Mercoledì 13 Dicembre 2017
Verso lo sciopero generale. Per una nuova stagione di diritti PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Domenica 04 Settembre 2011 14:48

Di Stefano Giusti - È durata poco la norma introdotta dal governo che escludeva il riscatto degli anni di laurea e del servizio militare ai fini dell'uscita dal lavoro con 40 anni di contributi. La misura,  probabilmente anticostituzionale è rientrata, ma resta comunque in piedi la strategia di fondo che la ispirava e cioè l’ennesimo attacco ai diritti di chi lavora.

Questo dell’età pensionabile è uno  dei ritornelli che in ogni manovra finanziaria viene tirato in ballo dalle parti sociali confindustriali, le quali, come un giocatore del Lotto che punta sui numeri in ritardo sperando che prima o poi escano, si augurano che prima o poi qualche governo esaudisca questo desiderio. Che poi a ben vedere è un desiderio abbastanza contraddittorio, se guardiamo a certi comportamenti degli stessi manager industriali.  Tanto per fare un esempio pratico citiamo Montezemolo che di Confindustria è stato presidente nel periodo 2005-2007. Da presidente  degli industriali si batteva  strenuamente  per alzare l’età pensionabile e quindi per trattenere più tempo possibile i lavoratori in azienda. Nello stesso periodo come membro del CdA della Fiat  si prodigava  altrettanto strenuamente per ottenere una serie di prepensionamenti per i lavoratori della suddetta azienda, quindi mandarli a casa il prima possibile! Ancora contraddizioni: Mario Draghi, l’attuale Governatore di Bankitalia, in una sua relazione  auspica nello stesso documento, una politica di sostegno all’occupazione giovanile e una serie di interventi che rendano possibile l’allungamento dell’età lavorativa per dar modo a chi sta per andare in pensione di poter rimanere sul posto di lavoro. Magari sarebbe bello ci spiegasse  come si conciliano le due cose a  meno che non s’immagini un’improvvisa e prodigiosa moltiplicazione dei posti di lavoro.
Non manca all’appello delle contraddizioni l’attuale presidente di Confindustria Marcegaglia che ha recentemente dichiarato che “Sull’innalzamento dell’età pensionabile dobbiamo seguire gli altri paesi dell'Unione Europea". Naturalmente nelle sue aziende la Marcegaglia se ne guarda bene dall’applicare le strategie nord europee di incentivazione all’occupazione e persegue invece la politica più in voga degli ultimi decenni, quella che vede estromettere i lavoratori in età matura a favore di quelli più giovani. Anche lei ci dovrebbe anche spiegare come pensa che queste persone possano arrivarci alla pensione, considerando che per loro è difficilissimo ritrovare lavoro e che quasi nessuno ha un qualche sostegno al reddito. Ma forse il piano è proprio questo; a forza di allungare l’età pensionabile si spera che il lavoratore alla pensione non ci arrivi proprio così da risolvere il problema dei conti alla radice, non pagandole proprio. Chi sicuramente invece il problema delle pensioni non se lo pone, sono quelle migliaia di lavoratori  flessibili subordinati e intermittenti che, grazie alla precarietà, una pensione non ce l’avranno praticamente mai o se ci arriveranno assomiglierà più o meno a un’elemosina.
Il 6 settembre per rispondere a questo e a tutti gli attacchi portati avanti dal governo al mondo del lavoro, si scenderà in piazza per uno sciopero generale. È sacrosanto farlo ma non basta un atto rituale: bisogna che questo sia l’inizio di una politica comune a tutte le forze di opposizione non solo per mandare a casa il governo ma per cambiare un intero sistema di rapporti che rimetta il lavoro e il lavoratore al centro del programma. Un’indagine di questi giorni compiuta dalle Acli sul “lavoro scomposto” indica che tra lo stipendio medio di un dirigente e la paga di un operaio c’è una differenza di 356 euro al giorno.  In Italia i disoccupati di lunga durata (quelli con più di 24 mesi di disoccupazione) sono circa il 45% del totale e gli “inattivi” (cioè coloro che non cercano più lavoro) sono circa il 10% della forza lavoro, più del doppio del resto d’Europa dove il dato si colloca intorno al 4%.
Partendo da questa frattura insanabile tra chi possiede tutto e chi non riesce ad arrivare alla fine del mese, oggi più che mai bisogna rilanciare con forza l’idea di un reddito di cittadinanza come misura di redistribuzione della ricchezza, unica possibilità per dare un futuro e uno sviluppo alla nostra società. 

 

4-9-11


Stefano Giusti, Sociologo,  Operatore di Placement e Orientamento per l’Università  Roma Tre. Presidente dell’Ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura