Mercoledì 13 Dicembre 2017
“Diamo un calcio all’omofobia”. Quando lo sport può essere veicolo di cambiamento PDF Stampa E-mail
Scritto da Valentina Valentini   
Martedì 18 Febbraio 2014 11:51

Parte la campagna di sensibilizzazione lanciata da Paddy Power, insieme alle Associazioni Nazionali Arcigay e ArciLesbica e con la collaborazione della Fondazione Candido Cannavò per lo Sport con lo slogan “Diamo un calcio all'omofobia - Chi allaccia ci mette la faccia”.

Un semplice gesto, quello di indossare lacci arcobaleno sulle scarpe nei campi di calcio, basket e pallavolo per sostenere la lotta contro le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere. Sportivi, atleti olimpionici, personaggi famosi daranno il proprio contributo mettendoci la faccia in un momento in cui sport e discriminazioni di genere sono argomenti spesso trattati insieme.

 

Le olimpiadi di Sochi hanno puntato i riflettori sulle leggi e sulla politica discriminatoria della Russia di Putin e su un problema più vasto di tolleranza, accettazione e libertà, che riguarda ancora gran parte della società in tutto il mondo. Sono arrivati messaggi forti da alcuni leader mondiali che hanno disertato la cerimonia di apertura dei Giochi invernali, a partire da Barack Obama che non si è presentato a Sochi, inviando invece una delegazione con alcuni atleti dichiaratamente omosessuali. Presente invece l’ormai ex-presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta, che ha dichiarato: “Per me lo sport non è politica”. Chissà se la pensa così Vladimir Luxuria, arrestata e fortunatamente rilasciata dalla polizia russa solo perché mostrava una bandiera arcobaleno con scritto “è ok essere gay”. Se la pensa così Michael Sam, campione che sfida lo sport più maschio d’America, il football, facendo coming-out. O Nicole Beniamino, portiere della Nazionale Italiana di hockey in-line, giovanissima atleta di 22 anni che dichiara di essere lesbica e dice: “Perché se non siamo noi a cambiare le cose, le cose potrebbero non cambiare mai”.

 

Già perché lo sport, nella sua accezione migliore, può essere veicolo di cambiamento, portatore di valori importanti e di idee rivoluzionare, lo sport può essere cultura e, caro Letta, può anche essere politica. Lo sapeva bene Nelson Mandela che sosteneva "lo sport ha il potere di cambiare il mondo, di unire la gente" e che ebbe il coraggio e la lungimiranza di sostenere da Presidente neo-eletto la nazionale sudafricana di rugby, composta da afrikaner . Per la prima volta neri e bianchi si trovarono a tifare e festeggiare insieme dopo l’apartheid. Lo sapevano i velocisti afroamericani Tommy Smith e Jhon Carlos, che alle olimpiadi di Messico ’68 salirono sul podio a piedi nudi e col pungo alzato, col guanto nero simbolo del Black Power, il movimento a difesa dei diritti dei neri d'America. Tornando indietro nel tempo ricordiamo la partita della morte, l’impresa in cui i giocatori della Dinamo Kiev il 9 agosto 1942 in una Ucraina occupata dai nazisti giocarono con coraggio, fino allo stremo e batterono la squadra tedesca. Una vittoria che per molti giocatori della Dinamo significò la morte o la prigionia. Lo sapevano quei ragazzi, eppure decisero di regalare alla loro città martoriata ed impaurita 90 minuti di speranza, di rivalsa, di dignità.

 

Lo sport può essere cambiamento, può essere coraggio, può essere cultura, può essere azione sociale, può essere politica. In questi giorni e soprattutto il 22 e 23 febbraio mettiamoci tutti la faccia, mettiamo lacci arcobaleno!

 

Valentina Valentini

 

18-02-2014