Mercoledì 18 Ottobre 2017
La peggio gioventù PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Mercoledì 09 Marzo 2011 08:40

Di Stefano Giusti - Malgrado le continue rassicurazioni di Ministri e primi Ministri sullo stato, tutto sommato  non disprezzabile della nostra economia, ogni volta che vengono pubblicati dati e statistiche ufficiali sembra di assistere a un diluvio...

Mario Draghi, Governatore della Banca d’Italia, senza troppi giri di parole ha affermato che "i salari d'ingresso dei giovani sul mercato del lavoro sono fermi da oltre un decennio su livelli al di sotto di quelli degli anni Ottanta. La disoccupazione giovanile sfiora il 30% e si accentua la dipendenza dal reddito dei genitori". Nulla di nuovo ci viene da dire, chiunque abbia provato a cercare lavoro sa benissimo di trovarsi in un ambiente ingessato, caratterizzato solo da una mobilità ridotta al minimo e una precarietà portata ai massimi livelli che fa rimbalzare i giovani (anche se alcuni di loro hanno ormai abbondantemente superato la trentina…) da uno stage all’altro, da una collaborazione a un tempo determinato (e mai rinnovato). Il salario mensile di un giovane di 21/22 anni che comincia a lavorare (presumibilmente quindi un diplomato) è sceso dal 1992 al 2002 dell’11%. Se esaminiamo coloro che cominciano a lavorare intorno ai  25/26 anni (presumibilmente dei laureati) vediamo che la diminuzione è stata dell’8% Le parole di Draghi non ci rassicurano e soprattutto non siamo certo d’accordo con le misure che questi maestri d’economia tentano sempre di proporre, cioè quelle  iniezioni di ulteriore liberalizzazione del mercato, considerato la panacea di tutti i mali e che a loro dire sbloccherebbero la situazione favorendo l’occupazione.
Che la strada sia sempre questa ce lo indica anche la nuova proposta del ministro Sacconi, che per venire incontro alle donne e alle famiglie ha presentato una bozza di linee guida sulla “conciliazione tra tempi di vita e di lavoro”.  La proposta prevede tra le altre cose il ricorso al telelavoro invece che al congedo parentale, orari flessibili per madri e padri fino ai tre anni del bambino, trasformazione temporanea dei rapporti a tempo pieno in un part time per assistere familiari con esigenze di cura o figli piccoli e l’utilizzo di turni lunghi più concentrati.
Nutriamo dei dubbi forti sulla validità di queste proposte visto che la via della flessibilità  è quella che da vari anni governi e ministri  hanno perseguito con l’unico risultato di far diventare la precarietà uno stato permanente per milioni di persone. Ci permettiamo di suggerire al Ministro, che se proprio vuole intervenire con provvedimenti a favore delle donne, provi prima di tutto a incentivarne l’occupazione, considerando le difficoltà di entrata nel mondo del lavoro che hanno anche a causa delle discriminazioni che portano in alcuni colloqui a sentirsi chiedere: “lei ha un fidanzato? Lei vuole sposarsi e avere figli?” come se fossero condizioni ostative o straordinarie della vita delle persone. E già che ci sta si occupi pure di pareggiare i salari che, rispetto agli uomini,  sono ancora tra i più sperequati d’Europa pure a parità di ruolo lavorativo. Ma per intervenire su tutto questo bisogna però mettere mano a un problema strutturale. È sempre la Banca d’Italia con la crudezza delle cifre, a spiegare quale è la reale situazione italiana; la distribuzione della ricchezza nel nostro paese è molto squilibrata: il 10% delle famiglie possiede il 45% della ricchezza, mentre c’è un 50% delle famiglie che mette insieme solo il 10% della ricchezza totale.
Siamo un Paese spaccato a metà tra chi conduce una vita agiata e chi, piaccia o no l’espressione, “fatica ad arrivare a fine mese”. O questo punto diventa quello centrale dell’agenda politica e si comincia parlare di redistribuzione del reddito, magari di reddito di cittadinanza e di vera lotta all’evasione, o qualunque intervento sarà solo un palliativo che servirà solo a procrastinare lo stato di dipendenza e precarietà di milioni di persone, che pur classificate tra i “giovani”, giovani a un certo punto proprio non  lo sono più.

 

 

Stefano Giusti, Sociologo,  Operatore di Placement e Orientamento per l’Università  Roma Tre. Consigliere Nazionale dell’Ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura.

 

9-3-2011