Lunedì 11 Dicembre 2017
Gaza Freedom March: esperienza positiva nonostante il governo egiziano PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Venerdì 08 Gennaio 2010 21:22

Maurizio Musolino* - Finita la Gaza Freedom March e tornati a casa è tempo di bilanci. Sicuramente considerando tutti i fattori e quanto avvenuto in dieci giorni al Cairo la barra vira decisamente verso il segno positivo. Positivo, perché grazie anche alla vergognosa posizione del governo egiziano di non farci passare dal suo territorio per raggiungere il valico di Rafah, che collega l’Egitto a Gaza, la Marcia è diventata veramente internazionale con una ricaduta mediatica in tutti i paesi del mondo, ad iniziare proprio dallo stesso Egitto e da gran parte delle nazioni arabe, per finire a noi, l’Italia, dove normalmente su quanto avviene in Medioriente c’è un silenzio a dir poco assordante. ....

Resta però il rammarico per non essere riusciti ad entrare in quella striscia di Palestina oramai da anni vittima, insieme a tutti i territori occupati da Israele, di un embargo assassino e illegale. Un rammarico amplificato dal aver costatato sulla nostra pelle la violenza del potere egiziano che ci ha riservato un trattamento pesantissimo che ha causato anche il ferimento di alcuni nostri compagni. Un trattamento esplicativo del carattere del regime di Mubarak, regime troppe volte coccolato dalle potenze occidentali ad iniziare proprio dai nostri governi, che in questi anni – in modo purtroppo trasversale – hanno sempre considerato come partner senza mai condannarne le violazioni dei diritti umani.
Una violenza ingiustificata, se si considera che la nostra sola richiesta era quella di poterci recare a Gaza, senza interferire nei problemi interni dell’Egitto. Una cosa normale, che però in un'area dove la normalità e la giustizia non sono di casa diventa come per incanto destabilizzante e sovversiva. Sono infatti queste le motivazioni che hanno convinto il governo del Cairo a vietare la Marcia (fatto a dir poco singolare visto che si doveva svolgere in terra di Palestina) e a costringere circa mille e cinquecento pacifisti ad una sorta di arresto domiciliare collettivo nella capitale egiziana. Un accanimento che alla fine si è ritorto contro lo stesso governo egiziano, visto che anche la stampa locale, soggetta a pressioni fortissime da parte dei poteri forti, si è vista costretta a dare notizia degli scontri riportando nelle prime pagine grandi foto dei manifestanti e soprattutto della bandiera palestinese srotolata da un lato di una piramide da alcuni attivisti francesi.
E così dopo quasi una settimana in terra egiziana fra i militanti filo palestinesi della Marcia, tirando le somme di questa esperienza non si può fare a meno di ragionare sul significato dell’iniziativa. Fra i tanti temi di discussione uno ha senza dubbio un valore altissimo: quello delle contraddizioni presenti in molti stati arabi sulla questione Palestina. Tutti amici e fratelli a parole, ma pronti a pugnalare alle spalle questo popolo o ad utilizzarne a scopo propagandistico le sofferenze. Perché non ci hanno fatto entrare a Gaza? Perché il valico di Rafah invece di rappresentare un polmone di libertà per una popolazione stremata da un durissimo embargo rappresenta nei fatti una delle cinque porte della "prigione"? Queste sono le domanda che tutti noi ci siamo fatti in quei giorni al Cairo. 
Abbiamo sentito e letto molte risposte. Innanzitutto i riferimenti ai rapporti internazionali con l'amministrazione statunitense e quelli con Israele stessa, che imporrebbero al governo dell'Egitto una severissima gestione del valico. L'altra settimana Netanyahu era in visita da Mubarak e sembra che fra i temi in agenda ci fosse quello della convocazione di un summit capace di mettere insieme i leader israeliani ed egiziani con il presidente dell'Anp Abu Mazen  - anche lui al Cairo in quei giorni - allo scopo di riaprire un dialogo e normalizzare Gaza. C'è poi il timore che un valico permeabile consenta una saldatura fra l'opposizione dei Fratelli musulmani egiziani e il partito di Hamas che governa Gaza. Ma se questo era uno dei timori allora si spiegherebbe ancor meno l'aver bloccato la Marcia. Una delle conseguenze del non ingresso a Gaza dei 1500 pacifisti internazionali è stata infatti la possibilità proprio per Hamas di avere il monopolio delle manifestazioni che ad un anno di distanza hanno ricordato il barbaro bombardamento da parte di Israele.
Infine fra i possibile motivi del divieto di attraversare Rafah si adombra quello di impedire che i riflettori siano puntati su un tema che in questi giorni fa molto discutere la popolazione egiziana e in generale del mondo arabo: la denuncia della costruzione di una barriera metallica capace di mettere fine a quei valichi alternativi rappresentati dai numerosi tunnel che collegano l'Egitto con Gaza. Tunnel che rappresentano spesso l'unica possibilità di sopravvivenza.

*Giornalista e componente della delegazione italiana che avrebbe dovuto raggiungere Gaza


8-1-10

ARTICOLI CORRELATI:
Cairo. Polizia egiziana carica manifestanti pro-palestina e impedisce di raggiungere Gaza