Martedì 12 Dicembre 2017
Verso il 9 aprile. L’universo del precariato PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Lunedì 04 Aprile 2011 10:19

Di Stefano Giusti* - È difficile definire esattamente il concetto di precarietà, se pensiamo che questo termine riguarda non più solo la sfera lavorativa delle persone, ma “precario” è ormai un aggettivo che designa un nuovo status sociale, sinonimo di esistenza effimera, non definita e non programmabile rispetto al futuro...

In Italia non si riesce nemmeno ad avere una precisa quantificazione del fenomeno e l’ultimo censimento parziale dei lavoratori precari risale a più di 5 anni fa. Quanti sono i precari in Italia? E che cosa sono? Da indagini più o meno approssimative si stima che il fenomeno investa circa 10 milioni di lavoratori di tutte le fasce d’età, lavoratori che passano da una collaborazione occasionale, magari con partita IVA, all’altra o che sono ingabbiati nel sommerso o nel semi-sommerso. Lavoratori che vivono sulla propria pelle questo disagio ma che non vengono mai rappresentati ufficialmente, se non in criptiche analisi o nebulose statistiche, quasi che i numeri e le categorie potessero circoscrivere, descrivere e sistematizzare la realtà.
L’occupazione precaria permanente (apparentemente un ossimoro, ma una definito stato di realtà di milioni di persone) è invece un’esperienza fin troppo reale, che invade l’esistenza delle persone, rendendo sfumato e instabile tutto ciò che per altri è normale e a volte, scontata quotidianità. La precarietà istituzionalizzata a stato permanente ha finito per creare quasi un nuovo tipo di essere umano, dalle caratteristiche sociali sfuggenti e talvolta contraddittorie. Giovani che non possono pianificare un futuro, o famiglie che improvvisamente fanno fatica ad arrivare alla quarta settimana.
Il precariato in Italia è diventato una forma sistematica di lavoro all’incirca nel  1997, quando Tiziano Treu, Ministro del Lavoro durante il Governo Dini, introdusse la prima dose di flessibilità nel troppo rigido mercato del lavoro. Era il periodo dei co.co.co. (collaborazione coordinata e continuativa), una forma contrattuale che sembrava nata per riordinare quel nebuloso universo delle collaborazioni e per limitare quella che era una fascia di evasione sia fiscale che contributiva troppo ampia e che si rivelò invece l’inizio della “istituzionalizzazione” della precarietà. Quando dopo questa iniezione di libero mercato, arrivò Berlusconi col suo ingombrante seguito di un milione di posti di lavoro, al Ministero del lavoro si insediò il leghista Maroni. Ulteriori riforme si concretizzarono nella Legge Biagi e il co.co.co.  si trasformò in co.co.pro, inaugurando la stagione dei contratti a progetto.  Il solerte Maroni, sempre attento ai richiami della classe industriale italiana che chiedeva dosi flessibilità sempre maggiori,  con zelante celerità tutta padana s’inventò una precisazione  emanata in una circolare del 2004  in cui si faceva  in modo che nella categoria del progetto rientrasse di tutto, dai call center, ai custodi di musei, facendo diventare la precarietà non più una fase transitoria  dell’ingresso nel mondo del lavoro, ma un vero e proprio nuovo “ruolo lavorativo” in cui sono restate ingabbiate generazioni di giovani che oggi hanno più di 40 anni e che nella loro vita lavorativa hanno conosciuto solo contratti in cui ferie retribuite, permessi, malattia o maternità, diventavano improvvisamente “oneri a carico del lavoratore”.
Come al solito in Italia, la flessibilità, sbandierata come la panacea che avrebbe sbloccato “l’ingessato mercato del lavoro” portando più occasioni per tutti, è stata alla fine uno strumento utilizzato per abbattere i costi del lavoro, e dare alle imprese maggior discrezionalità nell’impiego e nella retribuzione del personale intervenendo sui ritmi di lavoro, sulle condizioni di sicurezza e sui salari dei lavoratori, non certo sui profitti.
Per combattere e affrontare questa situazione, è indispensabile costruire un fronte sociale che sul lavoro sia portatore di cambiamenti radicali e che si batta innanzitutto per allargare la fruibilità degli ammortizzatori sociali e  per l’introduzione di un reddito di cittadinanza sganciato dal tempo di lavoro. Solo partendo dall’idea che il diritto all’esistenza delle persone non può più essere legato al lavoro, in un  tempo in cui i capitali si creano sui mercati finanziari e non più nella produzione di beni, si può pensare di cominciare a scalfire il circolo vizioso della precarietà, tornando a dare un futuro a milioni di giovani e lavoratori.

 

*Stefano Giusti, Sociologo,  Operatore di Placement e Orientamento per l’Università  Roma Tre. Consigliere Nazionale dell’Ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura.

 

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