Mercoledì 18 Ottobre 2017
Oltre la crisi: il profitto nell’era Marchionne PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Martedì 11 Gennaio 2011 10:23

Di Stefano Giusti* - Nella modalità di comunicazione usata in politica, basta ripetere un concetto in maniera apodittica, dogmatica, senza includere nel ragionamento (o presunto tale) una spiegazione o una dimostrazione di ciò che si va affermando, per far diventare quel concetto una sorta di “verità” a cui tutti aderiscono in maniera plebiscitaria e acritica...

È quello che sta accadendo con il nuovo “pensiero unico” portato avanti da Marchionne, presunto alfiere della modernizzazione, a cui si sono accodati non solo i sostenitori del liberismo d’impresa più rapace, ma anche una certa “sinistra” incapace di elaborare un progetto alternativo  e impegnata solo a rincorrere la destra sul campo dei riformismi che compiacciano imprenditori e classe dirigente.
La strategia dell’a.d. della Fiat, di imporre all’interno della fabbrica torinese una sorta di zona franca dove i diritti sono subordinati al capitale e si scambiano come merce,  è solo una parte del più generale attacco che viene portato alla struttura sociale e che colpendo anche la scuola, le pensioni, la sanità e beni primari come l’acqua, vuole arrivare a restaurare una società dove reddito e libertà siano un bene riservato a pochi.
Per far passare questo progetto vengono usate alcune parole chiave come “globalizzazione”, “concorrenza dei mercati” e soprattutto la parola “crisi”, che viene agitata come un grimaldello quando si vuole far passare un qualunque piano regressivo, come quello in atto alla Fiat.
Quest’estate il Financial Times (10 agosto 2010) ha mostrato alcuni inequivocabili dati secondo cui in questo periodo di cosiddetta crisi, industrie, compagnie petrolifere e banche hanno visto gli utili aziendali salire oltre il 100%! 
La crescita dei profitti è coincisa con una sempre maggiore crisi della classe lavoratrice su cui sono stati scaricati alcuni costi sociali. Per affrontare la recessione, le industrie  si sono liberate di milioni di lavoratori e hanno ricevuto esenzioni fiscali, sussidi e prestiti dai governi locali, statali e federali (anche la Fiat d’altronde vorrebbe delocalizzare in Serbia e in Polonia dove consistenti sono gli aiuti dello Stato e gli sgravi fiscali).
Di fronte all’aumento della disoccupazione le  aziende hanno intensificato la produzione con la rimanente forza lavoro, imponendo il modello “più produzione per singolo lavoratore” facendo così diminuire i costi e, estremo paradosso, facendo ricadere sempre più sulla classe lavoratrice le spese per la sanità e le pensioni. Ancora dai dati del Financial Times  risulta che i profitti sono aumentati, i bilanci migliorati, ma i salari paurosamente calati e la disoccupazione cresciuta a livelli inimmaginabili.
Prendiamo l’Italia: secondo il V rapporto Ires-Cgil presentato quest’estate, nel corso degli ultimi dieci anni i lavoratori italiani hanno perso circa 5.500 euro di potere d'acquisto!  La perdita globale calcolata sulle retribuzioni nel nostro paese equivale a circa 44 miliardi, che si sono tradotti in maggiori entrate e maggiori profitti sottratti ai salari (ergo alle tasche di chi lavora e non certo di chi specula finanziariamente!).
Anche i dati sulla dinamica dei profitti delle maggiori imprese industriali italiane (campione Mediobanca, niente di bolscevico…) indicano che dal 1995 al 2008 i profitti sono cresciuti di circa il 75,%; dal 1990 a oggi si registra una crescita dei redditi da capitale (rendite) pari a oltre l’87% mentre i salari sono sotto il valore reale del 2000.
Visto che spesso ai nostri politici piace sempre fare il paragone con il resto d’Europa, meglio sapere che In Italia nel biennio 2009-2010 l’incremento medio reale dei salari risulta di 16,40 euro netti mensili. Nel periodo 2000-2008, a parità di potere d’acquisto, le retribuzioni lorde italiane sono cresciute solo del 2,3% rispetto al 17,40% dei lavoratori inglesi e all’11% di quelli francesi.
Anche nella classifica  OCSE sull’indice di concentrazione del reddito, l’Italia risulta uno dei paesi con la più  iniqua distribuzione. Oltre 15 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese; circa 7 milioni ne guadagnano meno di 1.000 (di cui oltre il 60% sono donne) e ben 7 milioni (63%) di pensionati di vecchiaia o anzianità ricevono meno di mille euro netti mensili.
Per chiudere il cerchio c’è il dato che negli ultimi 30 anni  l’andamento della quota di investimenti in rapporto ai profitti ha segnato una caduta del 38,7%. Il punto, quindi, insieme alla perdita di valore dei salari netti e all’aumento delle disuguaglianze, sono gli investimenti mancati che hanno portato a una mancata redistribuzione del reddito utilizzato non per far crescere la produttività e innovare le imprese, ma per essere immesso sul mercato della speculazione finanziaria.
Industriali, politici, opinionisti e Ministri del lavoro hanno usato il pretesto delle "crisi" per evitare che i lavoratori avessero accesso a porzioni maggiori dei  profitti, facendo crescere il numero di lavoratori disoccupati, sottoccupati e malpagati.  
Aumento della disoccupazione, diminuzione dei salari, attacco ai diritti sociali: di fronte a tutto questo non si può rispondere con una strategia limitata al contesto del posto di lavoro, ma bisogna cominciare a pensare a un modello di società diverso, che ponga come centrale una forma nuova di redistribuzione del reddito attraverso l’imposizione fiscale e a una diversa organizzazione del tempo di lavoro.
È indispensabile battersi per l’introduzione di un reddito di cittadinanza sganciato dal tempo di lavoro. È finito il tempo in cui il livello di esistenza delle persone era legato al lavoro. L’industria tende a liberarsi del capitale umano per investire sui mercati finanziari; il neoliberismo ingiunge alla società di essere competitiva cancellando le strutture sociali di welfare che la tengono insieme e che riconoscono agli esseri umani il diritto ad esistere e ad avere una vita dignitosa. L’idea della ricchezza coincide sempre più con la miseria della maggior parte delle persone. Per far fronte a questo che non è un destino ineluttabile,  bisogna avere il coraggio di  pensare al reddito di cittadinanza non come forma di assistenza, ma come condizione di vita solidale e produttiva.
Questo è il terreno su cui le forze sociali devono agire, per ricostruire un fronte che partendo dai diritti di chi lavora arrivi a ristabilire i diritti di esistenza che quotidianamente si sta cercando di cancellare. E questo senza paura di passare per blasfemi, provocatori o utopisti. 

 

*Stefano Giusti, Sociologo,  Operatore di Placement e Orientamento per l’Università  Roma Tre. Consigliere Nazionale dell’Ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura.

 

 
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