Mercoledì 18 Ottobre 2017
L’ECONOMIA REALE E QUELLA SULLA CARTA PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Giovedì 03 Novembre 2011 10:06

Di STEFANO GIUSTI* - Strana gente gli economisti. Non ne azzeccano una da anni, propongono teorie bislacche, eppure vengono considerati depositari di credibili e infallibili soluzioni da applicare sulla pelle di chi lavora. In questi giorni l’Istat ha pubblicato l’ennesimo bollettino di guerra: la disoccupazione generale cresce, quella specificatamente giovanile tocca la punta pazzesca del 29,3% e crescono pure gli inattivi, cioè coloro che il lavoro hanno smesso di cercarlo.  C’è da mettersi le mani nei capelli, ma ecco che gli scienziati dell’economia su carta, per bocca dell’ineffabile Ministro del Lavoro, producono la ricetta magica per rilanciare l’occupazione: aumento dell’età pensionabile, libertà di licenziamento, maggiore diffusione dei contratti precari.

Se un medico consigliasse a un malato di fegato, dosi massicce di vino e grappa a pranzo e cena, probabilmente lo farebbero rinchiudere in manicomio. Qui in Italia a fronte di certe dichiarazioni si trova subito una platea plaudente, pronta a giurare sulla sicura riuscita di una tale cura.  Poco importa se ancora nessuno ha dimostrato la corrispondenza causa effetto di un simile intervento. Nessuno pone mai la domanda “ma quanto sviluppo ha mai prodotto un licenziamento”? E se c’è esigenza di assumere, perché mai ci dovrebbe essere bisogno di licenziare?
In questi giorni la Cgia di Mestre (Associazione Artigiani Piccole Imprese) ha presentato uno studio in cui si afferma che, se in questi anni fosse già stata applicata la normativa che rende più semplici i licenziamenti, il tasso di disoccupazione in Italia sarebbe salito all'11,1%, anziché all'attuale 8,2%. Il ministro del Lavoro ha subito precisato: "dati sbagliati" ma se ne è guardato bene dall’argomentare perché sarebbero sbagliati i dati della Cgia ed esatti quelli dei suoi scienziati dell’economia.
Nessuno sottolinea mai che quelli che oggi inneggiano all’ennesima riforma peggiorativa, sono gli stessi che, al momento dell’approvazione della Legge 276, quella che introdusse nuove tipologie contrattuali, garantivano, assicuravano, davano per certo, l’aumento dei posti di lavoro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un giovane su tre non trova lavoro, quando lo trova è precario e sottopagato. Chi il lavoro lo perde non riesce a ritrovarlo e chi lavora fatica a mettere insieme pranzo e cena per via di stipendi tra i più bassi d’Europa. Basterebbe questo per fare esattamente il contrario di quello che teorizzano ministri e i loro consiglieri ma non è così.  “Colpa della crisi non delle leggi”  replicano ineffabili questi esperti dagli stipendi con molti zeri. Già la crisi, ma quale e di chi?
Nei giorni scorsi il Credit Suisse, una delle banche più accreditate del sistema finanziario  mondiale ha reso noto in un suo rapporto che, nel 2010, all’1% della popolazione mondiale è andato il 39% della ricchezza globale. L’Ufficio Bilancio della  Congresso USA fa sapere che negli ultimi 30 anni il reddito della popolazione più ricca è salito del 275% mentre quello della popolazione più povera appena del 20%. Questa redistribuzione che ha spostato quote di reddito facendole passare dai salari ai profitti, è la causa principale dell’attuale crisi.  E in Italia come va?
Secondo le stime del rapporto dell’ Organizzazione Internazionale del Lavoro, a parità di potere di acquisto, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia del 16% tra il 1988 e il 2006. Le quote di reddito ottenute sono passate quasi tutte sui profitti, lasciando salari e stipendi  quasi totalmente fermi.
L’aumento della diseguaglianza a partire dagli anni ‘80, è stato caratterizzato dalla diminuzione della quota delle retribuzioni sul reddito nazionale. Tutte le economie dei paesi sviluppati hanno subito negli ultimi decenni un processo di redistribuzione dei redditi a favore dei profitti e delle rendite e non su salari e stipendi, ma l’Italia ha assistito ad un processo ancora più accentuato e ancora più squilibrato rispetto alla maggior parte degli altri paesi europei. 
Di fronte a questa sproporzione, che fa pagare la presunta crisi solo a chi lavora, la “filosofia”  di questo governo, la sua risposta è quella di rendere più facile i licenziamenti e aumentare la flessibilità. Se questa boutade comica è  l'unica politica di sviluppo che il governo riesce a pensare, viene da fare un solo commento, prendendolo a prestito proprio da chi il mestiere di comico lo sapeva fare bene:  “Ministro, ma mi faccia il piacere…”

 

* Stefano Giusti, Sociologo, Presidente dell’ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura. 

 

3-11-2011