Mercoledì 18 Ottobre 2017
Ripartire da Melfi PDF Stampa E-mail
Scritto da Valentina Valentini   
Sabato 14 Agosto 2010 06:17

Di Stefano Giusti* - Il giudice del lavoro del Tribunale di Potenza ha disposto il reintegro dei tre operai della Fiat (due dei quali delegati Fiom) licenziati a Melfi nello scorso luglio, riconoscendo il “comportamento antisindacale” della decisione presa dai vertici della fabbrica torinese...

Al di là della soddisfazione oggettiva per il fatto in sé (anche se la Fiat ha già preannunciato ricorso), la sentenza è importante soprattutto da un punto di vista simbolico, specialmente  se inserita nel più ampio scenario dell’attacco ai diritti del lavoro che sistematicamente Governo e Confindustria stanno portando avanti su più piani.
Da troppo tempo ormai, con la compiacente accondiscendenza di una parte dei sindacati e di alcune forze progressiste, sta passando come ineluttabile la malsana idea che lo sviluppo industriale e il mantenimento del posto di lavoro, debbano passare giocoforza per lo smantellamento e l’annullamento di una serie di diritti e garanzie, rendendo il lavoro stesso una merce sottoposta a scambio, in cui la parte più debole e remissiva diventa sempre di più il lavoratore, costretto a rinunciare a quote di salario, diritti elementari come la malattia o le ferie e a subire l’abbassamento delle misure di sicurezza diventate ormai quasi un ingombrante optional sulla strada della “nuova industrializzazione”.
In un momento in cui i diritti di chi lavora rischiano di essere travolti da un feroce processo di ristrutturazione e da una politica liberista che, pur di fronte al fallimento decretato dalle  cifre su disoccupazione e reddito,  chiede sempre più libertà di azione e sempre meno vincoli, è fondamentale che una sentenza come quella di Melfi ribadisca l’importanza di alcuni principi introdotti dallo Statuto dei Lavoratori, come quello del diritto di sciopero. Non è un caso che, proprio nell’anno in cui ricorre il 40ennale di questo basilare strumento di democrazia del lavoro, forze di governo e Confindustria abbiano più volte messo sul tavolo la questione della “modifica” dello Statuto arrivando perfino a ipotizzare la sua trasformazione in Statuto dei Lavori, differenza certo non solo semantica, ma tesa a realizzare un  progressivo passaggio da diritti e tutele sanciti dalla legge per tutti i lavoratori, ad una negoziazione delle garanzie sulla base dei rapporti di forza presenti all’interno delle singole imprese.  Il tutto ovviamente giustificato e motivato dallo stato permanente di crisi in cui versa il mondo del lavoro, stato a cui però si arrivati grazie alle politiche ultraliberiste di questi ultimi anni, che pur di fronte allo sfascio che tutti hanno sotto gli occhi continuano ad essere paventate come le uniche possibili soluzioni.
Eppure, ancora in questi mesi, una ricerca Ocse mostrava una lettura un po’ diversa della realtà. Risulta infatti che negli ultimi 10 anni, quelli in cui la crisi si é fatta più sentire sulla pelle delle persone, nella maggioranza nei paesi avanzati si è assistito a un paradossale  fenomeno redistributivo, per cui  la quota salariale è diminuita dell’8-10 %, quota che si è spostata su profitti e rendite.
In sostanza è diminuito il cosiddetto salario relativo, ovvero il salario in rapporto al profitto. Nella metà degli anni ‘90 ai profitti andava una quota del 28% del Pil, quota che nel 2005 è arrivata oltre il 31% lasciando ai salari poco più del 68% della ricchezza nazionale, circa  otto punti in meno rispetto al 76% di venti anni prima.
In cifre tutto ciò si traduce nel trasferimento annuale dalle tasche dei lavoratori a quelle delle imprese di ben 120 miliardi di euro. Per ognuno dei 17 milioni di lavoratori italiani si tratta di 7mila euro in meno all'anno. Tale tendenza non è presente solo in Italia, ma è tipica di tutti i paesi avanzati ed in particolare dell'Europa Occidentale in cui la forbice tra profitti e salari si amplia sempre di più a vantaggio dei primi. 
 Il paradosso è che per far fronte a questa situazione, che non pare proprio di crisi generalizzata, da più parti si chiede a gran voce la continua delegittimazione dei diritti e delle garanzie e il ritorno a modelli industriali ottocenteschi riorganizzati solo sulla pelle di chi lavora. Ecco perché a fronte di questo, la sentenza di Melfi è un importante punto di ripartenza, per l’autunno che viene e per i rapporti nel mondo del lavoro. Quello dei diritti sanciti dallo Statuto deve essere una leva su cui ricostruire il futuro di tanti lavoratori ingabbiati nella precarietà e il punto focale su cui far ripartire una nuova stagione di lotte che porti non certo all’eliminazione ma all’estensione di questi diritti anche a coloro, soprattutto i più giovani,  che oggi vivono costantemente in una situazione di insicurezza e povertà lavorativa.
 
*Sociologo, Consigliere Nazionale dell’ass.ne Atdal Over 40, che si  occupa della disoccupazione in età matura. 


14-08-2010