Mercoledì 18 Ottobre 2017
Alcuni buoni motivi per sostenere lo sciopero del 25 giugno PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Mercoledì 23 Giugno 2010 05:57

Di Stefano Giusti* - Lo sciopero generale indetto dalla CGIL per il 25 giugno non è solo l’occasione per protestare contro l’iniqua manovra varata dal governo, ma, stavolta più che mai, è anche l’occasione per ribadire la difesa di spazi di democrazia e diritto, che in questi ultimi tempi vengono sempre più ristretti e negati. Ci sono tanti motivi per sostenere questo sciopero non solo in maniera simbolica ma testimoniando attivamente e la propria opposizione alle attuali strategie politiche. ....

1) La recente manovra finanziaria ha come al solito colpito la classe dei lavoratori dipendenti col blocco degli stipendi del pubblico impiego, la modifica delle finestre di uscita per il pensionamento insieme a tagli su servizi pubblici e scuola. È una manovra ingiusta perché scarica i costi sui lavoratori dipendenti, pubblici e privati, sulle Regioni, sugli Enti Locali e sui cittadini più deboli. Non c’è nessun provvedimento teso a tassare le rendite finanziarie e a combattere realmente l’evasione fiscale. Chi è benestante come al solito sta a guardare, mentre l’altra Italia viene usata come un bancomat per risanare i conti dello Stato. 
2) La disoccupazione è in continua crescita. Ogni mese i dati Istat segnalano un aumento del numero delle persone in cerca di occupazione. Dal governo in questi anni non è arrivato nessun provvedimento di sostegno all’occupazione, alla crescita e allo sviluppo. Gli ammortizzatori sociali sono riservati a una piccola fetta di disoccupati. I giovani restano prigionieri di contratti precari e sottopagati, quando non sono stagisti a vita, come risulta da un sondaggio Isfol secondo cui solo il 2% (!) dei tirocinanti viene assunto. Per gli altri c’è il gioco dell’oca di passare da un tirocinio all’altro nella speranza di capitare nella casella giusta.
3) La vicenda di Pomigliano d’Arco. Non si tratta semplicemente di un accordo contrattuale. In questa vicenda si è giocata una partita fondamentale sui diritti di chi lavora. Marchionne o chi per lui dovrebbe spiegarci cosa c’entrano con la produttività di un’azienda il diritto allo sciopero e la penalizzazione delle malattie, che fino a prova contraria sono diritti sanciti dalla Costituzione. La deroga al diritto di sciopero è l’ennesimo passo verso un più generale attacco ai diritti individuali, fatto da un capitalismo votato all’“economia di mercato”  quando deve penalizzare la classe lavoratrice, ma che si affretta a chiedere aiuti allo Stato quando in gioco ci sono la sopravvivenza di banche, istituti assicurativi e colossi industriali. Tutto questo proprio nell’anno in cui ricorre il 40ennale dello Statuto dei Lavoratori, che qualche brillante ministro vorrebbe liquidare del tutto trasformandolo in Statuto dei lavori. 
4) Le morti sul lavoro. In Italia viaggiamo alla triste media di un morto al giorno sul lavoro.  A fronte di questa situazione nell’agosto scorso l’attuale governo, sempre attento e sollecito ai richiami della Confindustria sul bisogno di agevolare le imprese, non ha trovato di meglio che emanare alcune modifiche al Testo Unico sulla Sicurezza, rendendo meno pesante l'apparato di controllo nei confronti delle imprese non in regola. Tra le altre cose sono state  diminuite di un terzo le sanzioni economiche a danno del datore di lavoro inosservante delle norme. In nome della competitività la sicurezza è diventata un optional, tanto a morire sono sempre i più deboli.
5) “Un settore centrale per il futuro del nostro paese è l’istruzione e la ricerca, e il piano di assistenza all’infanzia ne fa parte. Non ho nessuna intenzione di mettere in questione questo punto: è quanto abbiamo deciso,ed è ciò che faremo” Sono le dichiarazioni del Cancelliere tedesco Angela Merkel a commento della manovra finanziaria varata in Germania. Un intervento che, tra molti tagli, prevede però un investimento nel settore educativo e universitario di più di 13 miliardi di Euro. Fantascienza per le scuole italiane, abituate da ben prima della recente crisi a vedere le parole “cultura” e “ricerca” associate alla riduzione di risorse. L’istruzione italiana è al collasso: in molte scuole elementari non ci sono nemmeno i fondi per la carta igienica e le fotocopie. I ricercatori universitari sono destinati a diventare una razza in via di estinzione. Invece di investire sul futuro della nazione si taglia, sperando di creare una popolazione di ignoranti non-pensanti.
6) L’attacco sistematico alla Costituzione. Non passa giorno che il Primo Ministro non picconi la Costituzione giudicandola superata, iniqua. L’ultimo cavallo di battaglia adesso è l’articolo 41, quello sulla responsabilità sociale d’impresa, in cui si afferma che “l’impresa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” e che “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Come se non bastasse il liberismo più sfrenato a cui il lavoro è stato sottoposto in questi anni, si chiede ancora di più, sempre meno regole, per trasformare il mondo del lavoro in una giungla, dove precarietà e flessibilità rendano il lavoratore sempre più debole e sempre più alla mercé di chi vuole imporre tempi e ritmi da industria ottocentesca.
7) Si potrebbe andare avanti per molto: la battaglia sull’informazione, con la legge sulle intercettazioni che il Governo vuole mandare avanti a colpi di mozione di fiducia svuotando il Parlamento e le opposizioni di ogni funzioni per mettere un bavaglio definitivo a quelle poche voci contrarie. E ancora la battaglia sulla privatizzazione dell’acqua, la raccolta delle firme per i referendum contro quest’ennesimo scempio che vuole che anche l’acqua passi in mano a gestioni private diventando così un ennesimo bene su cui lucrare. E si potrebbero trovare ancora cento e cento ragioni, ma c’è n’è una forse che è la più importante di tutte e che dovrebbe riguardare ognuno di noi: quale società vogliamo lasciare ai nostri figli, alle generazioni future? Una società in cui le parole diritto, solidarietà, società hanno ancora un senso o dove conta solo l’individualismo, la ragione del più forte e del più ricco? Fosse anche solo per quest’ultimo motivo, vale la pena il 25 giugno di fermarsi e gridare forte la propria opposizione.

 *Stefano Giusti,  Sociologo, Consigliere Nazionale dell’ass.ne Atdal Over 40, che si  occupa della disoccupazione in età matura. Autore del saggio “Non ho l’età” una ricerca sul fenomeno stesso.


23-6-10