro professionalità. Il tutto mentre se da un lato si perde il diritto di “cittadinanza lavorativa”, per la stesso lavoratore licenziato e tenuto ai margini di qualsiasi circuito di ricollocazione i doveri sociali continuano a essere tassativi e improcrastinabili.
Da qui, alla disperazione che porta a gesti estremi, il passo è breve, salvo poi nelle analisi degli esperti di management, girare la testa dall’altra parte, citare la “crisi” come alibi adeguato per ogni evento o nefandezza e magari liquidare il tutto nei titoli di giornali con un semplice “stato generale di depressione”.


*Sociologo, Consigliere Nazionale dell’ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura. Autore del saggio “Non ho l’età” una ricerca sul fenomeno stesso.


8-3-10