Mercoledì 18 Ottobre 2017
Officine Bellinzona. Una storia esemplare E-mail
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Articolo pubblicato su "La Rinascita della sinistra" il 5 marzo 2009
Un anno dalle Officine ferroviarie di Bellinzona: 7 marzo 2008 - 7 marzo 2009. E' passato un anno da quella che si potrebbe definire una storia esemplare di lotta e di lavoro, di passione e di giustizia, la storia scritta dagli operai delle Officine di Bellinzona in Svizzera, nel Canton Ticino. Le officine ferroviarie furono fondate nel 1889, nel 1894 vi erano impiegate già 425 persone, la più grande fabbrica del cantone.....

Da allora questo stabilimento ha dato lavoro all'intera comunità e nel marzo del 2008 vi lavoravano oltre 400 persone, con un indotto assai più ampio che coinvolgeva e coinvolge tutta la regione. Inoltre le officine ospitano anche una lavanderia nella quale lavorano persone portatrici di handicap.

L'inizio di questa storia sembra uguale a quello di tante altre storie che accadono in altri Paesi, la fine invece è meno scontata, quasi da favola. Ma forse perché le Officine sono l'anima di Bellinzona, Bellinzona è la ferrovia.

E' il 7 marzo 2008 quando il responsabile delle Ffs (le ferrovie svizzere) Andreas Meyer  presenta senza preavviso un programma di ristrutturazione aziendale per “risanare” i bilanci che avevano registrato perdite per 190 milioni di franchi, a causa di una gestione sciagurata da parte di manager super pagati (ed anche questo accade in tante nazioni). La ricetta per frenare le perdite è scontata, la stessa in ogni posto: soppressione di posti di lavoro, oltre 400, esternalizzazioni e privatizzazioni. Il Ticino con le officine di Bellinzona pagherà il prezzo più alto, ci saranno più di 100 licenziamenti. La manutenzione delle locomotive dovrebbe andare a finire a Yverdon (Vaud), la manutenzione dei vagoni verrebbe privatizzata. Appena dato l'annuncio i lavoratori e le lavoratrici delle officine entrano in sciopero, ad oltranza, senza se e senza ma, si costituiscono spontaneamente in comitato, “Giù le mani dalle Officine!”, dal basso si innalza la protesta che diventerà un esempio. A Bellinzona dal primo giorno la richiesta dei lavoratori è una e semplice: nessuno deve rimanere senza lavoro. In pochi giorni la protesta degli operai, che vivono giorno e notte nelle officine occupate, coinvolge tutta la regione, la solidarietà giunge da più parti e prima di Pasqua la vicenda arriva in parlamento, le forze politiche e sindacali appoggiano le richieste dei lavoratori. Anche il sindaco di Bellinzona, Brenno Martignoni, è con loro ed organizza manifestazioni e proteste, sostiene lo sciopero, anzi il municipio stanzia 100.000 franchi per il fondo di solidarietà allo sciopero. Uno sciopero in una nazione nella quale scioperare è un avvenimento insolito e particolare, anche se si registrano i precedenti memorabili del 1901 e 1918.

In effetti quella delle officine è, sin dal 1900, una storia gloriosa: basti pensare che in quell'anno sono 350 su 537 gli operai sindacalizzati, un numero enorme, non solo per la Svizzera. E nel 1901, di fronte alla minaccia di licenziamenti, i ferrovieri fanno ai padroni la loro proposta: «lavorare meno ore per lavorare tutti», proclamarono sciopero dal 26 aprile all'8 maggio, finché i licenziamenti non vennero ritirati. Ma un altro momento caldo e difficile per la popolazione di tutta la Confederazione (e non solo) fu alla fine della prima guerra mondiale. La Confederazione è in crisi, i prezzi delle merci aumentano, i beni di prima necessità vengono razionati, chi vive del proprio lavoro, gli operai sono alla fame. L'11 novembre la parola d'ordine lanciata dall'Unione sindacale e dal Partito socialista fu: sciopero nazionale. Nel Ticino i protagonisti principali dello sciopero furono i ferrovieri, e con loro gli operai delle officine ferroviarie; i ferrovieri che non arretrarono nemmeno di fronte all'intervento militare, nemmeno di fronte all'arresto del capotreno Giovanni Tamò, colpevole di aver detto ai militari ticinesi di non sparare sugli operai. Ma anche l'antifascismo era di casa nelle Officine se nel 1929 il consigliere di Stato scriveva allarmato: «Sembra che gli uomini d’azione su cui gli antifascisti fanno assegnamento, siano gli operai delle Officine delle S.f.f. (Strade ferrate federali) in Bellinzona ed il personale delle S.f.f. in genere». La lotta antifascista nelle officine tiene insieme i socialisti, gli anarchici, i comunisti e i liberali-radicali ticinesi. E attraverso Giuseppe Peretti, che lavora all'Officina, passa il collegamento tra la Svizzera e l'Italia, Milano in particolare, dove il gruppo anarchico organizza il “soccorso rosso” per azioni di propaganda e distribuzione di denaro alle vittime politiche ed ai familiari. Questa attività assai rischiosa è collegata anche agli anarchici svizzeri e quindi a Giuseppe Peretti, ferroviere di Bellinzona, impegnato anch'egli nel “soccorso rosso” e nel sostegno alle famiglie dei perseguitati.

Ma torniamo al 2008. Il 19 marzo oltre 5000 persone manifestano a Berna contro la ristrutturazione proposta dalle Ffs. Gli operai e loro famiglie scandiscono in lingua italiana - la lingua che si parla nelle officine - “giù le mani dalle Officine”, Meyer risponde in perfetto tedesco e avanza le proposte delle Ffs. La domenica di Pasqua anche il vescovo, se pur timidamente ed invitando comunque alla mediazione, si mette dalla parte degli operai, celebra la messa nelle officine, pranza con gli operai ed rimane con loro quando scandiscono con decisione e con i pugni alzati quella che ormai è la frase fondamentale di tutta la loro lotta: “Giù le mani dalle Officine!”.

Lo sciopero, le trattative, la mobilitazione durano trenta giorni, giorni difficili. Trenta giorni in cui si vive nelle officine, fianco a fianco, si mangia, si discute, ci si confronta, si canta, si piange, si ha paura di rimanere senza lavoro: i capannoni, la pittureria con le tute arancione attaccate alle pareti diventano la casa di ogni operaio, di ogni operaia, di ogni apprendista. Anche i bambini partecipano alle manifestazioni, nei loro disegni le officine ed in locomotori diventano coloratissimi, i papà sono eroi che non hanno abbassato la testa. La gente di Bellinzona entra nelle officine autogestite e parla con i lavoratori; per strada le spille rosse con il logo “Giù le mani” sono sui baveri di ogni giacca, dalle casalinghe agli impiegati. Tre manifestazioni in tre settimane ed ogni volta è un fiume di persone.

L'azienda non cede, ma nemmeno i lavoratori, nessun tentennamento. E così è costretto ad intervenire il ministro dei trasporti ed il 5 aprile la direzione delle ferrovie svizzere deve capitolare: viene ritirato il piano di ristrutturazione e le officine saranno mantenute con tutti i suoi operai almeno fino al 2013. I lavoratori hanno vinto. Non è poco per una nazione non troppo abituata agli scioperi!

Il 7 aprile, dopo trenta giorni di sciopero, l'assemblea dei lavoratori interrompe l'agitazione. Il comitato di sciopero riceve il mandato di partecipare alla tavola rotonda (organismo che seguiterà a riunirsi) che seguirà costantemente il rispetto degli accordi e tutte le tappe necessarie al mantenimento e allo sviluppo delle attività nelle officine.

Lo sciopero finisce, la lotta ha pagato, la dignità del lavoro ha vinto e con essa la solidarietà tra i lavoratori, tra le famiglie, tra la comunità.

Ancora oggi, ad un anno dallo sciopero, i lavoratori e la comunità di Bellinzona festeggiano, si confrontano, interloquiscono con altre realtà del mondo del lavoro per esportare la loro esperienza. Un esempio da riprporre anche altrove. Matteo Pronzini del Sindacato Unia ricorda così lo sciopero di un anno fa: «E' stato qualcosa di veramente impressionante, una cosa che non avrei mai immaginato di vivere. E' successo qualcosa che avevo letto solo nei libri, e cioè che i lavoratori si possono unire e vincere. Gli operai hanno avuto la possibilità di esprimersi e sperimentare spazi reali di democrazia». Un'esperienza preziosa che ha mostrato come a volte vince chi ha ragione, non solo chi è potente. Ora  l'appuntamento, come un anno fa, è per il 7 marzo, in pittureria.

Lo sciopero intanto è diventato un libro, un film, ma anche il laboratorio delle donne, che hanno vissuto e sostenuto la protesta ed hanno deciso di trasformare le loro voci ed emozioni in un laboratorio teatrale.

Gianni Frizzo è il leader delle Officine, il portavoce degli operai, del comitato di sciopero, barba, occhi blu, voce calma, ha incoraggiato tutti per tanti giorni. «Oggi – spiega - molte persone si sono accorte che lo sciopero non è nient'altro che un mezzo per difendere la propria dignità, i propri diritti, in modo civile, determinato ma pacato». Gianni, presidente del Comitato di sciopero, ci piace citarlo solo alla fine, perché in questa storia esemplare la forza è stata la solidarietà collettiva, la coesione degli operai, la capacità di non lasciare nessuno indietro e di sentirsi tutt'uno con la comunità ed una ricchezza per essa. Un altro operaio, Renè Rizzi, lo dice con orgoglio: «non siamo 400, siamo tutto il Ticino». Ma forse anche di più, se per un mese, ogni volta che un treno passava nei pressi delle Officine fischiava.

Alessandra Valentini