Venerdì 18 Agosto 2017
Migranti. L’Europa che respinge e l’Europa che accoglie PDF Stampa E-mail
Scritto da Valentina Valentini   
Giovedì 03 Settembre 2015 08:49

Le immagini di Budapest restano nella memoria e nel cuore, come quelle dei migranti fermati in Francia e lasciati sugli scogli. In queste ore oltre 2mila migranti aspettano sotto un caldo soffocante davanti alla stazione della capitale ungherese, con la speranza di salire sui treni per Austria e Germania.

 

Intanto arrivano immagini shock dal sud della Moravia: Andrew Stoehlein, di Human Rights Watch, ha postato su Twitter una foto di bambini segnati con un numero. Sembra che la polizia abbia fatto scendere 200 persone dai treni e li abbia “marchiati” con un numero sul braccio, lo stesso numero viene scritto sul biglietto del treno che la polizia sequestra. Superfluo ogni commento.

 

Ma c’è anche un’Europa che accoglie, che apre le sue porte ed è di questa Europa che vogliamo parlare. Di fronte alla crisi umanitaria in Siria il governo islandese ha offerto di accogliere cinquanta rifugiati, una posizione che non è piaciuta agli islandesi. Che Salvini sia arrivato fin lì? No, al contrario! Per gli islandesi l’offerta del governo è insufficiente e sui social network è stato lanciato un appello firmato da 12mila persone e in meno di ventiquattr’ore migliaia di islandesi hanno aperto la loro casa ai richiedenti asilo siriani. “Solo per il fatto che non stia succedendo qui, non significa che non stia succedendo”, questo lo slogan della pagina Facebook Sýrland kallar (Siria calling). Le persone offrono vestiti, cose da magiare, aiuto e posti letto. Un’ondata di solidarietà che ha convinto lo stesso premier, Sigmund David Gunnlaugsson, a studiare un piano di ospitalità più ampio.

 

E sempre dai social arriva la proposta del sindaco di Barcellona Ada Colau che lancia un appello all’empatia: “apriamo gli occhi. Non ci saranno sufficienti muri, né filo spinato che blocchino tutto questo. Né gas lacrimogeni, né proiettili di gomma. O affrontiamo questo dramma umano partendo dalla capacità di amare che ci rende umani, o finiremo tutti disumanizzati. E ci saranno altri morti, molti altri. Questa non è una battaglia per proteggerci ‘dagli altri’. In questo istante, questa è una guerra per la vita […] Ciò di cui ha bisogno l’Europa, urgentemente, è una ‘chiamata’ all’affetto, una chiamata all’empatia. Potrebbero essere i nostri figli, le nostre sorelle o le nostre madri. Potremmo essere noi, come tanti dei nostri nonni che furono esiliati”.

Questa è l’Europa che ci piace e di cui vogliamo far parte, che nasce a Lampedusa, dove l’umanità e la solidarietà degli abitanti fanno ogni giorno la differenza.

 

Valentina Valentini

 

03-09-2015