Mercoledì 18 Ottobre 2017
Il futuro del lavoro. Il 28 un appuntamento importante PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Domenica 23 Gennaio 2011 11:42

Di Stefano Giusti*- Il 23 gennaio è stato l'ultimo giorno utile per i lavoratori con contratto a termine o in genere precario per presentare un ricorso e impugnare l’eventuale licenziamento...


Secondo le stime sarebbero tra 100 e 150mila le persone che, dal giorno seguente, per effetto delle legge 183 il tristemente famoso “Collegato lavoro”, perdono il diritto di fare ricorso. Per la brillante pensata del Ministro del Lavoro e dei suoi consiglieri scatta infatti una sorta di condono per tutto il pregresso (fino ad oggi i precari non avevano un limite di tempo per far valere il proprio diritto considerando che erano la parte debole del rapporto di lavoro): il passato si cancella, l’illegale diventa legale, il diritto messo alla porta e anzi ribaltato.
D’altronde in questi anni è questa la direzione presa dalle politiche del lavoro, partendo dall’introduzione della flessibilità che, spacciata trionfalmente  come la misura che avrebbe accresciuto l’offerta di lavoro, non solo non ha arginato la disoccupazione ma  è diventata una sorta di regola strutturale per milioni di giovani che passano da uno stage all’altro senza nessuna prospettiva d’inserimento o, i più fortunati, da un contratto a progetto a un altro, magari con intervalli di mesi di disoccupazione e senza nessun sostegno al reddito.
Sono le nuove modalità di lavoro che da anni manager ed esperti economisti presentano come conseguenza della globalizzazione, della crisi e della concorrenza dei Paesi emergenti. 
In questo contesto la battaglia sindacale che si è combattuta a Mirafiori non va vista solo come una trattativa tra controparti rispetto al contenuto del lavoro e alle sue modalità di svolgimento. Nell’accordo votato nello stabilimento torinese non c’è solo una “nuova forma di lavoro” ma un vero e proprio nuovo sistema sociale che pone come elemento fondante la sussunzione completa del lavoro al capitale e la cancellazione oltre che di una serie di diritti, della dignità di chi lavora di essere riconosciuto prima di tutto come persona.  La domanda che ci si deve porre di fronte a questo sistema che si sta provando a introdurre è più ampia rispetto al problema lavoro, ma investe la sfera dell’esistenza individuale: “che modello di società vogliamo vivere nel futuro e magari lasciare in eredità ai nostri figli?” Quella attuale, squilibrata,  dove un manager può guadagnare 4,782 milioni di euro (oltre 400 volte lo stipendio annuale di un operaio), quella dove si instaura una  distanza incolmabile tra le parti, dove da un lato c’è chi ha tutto e tutto può imporre e dall’altro c’è chi può solo obbedire senza nulla rivendicare. Una società dove la mobilità verticale tra le classi è completamente annullata,  dove le fasce più deboli sono costrette a perpetuare la loro condizione perché gli è negata la possibilità di accesso all’istruzione, alla sanità e magari anche ai beni pubblici. Una società dove chi lavora non deve avere o poter pretendere nessuna garanzia e accettare di non avere prospettive. Oppure si può pensare a un modello e diverso, dove l’organizzazione del lavoro non sia decisa dall’alto e in base a criteri unicamente finanziari ma tenga in considerazioni il tempo di vita e le esigenze degli individui;  dove cancellare la precarietà, redistribuire la ricchezza e aumentare i salari sia considerato un normale segno di progresso sociale e non un indice di “immobilismo”;  dove i diritti non vengono cancellati ma piuttosto estesi a tutti, anche e soprattutto a chi non li ha. Dove il lavoro non sia ridotto unicamente a “fatto economico” o “mezzo di sussistenza” misurato solo con la retribuzione, ma che diventi di nuovo, come è stato per le generazioni passate, un fattore di integrazione, l’elemento che stabilisce il filo di continuità tra le persone e che distingue una società democratica e una comunità solidale dalla barbarie e dallo sfruttamento. È per questo che lo sciopero generale indetto dalla Fiom per il 28 gennaio va al di là della semplice contestazione dell’accordo di Mirafiori. È una sorta di spartiacque per arginare quella deriva sociale che i manager chiamano modernità ma che a guardarla bene sembra solo una condanna alla subalternità per chi lavora.

 

23-1-11

 


* Stefano Giusti, Sociologo,  Operatore di Placement e Orientamento per l’Università  Roma Tre. Consigliere Nazionale dell’Ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura.