Mercoledì 13 Dicembre 2017
Una storia di diritti distorti PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Venerdì 19 Marzo 2010 09:05

"Provo a scriverti questa storia… una storia di cui non vado fiera, e che non vedo mai completamente mia… credo sia la storia della mia generazione…

Ragazzi spesso spaesati e spaventati che cercano di costruirsi un futuro senza essere capaci di vedere il futuro… perché ci è stato tolto il diritto di sognare… non c’è il diritto ad un contratto, non puoi ammalarti, non puoi avere un figlio, una casa, una famiglia… nessun diritto… e così, dopo averci lasciato sognare, averci fatto credere che eravamo la generazione del futuro, quando è arrivato il futuro ci avete diseredato di tutto.
Così a 30 anni ci ritroviamo a passare da un lavoro all’altro cercando il giusto compromesso tra la soddisfazione personale e un degno sostentamento, ci ritroviamo a lavorare di giorno e studiare di notte, a firmare contratti in cui rinunciamo al pagamento delle 100 – 150 ore di straordinari che faremo, ci ritroviamo a fare scelte assurde, irrazionali, deleterie, in virtù di un’etica professionale che ci impone di fare al meglio il nostro lavoro..
Credo comincerò da questo… dal giorno in cui ho perso l’anima perché volevo essere lasciata in pace mentre lavoravo…
E poi continuerò con tutto il resto… vorrei riuscire a trasmetterti i sentimenti, le emozioni…vorrei che la gente capisse che non siamo numeri in una ridicola statistica ma esseri umani, spesso lasciati soli, senza diritti e senza tutela… persone dimenticate, cancellate, che non esistono. Se solo una persona lì su si accorgesse che esistiamo…     
“ Vorrei essere capace di reagire, ma non ci riesco…Resto ferma… penso a quello che è successo… Con gli uffici mezzi vuoti e gli orari interminabili era facile per lui…Troppi momenti in cui nessuno poteva vederlo, troppi momenti in cui si è sentito autorizzato a fare quel che voleva… forte del fatto che nessuna denuncia gli avrebbe leso…che i suoi colleghi lo avrebbero difeso anche davanti ad un giudice, forte del fatto che il mio capo non mi avrebbe protetto, è più importante tutelare un contratto da n mila euro con un’importante azienda che i diritti di un essere umano… Ho provato ad affrontarlo, a fargli capire quanto sbagliato e meschino fosse il suo comportamento, ho provato a fargli capire che non poteva abusare delle persone, non poteva abusare di me, io volevo solo fare il mio lavoro, mi toglieva la serenità per farlo al meglio, non potevo perdere tempo a difendermi da un uomo incapace di controllare istinti animaleschi e violenti…l’esito è stato disastroso…mi ha chiesto perché continuavo a resistergli, era inutile, avrebbe avuto ciò che voleva, mi ha sbattuto sul tavolo e mi ha baciato…Indifferente al fatto che non rispondessi ai suoi baci e che cercassi di allontanarlo è andato avanti come se fosse la cosa più naturale di questo mondo… non sono capace di uscirne, vedo un’unica via, umiliarlo nella sua bestialità, nel suo ego maschile…Ti odio bastardo…quando ti accorgerai di non poter avere ciò che vuoi mi lascerai in pace…devi lasciarmi in pace per forza…Un altro giorno… poi finirà tutto questo…
Ho accettato passivamente che mi mettesse le mani addosso, ho accettato di passare la notte con lui… volevo fargli capire che comunque non sarebbe riuscito ad avermi. Per tutta la notte ha provato ad entrare, per tutta la notte gli ho resistito, e non pensavo facesse così male, non pensavo fosse così doloroso, mi avesse violentato forse mi avrebbe fatto meno male, fisicamente e moralmente. Non pensavo potesse essere così ostinato… ogni volta speravo fosse l’ultima… ogni volta ricominciava… è andato avanti l’intera notte. Ho passato il fine settimana a fissare il vuoto, a condannarmi per la mia stupidità.
Ognuno ha quel che si merita, ognuno sceglie il proprio destino, e con le spalle al muro io reagisco d’istinto, volevo punirlo, ho punito me stessa… resto ferma e continuo a pensare di non riuscire a reagire… vedo il sangue che scorre, che continua a scorrere e mi chiedo quando smetterà, dovrei farmi vedere… ma che spiegazioni potrei dare? Abbraccio me stessa e chiedo all’altra parte di me di placarsi, di andare avanti, di consolarsi nel fatto che l’incubo è finito… Ha avuto quello che voleva, ora mi lascerà in pace mentre lavoro, non dovrò più guardarmi le spalle in cantiere, non dovrò più difendermi…gli ho dato quel che voleva in cambio d’essere lasciata in pace durante il giorno…”
Credevo di poter andare avanti, forse all’epoca anche io credevo di essere solo un numero, un dato, un lavoratore che fa di tutto per poter svolgere al meglio la propria professione, e nel mio caso significava rinunciare ad essere una donna…
Due mesi dopo ho trovato un altro lavoro, presso un’impresa… mi occupavo di cantieri e lavori edili, gli operai non amavano essere comandati da una donna…il mio datore non voleva tutelarmi in questo… quegli uomini erano un affare per lui, il miglior prezzo alla migliore qualità, era bene che io sopportassi qualsiasi cosa e tacessi…mi chiamavano a qualsiasi ora, festivi compresi, ricordo che il 24 dicembre ero in giro per la mia città per gli ultimi regali, e mentre le mie amiche avevano il fard e il rossetto nella borsa, io avevo i disegni di cantiere… il 27 dicembre ero di nuovo a lavoro, in un anno ho avuto scarsa una settimana di ferie, con reperibilità comunque…
E gli orari di lavoro diventavano sempre più massacranti… quando sono arrivata a lavorare 18 ore al giorno, a partire  da un cantiere alle 9 di sera per essere operativa in altro distante 600 km alle  7 del mattino dopo, ho pensato che sarei collassata prima dei 30..
Quando un operaio mi ha aggredito, malmenato e minacciato di buttarmi giù da 10 mt di altezza, quando per una frazione di secondo ho pensato che quello sarebbe stato il mio ultimo giorno di vita, mi sono sorpresa a sentirmi sollevata… questo è un calvario, non è vita, questa è schiavitù, non è lavoro…
In seguito ho trovato un altro lavoro, in ufficio questa volta… e mi sono accorta di non poter fare a meno del cantiere… io amo il cantiere, nonostante tutto…
Ma il punto non è questo, pensavo che peggio non potesse andarmi, mi sono accorta che non c’è limite alla disumanità, non c’è limite allo sfruttamento e al logorio della mente, all’alienazione, e a datori di lavoro che forti della nostra necessità di lavorare, ci impongono qualsiasi cosa, consci che sotto la minaccia del licenziamento non  avremo nulla da obbiettare…
In due mesi di questo strazio mi sono ammalata, nel corpo e nello spirito, dopo 4 mesi i dolori erano insopportabili, non riuscivo più a mangiare. Ma dovevo lavorare, non avevo diritto alle malattie, né alle ferie, spesso era impossibile anche solo prendere un’ora di permesso per andare dal medico, trascorrevo i viaggi piangendo per il dolore e per la frustrazione, le giornate lavorando e aspettando solo di poter andare a dormire la sera e dimenticare quanto male stessi, quanto il mio corpo di stesse debilitando, quanto la mia mente si stesse alienando…
Anche questo incubo è finito…
Resta l’amarezza della consapevolezza…
Avrei tante altre esperienze da raccontare… ti ho raccontato meno di 3 anni… Parole su parole per arrivare ad una conclusione evidente.
Ho iniziato a lavorare nel 2003… 7 anni fa… ero piena di sogni e ambizioni, dopo tanti sacrifici credevo che  avrei potuto costruire il mio futuro… non ho mai pensato che sarebbe stato facile, sono stata educata nel senso del dovere, nella moralità, nella consapevolezza che ogni conquista debba essere sudata… ma anche nella consapevolezza che esistono dei diritti oltre ai doveri.
Ho perso questa consapevolezza.
Ho visto una collega al nono mese di gravidanza farsi le sue 9 ore di lavoro e la mattina dopo andare in ospedale, partorire col cesareo e tornare a lavoro qualche giorno dopo. Non aveva diritto alla maternità e non poteva perdere quel lavoro.
Ho visto un collega messo alla porta dalla sera alla mattina per una parola di troppo, e altri licenziati perché si erano accorti di illeciti sul luogo di lavoro.
Ho visto ragazzi della mia età, immigrati come me, per strada, licenziati senza capire perché, spesso senza un motivo professionale, con la consapevolezza che dovevano da qualche parte trovare i soldi per l’affitto della lurida camera in cui dormivano, l’unica che potevano permettersi col loro magro stipendio, e con un’altra peggiore consapevolezza: chiamare i propri genitori per avere un po’ di conforto significava prendersi le ramanzine del padre che, forte del proprio contratto a tempo indeterminato, avrebbe chiesto al figlio quando si decideva a trovarsi un lavoro serio, o come aveva fatto ad aver così poco buon senso da perdere il posto di lavoro.
Ho visto un collega dormire in ufficio perché la mattina prima era stato obbligato, minaccia licenziamento, ad andare a lavoro, a 100 km da casa, nonostante i 30 cm di neve già a terra… la sera non era riuscito a tornare a casa…
Ma quello che di peggio ho visto è la mia generazione. Una generazione che trova ormai naturale e logico e sensato essere costantemente malmenata, umiliata, sfruttata, calpestata nei propri diritti non solo professionali ma anche umani.
Quello che di peggio ho visto è questo, una generazione che non ha più sogni o speranze o desideri, che non sa più cosa è giusto e cosa è sbagliato, perché troppo abituata a sopravvivere con la forza della disperazione. Ho visto una generazione che non crede più in se stessa.
E se anche il paragone può essere eccessivo, a volte osservo la mia generazione e ripenso ai tanti libri letti sulla persecuzione degli ebrei, sul logorio mentale e fisico a cui erano sottoposti e su come questo li abbia disumanizzati al punto da giustificare quasi i crimini commessi dal nazismo.
Vedo la mia generazione e ripenso alle parole di Levi, mi chiedo anche io se siamo ancora uomini… o soltanto numeri, parti di una macchina necessaria a rendere sempre più ricchi e potenti impresari, direttori amministrativi, gente di un’altra epoca che si arricchisce sfruttando la nostra disperazione.
Mi chiedo quando tutto questo finirà, quando qualcuno ci darà il diritto di riprenderci il nostro futuro.
E spero accada presto, perché ho un fratellino che già ora mentre studia guarda al futuro con scetticismo, guarda noi fratelli maggiori nelle nostre disavventure e si chiede cosa lo aspetta. Io almeno a 18 anni avevo i miei sogni, lui non ha neanche quelli, e farei qualsiasi cosa solo per evitare a lui questo calvario che è il mondo lavorativo della mia generazione…farei qualsiasi cosa per potergli regalare un sogno da rincorrere".       

19-3-10
            
Questa è una lettera-testimonianza ricevuta a Milano da Atdal Over 40, associazione che si occupa della disoccupazione in età matura, da parte di una donna, precaria e con alle spalle problemi di lavoro comuni a tanti, sia giovani che meno giovani. La persona, pur incontrando l'Associazione e autorizzando la publicazione della lettera,  vuole rimanere anonima non per mancanza di coraggio ma per evitare problemi e difficoltà nel suo attuale impiego