Mercoledì 13 Dicembre 2017
Morti sul lavoro. L’abitudine alla tragedia PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Giovedì 16 Settembre 2010 11:05

Di Stefano Giusti - Uno degli “effetti collaterali” causati dalla tragedia delle morti sul lavoro, è che piano piano si perde il senso della gravità degli eventi e si arriva a considerarli delle disgrazie, delle fatalità spesso connaturate alla natura stessa di alcuni lavori, rischiosi per antonomasia...

Fermo restando che in tutte le attività umane, anche le più innocue, c’è una ineluttabile componente di alea, le morti sul lavoro e il modo in cui vengono trattate da telegiornali e gran parte della stampa quotidiana sono però lo specchio delle trasformazioni che stanno attraversando il mondo del lavoro.
Pochi giorni fa tre operai sono morti a Capua mentre effettuavano lavori di bonifica in una cisterna. Lo stesso giorno un altro operaio è morto a Pistoia schiacciato da una pressa. Quattro morti in un giorno avrebbero dovuto quantomeno far interrogare, suscitare dibattiti e prese di posizione fortemente critiche in materia di sicurezza sul lavoro. Invece al di là delle dovute condoglianze manifestate da tutte le autorità dello Stato e delle dichiarazioni di prammatica, solo poche e residuali voci hanno provato a sollevare la questione come “problema sociale”, chiedendosi e chiedendo cosa è diventato oggi il mondo del lavoro. Il mancato rispetto delle norme sulla salute e sicurezza causa ogni anno circa 1.000 morti, 30.000 infortuni invalidanti e 1.000.000  infortuni totali a cui andrebbero sommate le malattie professionali, con le loro drammatiche conseguenze umane e sociali per gli infortunati e le loro famiglie.
Non che ci aspettassimo granché da ministri e funzionari di governo, visto che il meglio ce lo aveva già offerto il Ministro Tremonti, fulgida e rappresentativa figura di intellettuale governativo, quando ha affermato davanti a una plaudente platea che “La Legge  626 è un lusso che non possiamo permetterci”. Magari qualcuno del suo staff potrebbe anche fargli notare che la 626 nel frattempo è stata sostituita da un altro Decreto Legislativo (81/2008) e quindi non è proprio corretto quello che ha detto, ma tant’è, in fondo questo è il “Governo del fare” non certo del sapere, considerato un residuo intellettuale fastidioso e ingombrante. Per non smentirsi infatti, una delle prime cose fatte dall’attuale governo fu quella di alleggerire  il Testo Unico sulla Sicurezza varato dal Governo Prodi, rendendo meno pesanti i controlli nei confronti delle imprese e, tra le altre cose, diminuendo le sanzioni a carico delle aziende non in regola con le norme. Lo stesso governo da qualche giorno sta mandando in TV uno spot sulla sicurezza del lavoro, che dietro l’apparente validità del messaggio cela ancora una volta la distorta abitudine di scaricare sull’anello più debole dell’ingranaggio responsabilità e scelte. Lo slogan, “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”, sembra far intendere che a salire sui ponteggi senza protezione  o a scendere in silos trattati con materie tossiche, siano degli spericolati incoscienti che, pur tra mille raccomandazioni di sorta, preferiscono non indossare cinghie, cappelli e mascherine di protezione, magari per non scombinarsi la pettinatura. Forse è il caso di ricordare ai ministri, che chi lavora è ogni giorno di più  sottoposto al ricatto del “prendere o lasciare” di fronte a proposte di lavoro scandalose dal punto di vista sia della sicurezza che della remunerazione e che ha poco da pretendere o scegliere:  se vuole lavorare è così altrimenti vada a casa. D’altronde, senza andare troppo lontano è questo quello che l’illuminato Marchionne ha prospettato agli operai di Pomigliano. E pazienza se qualcuno muore: è il progresso e la globalizzazione, non certo l’incuria o l’avidità di alcuni datori di lavoro. Sono stati necessari decenni di lotte per rendere chiaro quanto la gran parte degli infortuni (e delle malattie) fossero il risultato dell'assenza di  prevenzione e dell’uso disinvolto  di sostanze nocive e oggi ci vengono a dire che “chi lavora deve tenere a se stesso”. Nessuna meraviglia: il governo che promuove questi edificanti spot è lo stesso che alleggerisce le sanzioni a carico delle aziende responsabili di violazioni di legge, che premia gli evasori con scudi fiscali e maschera licenziamenti di massa sotto il termine “riforma dell’istruzione”. Secondo l’Inail il numero degli infortuni sul lavoro nel 2009 è calato del 10%. Forse è il caso di chiarire che il dato è viziato da due elementi: il primo direttamente collegato al calo dell’occupazione che di fatto abbassa il numero degli infortuni, e il secondo, ben più grave, dovuto al fatto che una parte degli infortuni non viene denunciata in quanto  riguarda lavoratori in nero che non esistono su nessuna statistica e che l’unica cosa a cui possono appellarsi per tornare a casa la sera interi è  la fortuna, manco il lavoro fosse una lotteria.  
Il Ministro Tremonti e la sua gaudente e ben remunerata compagnia (che probabilmente non è mai salita su un ponteggio) si auspica un modello cinese per i diritti nel lavoro (altrui). Noi continuiamo a insistere e a ricordare, in modo che alle morti e agli infortuni sul lavoro non si faccia mai l’abitudine.

16-9-10


Stefano Giusti,  Sociologo, Consigliere Nazionale dell’ass.ne Atdal Over 40, che si  occupa della disoccupazione in età matura