Mercoledì 13 Dicembre 2017
Lavoratori senza reddito. Dalla Ue una risoluzione per il reddito minimo di cittadinanza PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Martedì 26 Ottobre 2010 10:52

Di Stefano Giusti* - Nei giorni scorsi il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede l’istituzione nei paesi della UE di un reddito minimo di cittadinanza che sia pari almeno al 60% dello stipendio medio di ogni Paese...

La misura è considerata necessaria per combattere le varie forme di povertà presenti nei paesi UE, paesi che pur essendo obiettivamente ricchi, presentano una fascia di ben 85 milioni di persone che vivono sotto le soglie di reddito minime e quindi in condizioni di povertà. La risoluzione purtroppo non ha carattere legislativo ed è quindi solo un “invito” fatto dal Parlamento Europeo ad affrontare il problema in termini non assistenzialistici ma strutturali.  L’Italia è tra i pochi paesi UE in cui non esiste il reddito minimo ed è anche uno di quelli con il maggior numero di poveri. Quando si parla di povertà, di solito si pensa a fasce marginali senza lavoro e quindi senza reddito. Da alcuni anni però questa fascia si è pericolosamente ampliata arrivando a coinvolgere anche persone che, pur avendo un lavoro, hanno retribuzioni che non consentono nemmeno la basilare sopravvivenza. Si chiamano “working poor” letteralmente “lavoratori poveri” e si trovano soprattutto tra i lavoratori che passano da un contratto di collaborazione all’altro, giovani e donne in special modo. Il loro reddito è inferiore di due terzi circa di quello medio e spesso, pur avendo orari di lavoro continuativi e assimilabili a un lavoratore dipendente, percepiscono salari o stipendi assolutamente sottostimati. Oltretutto in Italia, se calcoliamo il differenziale medio tra lavoratori permanenti e temporanei, si va dagli 8,91 euro medi  all’ora percepiti dai primi ai 7,34 dei secondi. Alla precarietà si aggiunge quindi una penalizzazione salariale. In Italia secondo dati Ocse questi “lavoratori poveri” sono circa tre milioni, il 15% sul totale degli occupati contro il 10% di quelli della Danimarca o il 6% della Svezia. Una percentuale oltretutto destinata ad aumentare, vista la stagnazione del mercato occupazionale e la politica di ribasso dei redditi perseguita da gran parte dell’imprenditoria nostrana.
I più colpiti da questo fenomeno sono i meno protetti contrattualmente, appunto donne e giovani che alla fine dei contratti di collaborazione o dei tanti contratti a tempo determinato vengono spesso sostituti da altri lavoratori in una logica di continua rincorsa al ribasso salariale. Questo fenomeno ha investito tutti i paesi europei ma con una sostanziale differenza rispetto all’Italia: in Paesi come Danimarca, Olanda, Francia i periodi di disoccupazione sono integrati da forme di sostegno al reddito che coprono quasi la totalità dei lavoratori, mentre qui da noi solo il 30% dei disoccupati è coperto da una forma assistenziale. Per gli altri dal giorno dopo la perdita del lavoro si entra in una pericolosa discesa verso la povertà, in quanto pur mantenendo gli obblighi sociali (mutui, spese sanitarie o scolastiche) non c’è nessuna agevolazione per chi rimane disoccupato o appunto ha un lavoro a basso reddito. Sempre dai dati Ocse risulta inoltre che il lavoratore italiano oltre a percepire una paga più bassa rispetto a quella di un equivalente francese o tedesco, è penalizzato anche da un differente potere d’acquisto. Insomma guadagniamo meno e paghiamo di più. Un gap tra chi sta bene e chi è a rischio povertà che sta già avendo un effetto sulla struttura della nostra società, col progressivo impoverimento della classe media che scivola sempre più nella povertà.
Questo dato è confermato anche dall’Istat. Nel 2009 il reddito disponibile delle famiglie è diminuito del 2,6% rispetto all'anno precedente e il potere d'acquisto ha subito una flessione del 2,5%. Anche la spesa per i consumi ha presentato una variazione negativa dell’1,8%.
Di fronte a tutto questo bisogna rilanciare con forza l’idea che il lavoro delle persone non è una merce  che deve per forza soggiacere a regole finanziare di maggior profitto e minor costo, ma che esso è un valore e che il giusto salario  non può essere sempre quello che si ottiene rincorrendo la mano d’opera meno costosa, affinché a tutti coloro che lavorano sia garantita la possibilità di una esistenza dignitosa.

 

*Stefano Giusti, Sociologo,  Operatore di Placement e Orientamento per l’Università Roma Tre. Consigliere Nazionale dell’ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura.

26-10-10