Lunedì 21 Agosto 2017
Quel coraggio globale che spodesta i tiranni. Rapporto Amnesty 2012 PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Giovedì 24 Maggio 2012 09:55

Di Antonella De Biasi - Il coraggio del popolo globale ha invaso le piazze nel corso del 2011 e non si è più fermato. Di contro anche il fallimento della leadership è diventato globale.

«I dirigenti politici hanno risposto alle proteste con brutalità e indifferenza», denuncia Christine Weise, presidente di Amnesty International Italia, presentando a Roma l'edizione italiana del Rapporto annuale 2012, pubblicata da Fandango Libri.

«I governi devono dimostrare di possedere una leadership legittima e combattere le ingiustizie, proteggendo chi è senza potere e limitando l'azione di coloro che il potere ce l'hanno. E' giunto il momento di mettere le persone prima delle aziende e i diritti prima dei profitti», continua Weise.

 Nel corso del lancio del 50esimo rapporto annuale l'ong ha ribadito la richiesta di un forte Trattato globale sul commercio di armi entro l'anno. Il Consiglio di sicurezza ormai è un organismo debole, sempre più inadeguato rispetto ai suoi obiettivi. I suoi membri permanenti mantengono un potere assoluto di veto su ogni risoluzione, nonostante siano i principali fornitori mondiali di armi.

«Le persone scese in strada nel 2011 hanno mostrato che il cambiamento è possibile e hanno gettato il guanto della sfida ai governi, chiedendo loro di stare dalla parte della giustizia, dell'uguaglianza e della dignità. Hanno fatto vedere che i leader che non rispondono a quelle aspettative non saranno ulteriormente accettati. Dopo un inizio nefasto, il 2012 deve essere l'anno dell'azione», ha concluso Weise.

Un anno di svolta

Dalle prime rivolte del cous cous di dicembre 2010 e gennaio 2011 il Medio Oriente e l'Africa del Nord hanno gridato al mondo la loro fame di democrazia e di diritti. Anche nel resto dell'Africa la gente è scesa in strada, e poi in Europa, in Asia, nelle Americhe. Da Mosca a Londra, passando per Atene, Roma, fino a Dakar, La Paz, Phnom Penh, New York. La leadership, i governi, i poteri forti hanno sfruttato sincere preoccupazioni per la sicurezza o per i tassi di criminalità allo scopo di giustificare o ignorare violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza.

I dati

Ogni anno nel mondo 500mila persone muoiono per atti di violenza armata, solo 35 paesi pubblicano rapporti nazionali su trasferimenti di armi convenzionali e almeno il 60% delle violazioni dei diritti umani documentate da Amnesty è legato all'uso di armi da piccolo calibro o leggere. Per quanto riguarda la libertà di espressione non va meglio: vi sono restrizioni in almeno 91 paesi, maltrattamenti e torture in almeno 101 paesi, soprattutto nei confronti di persone che avevano preso parte a manifestazioni antigovernative. Le condanne a morte sono state eseguite in 21 paesi (persino nel civilissimo Giappone), quelle emesse in 63 paesi e ci sono almeno 18.750 prigionieri nei bracci della morte.

L'Europa allargata

In tutto lo spazio ex sovietico i difensori dei diritti umani e i giornalisti sono stati di frequente perseguitati, intimiditi e picchiati. Il paese che quest'anno ospita l'Eurovision, l'Azerbaigian, ha soppresso la libertà d'espressione e 16 prigionieri di coscienza sono ancora in carcere per aver criticato il governo. Veniamo ai problemi di casa nostra: almeno 1.500 migranti e rifugiati, tra cui donne incinte e bambini, sono annegati nel Mediterraneo mentre cercavano di raggiungere l'Europa via mare. L'Unione europea ha respinto imbarcazioni piuttosto che cercare di impedire la morte delle persone a bordo. L'Italia ha espulso molte persone arrivate da Tunisia e altri paesi, come Francia e Regno Unito hanno rifiutato di reinsediare migranti libici. Quindi mentre Cameron e Sarkozy lanciavano bombe sulla Libia, alle loro frontiere si rifiutavano di accogliere le persone che scappavano da quelle bombe “umanitarie”. Esattamente la stessa ambiguità mostrata dal governo italiano. In Italia inoltre le minoranze come i migranti, i rom e le persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender hanno subito ampie discriminazioni.

La situazione italiana

L'Italia è un paese incluso in un Mediterraneo molto orientale, era ed è un partner commerciale di Libia e Tunisia e poi è un paese di primo approdo per rifugiati. «I regimi amici sono crollati grazie alle proteste delle popolazioni, non dei leader. E' saltato il tappo dell'oppressione e quindi anche i negoziati», spiega Giusy D'Alconzo, direttore Ufficio campagne e ricerca di Amnesty Italia. Così nel 2011 a Lampedusa sono arrivate 50mila persone, gli anni dei respingimenti sono stati d'un colpo archiviati. «In quei giorni a Lampedusa è stata volontariamente provocata una crisi umanitaria dal governo italiano. Noi invece siamo per una risposta umanitaria che dà prevalenza alla vita umana. Lì invece in quei giorni c'è stata una mancanza di pianificazione: assenza di status giuridico e assenza di accoglienza materiale», spiega D'Alconzo. Eppure negli anni l'Italia si è distinta per aver salvato tante vite umane in mare; durante le rivolte in Nord Africa aveva i mezzi assieme all'Europa per fare il suo dovere e non l'ha fatto. D'Alconzo si chiede in che maniera ora il governo Monti vorrà agire in discontinuità col precedente esecutivo: «I rapporti diplomatici con la Libia saranno un test importante, si può scegliere di proteggere le persone o rinviarle nei paesi di tortura. Occorre preoccuparsi di che paese sarà la nuova Libia». E' ancora in vigore il Trattato di amicizia con la Libia del 2009. D'Alconzo sottolinea che ad aprile in Libia è stato sottoscritto un nuovo accordo da parte del governo italiano in merito alla sicurezza, al controllo delle coste ecc. «Ma il testo di questo accordo non è disponibile. Perciò è un accordo segreto e questo ci preoccupa molto», dice D'Alconzo.

Rom, reati omofobici e tortura

Amnesty denuncia l'uso eccessivo della politica degli sgomberi attuata in Italia, quando nei fatti non c'è nessuna emergenza. La situazione di Pescara, legata all'omicidio del primo maggio di Domenico Rigante, del quale è sospettato un cittadino italiano di etnia rom, preoccupa molto per il rischio di violenza generalizzata. Poi in Italia sono molti i casi di violenza omofobica che non trova nella legge una giusta punizione. Inoltre, come già denunciato da Amnesty Italia, nell'ordinamento italiano manca il reato di tortura. E' da poco passato il decennale del G8 di Genova e lo Stato non ha fatto nulla per ricordare quelle violenze. «La polizia è aggrovigliata al rispetto dei diritti umani in un paese, senza polizia non ci può essere rispetto di questo diritto. Urge un pacchetto di riforme per i diritti umani in Italia», conclude D'Alconzo.

 

24-05-2012