Mercoledì 13 Dicembre 2017
Morire di lavoro. Ogni anno oltre 1000 vittime PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Martedì 23 Marzo 2010 00:05

Di Stefano Giusti* - In Italia si combatte quotidianamente una guerra silenziosa che fa circa mille vittime l’anno, vittime che passano spesso sotto silenzio, relegate tranne casi eclatanti, in qualche breve di cronaca...

Le chiamano “morti bianche” ma sono gli incidenti sul lavoro, le “tragiche fatalità”, come si trattasse di persone morte per caso, senza responsabilità di nessuno o peggio, per disattenzione degli stessi operai che ogni giorno rischiano la vita su un ponteggio o in fondo a qualche pozzo di scarico.
Il 15 marzo in un solo giorno tre sono state le vittime: a Pozzuoli è morto un operaio di 27 anni che stava manovrando una gru, quando si è rotto un tubo e un pezzo gli è caduto in testa colpendolo al cranio; a Livorno Ferraris in provincia di Vercelli, un altro operaio di 27 anni impegnato in lavori di manutenzione sulla linea elettrica della tratta Torino-Milano è morto folgorato; a Pomezia, in un’azienda serigrafica, un operaio di 42 anni ha perso la vita cadendo da un'altezza di circa 8 metri mentre cercava di riparare un palo dell'illuminazione.
Il tema della sicurezza sociale e dell’allarme criminalità fu uno dei cavalli di battaglia sbandierato dall’attuale governo in campagna elettorale: curioso che andando a guardare le cifre si scopra che nel 2009, per esempio, in Italia i delitti legati alla criminalità sono stati 565, mentre i morti sul lavoro 1.080, quasi tre al giorno. Se ci fossero in Italia tre omicidi di criminalità al giorno, probabilmente gireremmo tutti armati e protetti e i telegiornali e i salotti dei talk-show abbonderebbero di analisi e dibattiti con minuziose e dettagliate cronache.
Rispetto alla sicurezza sul lavoro però c’è meno informazione, meno allarmismo e più tolleranza. Evidentemente ci sono morti di serie A e morti di serie B, o forse è più conveniente insistere sulla criminalità e generare insicurezza, piuttosto che mostrare come uccida più il lavoro mal gestito e senza controllo piuttosto che la delinquenza comune.
Proprio a Novembre del 2009 l’Inail nel suo periodico comunicato ha parlato di “forte calo” del numero degli incidenti (mortali e non) sul lavoro. Pur se augurabile, questo dato va preso con le dovute cautele: innanzitutto perché a fronte della perdita continua di posti di lavoro c’è un’ovvia consequenzialità nella diminuzione degli incidenti, ma soprattutto perché il dato non tiene conto dei lavoratori non iscritti e quindi non conteggiati negli infortuni e dei morti “in nero”. Secondo la Cgil sono almeno 200 mila gli infortuni che non vengono denunciati ogni anno, perché fatti passare come malattia  o perché molti lavoratori con contratti di lavoro precari e sottopagati o in nero, non hanno il coraggio e la possibilità di denunciare l’accaduto, mettendo a rischio la loro unica fonte di sostentamento.
A fronte di questa situazione, nell’agosto scorso l’attuale governo, sempre attento e sollecito ai richiami della Confindustria sul bisogno di agevolare le imprese, non ha trovato di meglio che emanare alcune modifiche al Testo Unico sulla Sicurezza, rendendo meno pesante l'apparato di controllo nei confronti delle imprese non in regola. Tra le altre cose sono state  diminuite di un terzo le sanzioni economiche a danno del datore di lavoro inosservante delle norme; la mancata notifica della documentazione essenziale agli enti competenti è diventata non più punibile penalmente. In generale con il pretesto del “superamento di un approccio meramente formalistico e burocratico” al tema della sicurezza, le maglie della legge sono state allargate costruendo subdole scappatoie per quelle imprese che non attuano le misure necessarie per rendere sicuro l'ambiente di lavoro.
Di fronte a questo quotidiano scardinamento dei più elementari diritti di sicurezza, forse sarebbe il caso di smetterla a parlare di “morti bianche” come fossero eventi fatali e ineluttabili e cominciare a parlare di “omicidi del lavoro”. Dietro queste morti non c’è casualità, ma una serie di responsabilità dirette per il mancato rispetto delle condizioni di sicurezza. Quando si muore sul lavoro, il caso o la sfortuna non c’entrano nulla: la colpa è di chi non ha vigilato sulla sicurezza magari per aumentare i profitti al minimo dei costi.
E dietro tutto questo, come in un effetto valanga, c’è il quotidiano e sistematico attacco ai diritti di chi lavora: la selvaggia liberalizzazione dei contratti di lavoro, la precarietà elevata a condizione strutturale e permanente, la possibilità di essere licenziati in qualsiasi momento senza avere reti di sostegno alla disoccupazione, porta spesso chi lavora ad essere più facilmente ricattabile e ad accettare condizione rischiose anche per la propria salute.
La deriva sembra non arrestarsi mai: proprio in questi giorni è stato approvato da Camera e Senato l’ennesimo attacco all’articolo 18, con l’introduzione di alcune norme, tra le quali il ricorso all’arbitrato nelle cause di lavoro, che delegittimano quasi completamente i tribunali ad intervenire nel merito delle cause di licenziamento. Il tutto ovviamente di fronte a una smaccata situazione di disparità, che mette a confronto le strutture aziendali e le direzioni del personale, con lavoratori precari, sottopagati e spesso obbligati a scelte non certo volontarie pur di avere un posto di lavoro.
Se un lavoratore con un contratto precario privo di garanzie, uno stipendio di 800 euro mensili e magari una famiglia da mantenere, viene “sollecitato” a lavorare più delle pattuite ore quotidiane o magari farlo a ritmi più serrati e in situazioni non idonee  con la promessa di guadagnare di più, sarà costretto ovviamente ad accettare assumendosi rischi più grandi di lui e chiudendo gli occhi sulle condizioni di lavoro. Gli infortuni, per non parlare delle malattie professionali, non sono “effetti collaterali”, ma quasi sempre il risultato di un’intensificazione dei ritmi di produzione che da una parte provocano rischi mortali e condizioni insicure, e dall’altra profitti e guadagni maggiori realizzati solo sulla vita di chi lavora.

23-2-10

*Stefano Giusti,  Sociologo, Consigliere Nazionale dell’ass.ne Atdal Over 40, che si  occupa della disoccupazione in età matura. Autore del saggio “Non ho l’età” una ricerca sul fenomeno stesso