Lunedì 11 Dicembre 2017
Un accordo sulla pelle di chi lavora PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Sabato 02 Luglio 2011 07:25

Di Stefano Giusti* - La firma dell’accordo tra Cgil Cisl, Uil e Confindustria effettuata il 28 giugno, rappresenta un punto di svolta epocale nella storia dei rapporti tra sindacati e controparte padronale. Si tratta di un testo di 9 punti, articolato in più parti che rimodella tra le altre cose la rappresentanza sindacale, l’esigibilità dei contratti, cioè la loro efficacia, la contrattazione aziendale e il diritto di sciopero.

Il mutamento radicale di prospettiva segnato da questo accordo forse non è stato ancora ben recepito se non nelle dichiarazioni del Ministro Tremonti e della presidente di Confindustria Marcegaglia, che dal loro punto di vista sottolineavano l’importanza di questa firma che rappresenta oltre che un arretramento delle norme di  democrazia sul lavoro, anche un cambiamento di rotta da parte della Cgil, cambiamento apertamente contestato dalla Fiom e su cui ci sarà ampiamente da dibattere per impostare il futuro non solo del sindacalismo ma anche del modello di società che si va costruendo.
Il documento in alcuni sui punti è volutamente fumoso e contraddittorio e lascia spazio a interpretazioni e soprattutto ad ampi margini di manovra da parte delle aziende.  Certo è che su due punti principali, quello dei contratti nazionali e del diritto di sciopero si può dire che abbia trionfato la linea Marchionne quella che prevede un arretramento generale dei diritti dei lavoratori in cambio di una mai dimostrata “garanzia di sviluppo e occupazione”.
Il primo punto fondamentale dell’accordo riguarda il fatto che lavoratori e lavoratrici non saranno più chiamati a votare le piattaforme e gli accordi che li riguardano e che i sindacati possono sottoscrivere con le aziende. L’accordo al punto 2 prevede infatti che le “organizzazioni rappresentative  possono fare accordi che diventano immediatamente esecutivi”. In termini di democrazia sul lavoro si toglie alla parte debole, quella del lavoratore, l’unico strumento possibile di difesa rispetto ad accordi che, vedi Pomigliano o Mirafiori, non tengono conto minimamente di nocività e ritmi di lavoro e soprattutto chiedono molto senza garantire in cambio nulla. Insomma si decide dall’alto sulla pelle altrui; far sì che i lavoratori non possano più pronunciarsi su accordi firmati tra sindacato e azienda fa diventare il contratto uno strumento gestito unicamente da queste due controparti. Non si vede molta democrazia in questo.
Altro punto di svolta è poi quello che, al  punto 7,  prevede  che i contratti aziendali possano derogare il contratto nazionale con “specifiche intese modificative”; in pratica le aziende potranno  derogare dagli accordi nazionali purché abbiano la maggioranza delle rsu e il via libera dei sindacati. Se la sacralità del contratto nazionale è stata uno dei punti fermi della lotta per i diritti del lavoro in questi anni, da oggi ogni azienda può diventare un modello a sé, capace di disporre regole e privilegi a piacere.
Nell’ambito poi della cosiddetta “pace sociale” invocata da Marchionne e soci, il punto 6 parla di una vaga “clausola di tregua sindacale” che in termini spiccioli significa non poter più scioperare come rappresentanza sindacale. Certo, ogni singolo lavoratore potrà esercitare il suo diritto di sciopero che ancora rimane un diritto individuale, ma anche qui è devastante la forzatura e il tentativo di isolare le forze di opposizione sindacale come la Fiom che più hanno resistito al cambiamento e rendere i lavoratori sempre più individui singoli  e quindi facilmente ricattabili. 
In generale il messaggio che viene da questo accordo è molto semplice: da una parte sindacati accomodanti e ben disposti alla estrema flessibilizzazione e precarietà delle condizioni di lavoro, dall’altro il tentativo di cancellare ogni  tentativo di resistenza di quelle forze che non si sono piegate all’arrogante pretesa di scambiare diritti certi con lavoro ipotetico. La destrutturazione del lavoro continua imperterrita da parte di chi accresce i profitti facendo del lavoratore una variabile sottoposta a un continuo ricatto senza nessuna garanzia. Viene da chiedersi quali elementi di sviluppo ci siano in un testo simile e come si sia potuto firmarlo calpestando anni di lotte e la  dignità di tante persone. 

 

*Stefano Giusti, Sociologo,  Operatore di Placement e Orientamento per l’Università  Roma Tre. Presidente dell’Ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura

 

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