Martedì 17 Ottobre 2017
La forza della parola e il blitz tour di Roberto Saviano PDF Stampa E-mail
Scritto da Valentina Valentini   
Venerdì 25 Marzo 2011 00:00

Attenzione, se vi capita di passeggiare fra gli scaffali di una libreria Feltrinelli, occhi aperti! Con un po’ di fortuna potreste assistere ad un appuntamento del blitz tour di Roberto Saviano, che sta girando l’Italia con tappe a sorpresa (per evidenti motivi di sicurezza e logistica) per presentare il suo nuovo libro Vieni via con me.

 “Raccontare come stanno le cose vuol dire non subirle”. E’ la frase che si legge nel retro copertina del libro e che ne fa capire il senso e la forza, la forza della parola detta, del racconto, del leggere per poi raccontare di nuovo, a qualcun altro. E proprio la parola è l’arma, ci dimostra Saviano, che abbiamo contro l’illegalità, la Mafia, la “macchina del fango”. Raccontare la verità ci rende liberi, giusti, coraggiosi e, soprattutto, forti.  E’ stata la voglia di dire, di non tacere, che ha reso Gomorra un caso internazionale ed il programma Vieni via con me una grande sfida voluta e vinta da Fabio Fazio e Roberto Saviano. E proprio dai monologhi scritti per quella trasmissione nasce l’omonimo libro, in cui l’autore, tornato al suo elemento naturale, la pagina scritta, si permette, con grande piacere del lettore, di riportare i monologhi così come erano nati, in versione integrale, senza i tagli e gli adattamenti dovuti ai ritmi ed ai tempi televisivi.

In otto capitoli, otto storie, Saviano ci fornisce un ritratto crudo e schietto dell’Italia, un Paese maltrattato ma in cui sono ancora vivi la speranza e l’impegno di tante persone per bene. Saviano risponde a chi non riconosce l’Unità nazionale riportando il giuramento dei membri della Giovine Italia; combatte la “macchina del fango”, quel meccanismo di diffamazione e discredito, rispondendo che non siamo tutti uguali. Un uomo che ha subito e resistito alla macchina del fango è stato Giovanni Falcone, accusato, fra l’altro, dai suoi detrattori, di aver piazzato lui stesso, nell’estate del 1989, una borsa di esplosivo fra gli scogli dove il magistrato era solito fare il bagno e che venne trovata in tempo da uno degli uomini della scorta. In molti pensarono “la mafia non sbaglia”, “se volevano ucciderlo lo avrebbero già fatto”, “la bomba l’ha messa Falcone stesso per attirare su di sé l’attenzione”. La macchina del fango si era messa in moto, l’unica colpa di Falcone? Essere ancora vivo, solo la morte sembrò riabilitarlo all’occhio di molti. La somiglianza fra la vicenda dell’eroico magistrato e del giornalista e scrittore di Gomorra balza subito agli occhi. Quante volte si sente la gente dire “a che serve la scorta a Saviano, se la Mafia lo voleva uccidere era già morto”, “Saviano non dà fastidio alla Mafia, i giornalisti che lo hanno fatto sono stati tutti uccisi, è solo un bluff”. Ma anche Saviano resiste alla macchina del fango, lo fa con il suo lavoro, con l’onestà di pensiero che lo ha portato a lasciare la Mondadori per le forti incomprensioni con Marina Berlusconi, lo fa con questo bel libro in cui parla senza timori della presenza della Mafia al Nord Italia, delle strutture e delle gerarchie delle cosche, delle montagne di rifiuti e delle montagne di errori che hanno riempito la Campania di monnezza, dei ragazzi morti all’Aquila per colpa del terremoto ma anche di chi non costruì nel modo giusto, di chi ignorò i segnali di allarme.

Ma in Vieni via con me si legge anche di amore, quello fra Piergiorgio Welby e sua moglie Mina, ma anche l’amore per la vita di Welby che scrive: “Vita è la donna che ti ama, il vento fra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. (…) Morire mi fa orrore. Purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita”. Si legge di persone coraggiose ed oneste, come Don Giacomo Panizza, dei “giusti” che salvano il mondo ed infine si legge ancora della forza delle parole: “Raccontare significa ridisegnare il sogno del Paese. Raccontare è già un passo in avanti nel fare, perché le parole sono atti. Ed è per questo che fermare la parola significa fermare il fare. Raccontare come stanno le cose vuol dire non subirle”.


Valentina Valentini


25-03-2011