Sabato 20 Gennaio 2018
Lavoro. Mohamed morto di fatica su un campo di pomodori PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Mercoledì 22 Luglio 2015 08:02

Mohamed è morto il 20 luglio, stava raccogliendo pomodori in Puglia, tra Nardò ed Avetrana: sotto il sole a 42° raccoglieva e riempiva cassoni per 3,50 euro ogni cassone, dall’alba. Il ritmo serrato, il caldo, la fatica, le condizioni di lavoro dure hanno portato il bracciante sudanese di 47 anni alla morte, il suo cuore non ce l’ha fatta.

 

Al momento tre persone risultano indagate per la sua morte: il sostituto procuratore della Repubblica di Lecce Paola Gugliemi ha iscritto sul registro degli indagati i nomi di un uomo, anche lui del Sudan, considerato il caporale e i titolari, marito e moglie, dell'azienda di ortofrutta di Nardò presso il quale l'immigrato lavorava. L'ipotesi di reato è omicidio colposo. L'azienda era già stata coinvolta in una inchiesta per sfruttamento, con l'operazione Sabr che portò a sedici ordinanze di arresto in varie province per presunto traffico di uomini e sfruttamento.

 

Quando Mohamed si è sentito male qualche compagno di lavoro ha tentato di aiutarlo, un po’ d’ombra, un po’ di riposo ma poi il ritardo nel chiamare i soccorsi sanitari, che arriveranno quando ormai è tardi. Sui campi funziona così: si ha paura anche di chiedere aiuto, i caporali non vogliono, è un problema, meglio andare avanti.

 

La notizia della morte di Mohamed si era diffusa nelle prime ore di lunedì quando la Cgil con il sindacato dei lavoratori del settore, la Flai, ha denunciato il fatto con un intervento durissimo del Segretario Generale, Stefania Crogi: "Mohamed lavorava senza contratto, sotto il ricatto del caporale e di datori di lavoro senza scrupoli. La sua morte non può restare un fatto di cronaca estiva, la sua morte è un atto di accusa verso un mercato del lavoro agricolo colpito in modo forte dalla piaga dello sfruttamento. È una situazione che come Flai Cgil denunciamo e contrastiamo da anni, incontrando enormi difficoltà anche da parte di chi - politica e istituzioni - dovrebbe dare risposte forti ed immediate. Il bracciante morto ieri sul lavoro è morto perché non poteva alzare la testa per chiedere aiuto, non poteva far valere i suoi diritti, non poteva pretendere un lavoro giusto e sicuro ed era nella condizione di non avere i soccorsi adeguati in tempi rapidi. Questa è la nuova schiavitù che deve essere contrastata con nuove regole del mercato del lavoro e chi non agisce, pur avendone il potere è complice di quanto accade. Noi di sicuro seguiteremo a chiedere diritti e giustizia per chi non ha possibilità di chiedere, staremo al loro fianco nei campi, nel fare le denunce e non ci stancheremo di squarciare il velo del l'indifferenza è del l'abitudine rispetto a situazioni non degne di una Repubblica fondata sul lavoro".

 

Parole che dovrebbero far riflettere e chiamano in causa le istituzioni, che attraverso leggi e controlli, potrebbero prevenire simili fatti che non sono affatto episodici. Lo sfruttamento nelle campagne a danno di braccianti stranieri ed italiani è purtroppo una piaga che affligge un settore importante. Mohamed aveva il permesso di soggiorno ma il suo datore di lavoro non gli ha fatto un contratto, ma il suo non un “caso isolato” è la norma in troppe, tantissime realtà.

I lavoratori stranieri, moltissimi in questi mesi estivi in tutta Italia, sono sicuramente i più vulnerabili, sotto ricatto per un lavoro a qualsiasi prezzo anche a quello della vita. La morte di Mohamed è una morte sul lavoro e già solo per questo ingiusta e intollerabile ma la sua morte porta una lista infinita di diritti negati e distorti, che dovrebbero indurre anche ciascuno di noi a riflettere su cosa sia il lavoro, la dignità umana, la vita delle persone.

 

22-7-15

 

A. V.