Mercoledì 18 Ottobre 2017
Rapporto annuale di Amnesty. Pane e social media, mix rivoluzionario sul filo del rasoio PDF Stampa E-mail
Scritto da DirittiDistorti   
Venerdì 13 Maggio 2011 08:06

Di Antonella De Biasi - «Dobbiamo far sì che il 2011 non sia una falsa alba per i diritti umani. La comunità internazionale deve cogliere l'opportunità del cambiamento». Christine Weise, presidente della Sezione italiana di Amnesty International, durante la presentazione del Rapporto annuale 2011 dell'ong pubblicato da Fandango fa il punto sulla situazione dei diritti umani nel mondo...

La crescente richiesta di libertà e giustizia e l'aumento dell'uso dei social media sono un mix senza precedenti per dare luogo a un cambiamento favorevole sul piano dei diritti umani, cambiamento che corre però sul filo del rasoio.
Siamo stati tutti quanti partecipi della primavera maghrebina che si sta espandendo in tutto il resto dei Paesi arabi e non solo e, attraverso i nuovi media, abbiamo toccato con mano la voglia di libertà e di riscatto dai soprusi di tante persone.
Weise sottolinea che è in corso una “battaglia digitale” per il controllo della rete, dei mezzi di comunicazione: «come si è visto in Tunisia ed Egitto, i tentativi di bloccare l'accesso a internet e ai servizi di telefonia mobile possono fallire ma nondimeno i governi stanno cercando di riprendere l'iniziativa e di usare la tecnologia contro l'attivismo». Perciò occorre vigilare sulla libertà di espressione che è sotto attacco ovunque nel mondo, per poter garantire tutti gli altri diritti che sono interconnessi. «Era dai tempi della guerra fredda che così tanti governi repressivi non affrontavano una sfida al loro attaccamento al potere», spiega Weise.
Nei primi mesi del 2011 un numero senza precedenti di persone comuni ha preso la parola chiedendo il rispetto dei diritti umani e un cambiamento. Ovunque, i civili hanno pagato a caro prezzo l'esercizio dei loro diritti civili e politici: dalla Cina all'Azerbaigian, alla Nigeria passando per il Messico in cui 11mila migranti sono stati rapiti nel giro di sei mesi e in Colombia hanno perso la vita diversi attivisti per i diritti umani.
«Il vero banco di prova per la moralità di questi governi - incalza Weise - sarà il sostegno alla ricostruzione di stati che promuovano i diritti umani, a costo dimettere in gioco l'alleanza con questi ultimi e, come nel caso della Libia, a deferire alla corte penale internazionale i casi delle peggiori violazioni».
Italia, politica dal respiro corto
L'Italia è vittima di decisioni poco lungimiranti, sia a livello geopolitico che storico secondo Giusy D'Alconzo, direttrice Ufficio campagne e ricerche AI. «In Italia il 2010 si è aperto con Rosarno ed è proseguito con gli sgomberi a ripetizione dei bambini rom, un approccio che ha messo a repentaglio la vita di centinaia di migliaia di persone. Queste politiche - continua D'Alconzo - stanno peraltro mostrando la loro scarsa efficacia. E non siamo gli unici ad essercene accorti».
Inoltre il rapporto AI denuncia i commenti dispregiativi e discriminatori formulati da politici nei confronti di rom, migranti, persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender che hanno alimentato un clima di crescente intolleranza. Ci sono state nel corso dell'anno nuove violente aggressioni omofobe. I richiedenti asilo poi non hanno potuto accedere a procedure efficaci per ottenere protezione internazionale. «L'umanità in cammino non si può recintare nei confini angusti come quelli del trattato Italia-Libia. I respingimenti sono serviti solo a tenere lontani dalla nostra vista donne e bambini intrappolati in Libia», spiega ancora D'Alconzo. Il 17 febbraio, nel giorno della collera libica, sono state smascherate le politiche governative di entrambe le parti. Oggi in Libia c'è una guerra, su quel territorio continuano i massacri di civili.
Tornando all'Italia, i migranti bloccati a Lampedusa hanno dato luogo a un'emergenza figlia delle scelte del governo. D'Alconzo sottolinea la solidarietà concreta degli abitanti dell'Isola, esempio per tutta l'Europa.
Nel nostro Paese si registra anche un successo: Abu Omar oggi resta l'unico caso di riconoscimento di una rendition. Dopo il sequestro avvenuto a Milano nel 2003 Abu Omar fu trasferito illegalmente dalla Cia dall'Italia in Egitto, dove fu detenuto in un luogo segreto e torturato. «Sappiamo che la magistratura avrebbe potuto fare di più se non fosse stato opposto il segreto di stato» conclude. Sono giunte ad Amnesty continue segnalazioni di maltrattamenti da parte di agenti delle forze di polizia o di sicurezza. Permangono le preoccupazioni circa l'indipendenza e l'imparzialità delle indagini nei casi dei decessi in custodia e di presunti maltrattamenti spesso impuniti.
Infine, resta inascoltato il richiamo all'introduzione nel nostro Paese del reato di tortura. Così molte delle accuse relative agli abusi commessi nella scuola Armando Diaz durante il G8 di Genova sono cadute a causa della prescrizione.
Le cifre
Due terzi della popolazione mondiale non ha avuto possibilità di accesso alla giustizia a causa di sistemi giudiziari assenti, corrotti o discriminatori.
Secondo il report annuale dell'ong sono stati documentati casi di tortura o altre forme di maltrattamento in almeno 98 paesi, processi iniqui in almeno 54 paesi; ci sono state limitazioni illegali alla libertà di espressione in almeno 89 paesi. Amnesty ha chiesto il rilascio di prigionieri di coscienza in almeno 48 paesi e in 23 paesi hanno avuto luogo esecuzioni di condanne a morte; in 67 paesi sono state emesse condanne a morte.
50 anni di Amnesty
Sono passati 50 anni dalla nascita di Amnesty international (il prossimo 28 maggio si festeggerà il compleanno), da allora la richiesta di diritti umani è diventata globale ed ha raggiunto traguardi impensabili fino a poco tempo prima. “Meglio accendere una candela che maledire l'oscurità” è il proverbio cinese che guida le idee di giustizia dell'ong. L'avvocato londinese Peter Benenson nel 1961 con un articolo su The Observer prese le difese di due studenti portoghesi condannati a sette anni di detenzione per aver brindato alla libertà. Oggi sono tantissimi gli attivisti che con il loro contributo sostengono l'ong in tutto il mondo per difendere i diritti di tutti noi.

 

13-5-11