Mercoledì 13 Dicembre 2017
Bellomonte. Dall’ingiusta detenzione alla richiesta di revocazione in Cassazione PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandra Valentini   
Mercoledì 13 Settembre 2017 19:15

Si è svolta martedì 12 settembre presso la Corte di Cassazione l'udienza per la 'revocazione' della sentenza di conferma del licenziamento di Bruno Bellomonte, capostazione a Sassari, licenziato da RFI perché sottoposto ad una lunga e, successivamente rivelatasi ingiusta detenzione.

 

La richiesta di revocazione, presentata da Pierlugi Panici, legale di Bellomonte, è un atto straordinario per chiedere la riforma di una sentenza già emessa dalla stessa Corte di Cassazione perché ritenuta fondata su "errori di fatto" che ne minano la legittimità.

Solo fra due, tre mesi, con la pubblicazione dell’ordinanza, si saprà il verdetto.

 

Ma vale la pena, brevemente, ripercorrere la storia giudiziaria di Bruno Bellomonte, classe 1949, ferroviere sardo, militante del movimento indipendentista di sinistra A’ Manca. Una vicenda giudiziaria piena di errori, strane coincidenze, dimenticanze, equivoci, un intreccio del quale nemmeno Kafka sarebbe riuscito a delineare i contorni.

L’inizio si può far risalire all’11 luglio 2006, quando Bellomonte viene arrestato con l’accusa gravissima di terrorismo e associazione eversiva, va in carcere per 19 giorni, per una intercettazione ambientale, nell’ambito dell’inchiesta Arcadia; fortunatamente (ed è l’unico momento di questa storia in cui possiamo usare simile avverbio), il suo passaporto dimostra che nei giorni in questione egli era in Tunisia.

Nel 2009 però ancora un arresto, ancora l’accusa di terrorismo, ancora una intercettazione, nella quale si sente Bruno parlare del prossimo G8 previsto alla Maddalena, in cui dice “di portare lì un battello pieno di merda o di usare dei modellini di elicottero per sorvolare la sede del G8”.

Per gli inquirenti il gruppo criminale pare che volesse attaccare con elicotteri telecomandati. Da qui scattano 29 mesi di carcere duro fra Siano (Catanzaro) e Viterbo.

Dopo 29 mesi l’assoluzione e la scarcerazione immediata arrivano con la sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Roma del 21 novembre 2011; successivamente viene prosciolto con formula piena dalla Corte di cassazione il 29 gennaio 2014. Però a causa della detenzione Bruno nel 2009 viene licenziato e, nonostante i pronunciamenti del 2011 e 2014, nonostante l’ingiusta detenzione, RFI non gli ridà il suo posto.

In base all’articolo 102 del codice di procedura penale si prevede il reintegro nel posto di lavoro per ingiusta detenzione "qualora venga pronunciata in suo favore sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di “non luogo a procedere” ovvero venga disposto provvedimento di archiviazione”; ma questo non basta ad RFI. Il licenziamento del 2009 è prima stato sospeso il 16 marzo 2012 e poi annullato il 26 marzo 2013, ma legali di Rfi hanno impugnato la sentenza.

 

Insomma, Bellomonte, assolto dalle accuse per cui era stato recluso e aveva perso anche il lavoro, da innocente non può riavere il suo posto di lavoro!

 

La revocazione. Ma da dove nasce "l’errore" di Corte d’Appello e Cassazione, errore di fatto per cui si chiede, da parte dei legali di Bellomonte, la revocazione? La Corte d’Appello e poi la Cassazione hanno ignorato la norma sulla quale si fondava la domanda di reintegrazione (art 102 bis) pienamente accolta dal Tribunale, che evidenziava come il licenziamento fosse direttamente legato alla custodia in carcere e quindi all’impossibilità di svolgere la prestazione lavorativa, conseguentemente si riconosce il diritto alla reintegra a seguito della sentenza di assoluzione e scarcerazione. Invece, per la Corte d’Appello, seguita dalla Cassazione, non può conseguire una reintegrazione ad un licenziamento di cui non sia accertata la illegittimità, ma in questo caso non si tratta di una questione di illegittimità, o legittimità sulla quale si sarebbe intervenuto con l'articolo 18 della Legge 300. Il diritto alla reintegrazione di Bellomonte prescinde dalla legittimità o illegittimità del licenziamento, ma si fonda esclusivamente sulla ingiusta detenzione.

 

Come spiega l’avvocato Panici “l’errore di diritto sta proprio nell’aver ignorato le norma sulla quale si fondava la domanda di reintegrazione (art. 102 bis)”. Il licenziamento – spiega Panici – “non è stato determinato da ulteriori motivi; esso è esclusiva e diretta conseguenza della ingiusta detenzione, come accertato definitivamente nel giudizio di merito: di qui l’errore in fatto della sentenza impugnata per revocazione”.

E’ da qui - almeno per una parte della storia - che si riparte con l’udienza tenutasi ieri.

Tralasciamo per ora come sta andando avanti l'inchiesta Arcadia (che si aggira da oltre 10 anni intorno a Bruno, pur essendo stato smontato subito il casus belli che lo aveva coinvolto); tralasciamo di ricordare le carceri nelle quali Bruno è dovuto andare, lontano dalla Sardegna e da Roma, il proprio stato di salute non buono, il suo coraggio, la dignità, la voglia comunque di non cedere, non piegare la testa, cercare di far valere giustizia e verità.

 

Per l'avvocato Panici, "il diritto deve applicare la giustizia e non oltraggiarla. In questo caso le prove del diritto di reintegrazione sul posto di lavoro per Bellomonte sono contenute nel processo stesso. Per questo abbiamo chiesto la revocazione della sentenza emessa dalla Cassazione perché frutto di un errore di fatto. E la chiediamo proprio in ossequio al principio di diritto enunciato nella sentenza qui impugnata”, laddove si fa riferimento alla sussistenza di uno specifico e diretto nesso di causalità tra la misura detentiva e il licenziamento. L’avvocato si è detto ottimista sull’esito del verdetto, richiamando anche i tre principi che sono alla base del diritto romano e ripresi nel Corpus iuris civilis: “honeste vivere, neminem laedere, suum cuique tribuere”; e Bruno Bellomonte ha vissuto e lavorato onestamente, non ha danneggiato il diritto di alcuno, è stato egli danneggiato perché licenziato a causa di ingiusta detenzione. Il processo a Bellomonte, ha ricordato Panici, “non si può concludere con la giustizia crocifissa, (come recita la conclusione dell’omelia funebre di Sacco e Vanzetti n.d.r.) perché le ferite alla giustizia non si sanano più”.

 

Allora come si può infliggere a Bellomonte non solo il fardello di essere stato privato per 29 mesi della libertà ma anche quello di non avere più un lavoro, un sostentamento? Ci auguriamo che la risposta arrivi nei prossimi giorni, sani almeno quelle ferite ancora sanabili e corregga quegli errori correggibili.

 

Alessandra Valentini

 

13-9-17