Venerdì 27 Aprile 2018
I dannati della terra. Braccianti senza diritti PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Martedì 13 Aprile 2010 00:00

Sono circa un milione e mezzo fra fissi e stagionali, quelli in qualche modo regolarizzati, ma decine di altre migliaia sono sparsi, invisibili, nelle campagne d’Italia, lavoratori fra i più sfruttati e meno tutelati nel nostro paese...

La FLAI-CGIL, che organizza i lavoratori dell’agroindustria, pone al centro del suo Congresso Nazionale (Cervia: 12-14 aprile) proprio i “diritti” ancora in gran parte da conquistare nel settore agricolo, dove, secondo il sindacato, il lavoro bracciantile “non è degno del 2010”.
Sfruttamento degli immigrati, lavoro nero e caporalato sono infatti gli elementi caratterizzanti degli assetti produttivi dell’agricoltura nazionale.
I recenti e cupi avvenimenti di Rosarno sono solo la punta dell’iceberg in una regione, la Calabria dove il 95% dei lavoratori extracomunitari risulta irregolare e quindi soggiacente ad ogni sfruttamento e ricatto per un pezzo di pane.
Dalle Alpi a Capo Passero il “lavoro nero” impiaga tutta l’Italia: una ispezione dell’INPS su un campione di 96.414 imprese agricole ne rileva oltre 79.200 non in regola (circa l’82%).
Ostenta la palma del nero la Campania con 9.383 imprese irregolari su 10.708.
Nel tarantino dove trovano impiego almeno 36.000 braccianti solo 25.000 sono dichiarati all’INPS.
Un esempio per la Sicilia: la Gazzetta del Sud edizione di Ragusa del 10 marzo 2010 denuncia le dimensioni rilevanti del lavoro nero in provincia di Ragusa dove accertamenti della Guardia di Finanza hanno rilevato, solo nel ragusano, 13 aziende irregolari, con lavoratori fantasma, italiani e stranieri, pagati 4 euro l’ora,  lavorando quando piace al padrone, e non coperti da contributi previdenziali, assistenziali e infortunistici, un affare (sporco) per l’azienda che oltre a evadere i versamenti a INPS e INAIL lucra anche sul fisco.
Per i lavoratori invece il risultato di questo stato di cose, di cui si è verificata l’esistenza anche
nelle regioni del centro-nord, significa la stabilizzazione di una condizione di precarietà ed estrema flessibilità del lavoro, sottosalario, mancanza di ogni forma sicurezza nell’esplicazione dell’attività lavorativa quotidiana.
In tale panorama torna ad imperversare il “caporalato”, triste retaggio del vecchio potere baronale,con il mediatore di braccia pagato dal “padrone” per reclutare poveri indigenti a buon mercato, costretti pure a pagare la tangente per il trasporto al luogo di lavoro, ed anche, per gli extracomunitari, il permesso di soggiorno a pagamento.
Evidente è l’elemento criminale che persiste in questa arcaica consuetudine, e tuttavia non esiste nel nostro Ordinamento Giuridico il reato di caporalato, del quale si era tentata l’introduzione con il Governo Prodi attraverso un disegno di legge, curato dai Ministri Damiano e Ferrero, che prevedeva pene da 3 a 8 anni e forti sanzioni sia per l’imprenditore che per il caporale.
Con la caduta del Governo di centro-sinistra il ddl si è arenato e l’Italia “continua a chiudere un occhio”….fino allo stabilizzarsi, specie nel Sud della nostra “civile” penisola di condizioni di vero e proprio schiavismo
A proposito la FLAI della Sicilia ha prodotto un film documentario sullo stato di sfruttamento e degrado in cui vivono migliaia di lavoratori:


“Sicilia. Ventimila schiavi: dove ci sono gli schiavi ci sono gli schiavisti”


11-4-10