Giovedì 25 Maggio 2017
Gli “inattivi” o…il lavoratore inesistente PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Martedì 20 Luglio 2010 07:48

Di Stefano Giusti - Li hanno chiamati in vari modi: c’è chi parlando dei più giovani ha fantasiosamente usato il termine “generazione né-né” (intendendo né lavoro né studio), chi li chiama “scoraggiati” mentre per l’Istat sono gli “inattivi”. Si tratta di quei disoccupati che  hanno smesso di cercare lavoro ma che per qualche strano  criterio metodologico non vengono conteggiati tra i senza lavoro e vengono inseriti in una categoria a parte, detta appunto di “inattivi”...


Secondo le ultime rilevazioni le persone in cerca di lavoro sono ormai 2,2 milioni, ma  il dato più inquietante, sottolineato persino dalla Banca d'Italia,  è quello che riguarda il numero crescente di “scoraggiati”, un invisibile esercito che se fosse correttamente conteggiato (assieme all'equivalente delle ore di Cassa Integrazione) porterebbe  il tasso di disoccupazione al 10,6% facendo diventare i disoccupati effettivi 3,6 milioni, alla faccia dell’ottimismo sempre professato dal Cavaliere e dai suoi ineffabili Ministri.
La cosa che ci si dovrebbe chiedere, al di là dello stirare i numeri dove fa comodo, è perché mai una persona che ha perso il lavoro debba “scoraggiarsi” nel cercarlo e diventare inattivo. Intanto è bene spiegare cos’è per le rilevazioni statistiche un inattivo, altrimenti detto così viene da pensare a un fannullone di quelli a cui Brunetta da implacabilmente la caccia.
Per l’Istat la voce Inattivo comprende le persone tra i 14 e i 64 anni suddivise in quattro sottocategorie:
a) coloro che cercano lavoro non attivamente e sono disponibili a lavorare
b) coloro che non cercano lavoro e non sono immediatamente disponibili
c) coloro che non cercano lavoro, ma sarebbero disposti ad accettarne uno che gli venisse offerto
d) coloro che non cercano lavoro e che non sono disponibili a lavorare
Cosa significa per l’Istat  invece cercare lavoro attivamente (e quindi rientrare nell’altra categoria, quella dei disoccupati)? Vuol dire aver avuto un colloquio di lavoro o un contatto con un centro pubblico per l'impiego o aver partecipato a un concorso pubblico, oppure aver messo un annuncio sul giornale entro le due settimane precedenti  il momento dell'intervista.
Detto questo che chiarisce un po’ il variegato mondo dell’inattività, esaminiamo alcuni dati che potrebbero aiutarci a rispondere alla domanda “ma perché si diventa inattivi?”. In Italia (sempre dati Istat alla mano) “la ricerca di lavoro rimane prevalentemente affidata ai canali informali (conoscenti, amici e parenti), a cui ricorre circa il 76% delle persone in cerca di lavoro, rispetto al 58,3 per cento della media Ue. Anche i datori di lavoro sembrano preferire i canali informali: la conoscenza diretta o la segnalazione costituiscono le principali modalità di selezione del personale per quasi un imprenditore su due. Pochi gli individui che trovano lavoro tramite i Centri per l’impiego. Nel biennio 2006-2007 (ultimo periodo in cui è stata fatta una rilevazione sul collocamento pubblico) il servizio pubblico è riuscito a collocare 95 mila persone, ossia il 4,1% di coloro che vi si sono rivolti.  Ancora Istat  “Il ricorso alle Agenzie per il lavoro è inferiore a quello dei Centri per l’impiego, e servono per lo più a far fronte a picchi di produzione oppure a carenze contingenti di personale”. Insomma sia le Agenzie che i CpI non sembrano essere un buon canale per la ricollocazione di un disoccupato e in Italia se perdi il lavoro o fai parte di qualche cricca oppure è molto difficile rientrare in certi circuiti produttivi  Una rilevazione presentata a Luglio 2009 da UnionCamere (anche qui dati presi da organizzazioni non di parte) mostra come in Italia il 53% delle aziende assuma solo tramite conoscenza o segnalazione, senza passare per quelli che dovrebbero essere i canali usuali di ricollocazione: Centri per l’Impiego,  inserzioni su quotidiani o periodici specializzati,  Agenzie per il lavoro.
Di fronte a questi dati non è difficile capire perché ci si scoraggi nel cercare lavoro e perché di conseguenza si entri in un circuito di difficoltà che dopo varie peripezie porta sempre più persone in Italia a restare vittima della povertà. L’attuale governo in materia di lavoro si è segnalato solo per i continui attacchi ai diritti e alla sicurezza, senza mai mettere mano a una politica di sviluppo e di sostegno per chi perde il lavoro. Si continua a professare ottimismo e a dire che la “crisi è ormai alle spalle” ma la realtà sembra essere assolutamente diversa. L’autunno non si prospetta facile sotto questo punto di vista: aspettiamo idee e proposte concrete anche da chi dovrebbe fare opposizione.

20.7.10


Stefano Giusti,  Sociologo, Consigliere Nazionale dell’ass.ne Atdal Over 40, che si  occupa della disoccupazione in età matura.