Mercoledì 18 Ottobre 2017
La colpa di lavorare PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Venerdì 28 Ottobre 2011 08:51

Di Stefano Giusti - Aumento dell’età pensionabile a 67 anni; libertà di licenziamento a fronte di un mero e non ben quantificato “risarcimento economico”; maggiore diffusione dei contratti di apprendistato e inserimento soprattutto per le donne; mobilità obbligatoria su tutto il territorio nazionale per gli statali e dismissioni di massa del patrimonio pubblico.


Questi i principali provvedimenti messi in campo dal governo per fronteggiare le richieste di intervento strutturale che provenivano dalla UE. Ancora una volta ad essere colpito è solo e solamente il lavoro, in particolare quello dipendente, che viene attaccato nei suoi diritti e nei suoi contenuti. Che ci spieghino una volta per tutte, quale nesso c’è, sia logico che pratico, tra la libertà di licenziare e la crescita economica. O come pensano di far arrivare alla pensione quelle persone che, senza lavoro a 50 e più anni, non riescono a ritrovarlo e vedono sempre più distante il raggiungimento dell’età pensionabile. “Bisogna adeguarsi agli standard europei sull’età pensionabile” è il ritornello che Sacconi, Tremonti e altri illuminati vanno ripetendo da mesi. Bene, adeguiamoci, ma per favore adeguiamoci completamente e quindi estendiamo gli ammortizzatori al 70% dei disoccupati come succede nel resto d’Europa e non solo al 30% come accade qui da noi. Adeguiamo salari e stipendi alla media europea, visto che quelli italiani sono tra i più bassi del continente. Adeguiamo questo schizofrenico mercato al lavoro, in cui i giovani sono condannati a un precariato eterno e senza garanzie, (il tasso di disoccupazione dei nostri laureati è il più alto d’Europa) mentre gli adulti vengono licenziati dopo i 40 anni e estromessi da qualsiasi possibilità di ricollocazione. Adeguiamo le pensioni sociali tra le più basse d’Europa e adeguiamoci al resto del continente in materia di reddito d’integrazione, visto che insieme alla Grecia e all’Ungheria siamo l’unica nazione europea che non lo prevede. E già che ci siamo adeguiamoci pure agli standard contro la corruzione e l’evasione fiscale, che ci vedono anche qui tra i primatisti.
L’attacco al lavoro presente in questo programma è mostruoso. La maggiore diffusione dei contratti di apprendistato e inserimento tra le donne, non fa altro che rafforzare quel sistema di precarizzazione e flessibilità che tanti danni ha già fatto e che viene riproposto in maniera più selvaggia.  Il risarcimento economico proposto come riequilibratore della possibilità illimitata di licenziare non è solo un’ingiustizia formale ma anche il modo per svilire il lavoro dai suoi contenuti di socialità e integrazione. Ridurre il lavoro a unico fattore economico significa non capire che esso ha anche altri contenuti, che attraverso di esso le persone costruiscono la loro identità e contribuiscono allo sviluppo etico  e alla crescita della società. Il lavoro fino ad oggi ha unito le generazioni in un patto di reciproca solidarietà per quanto riguarda le pensioni e ha permesso di costruire professionalità e identità sociali. Ridurlo a mero elemento economico significa spersonalizzare qualunque rapporto e considerare le persone come una merce acquistabile e vendibile né più né meno di un paio di scarpe. La finanza sta lentamente distruggendo la società con i suoi meccanismi perversi di accumulo del capitale e lavorare oggi è diventato un peso e una colpa. E’ obbligo per tutti opporsi a questo prima che si diventi irrimediabilmente una società dove la gran massa è esclusa da tutto e diritti e ricchezza sono in mano ai pochi che decidono per tutti gli altri.

Stefano Giusti, Sociologo, Presidente dell’ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura.