Lunedì 11 Dicembre 2017
ACCADDE A FEBBRAIO. Diritti spezzati: “morti di protesta” dal dopoguerra ad oggi E-mail
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In questo spazio ricorderemo ogni mese i nomi e brevemente le storie di uomini e donne che sono morti manifestando per difendere i loro diritti e più spesso i diritti di un intero Paese. Troverete nomi più conosciuti e nomi meno noti, tutte persone che volevano solo manifestare le proprie idee, con dignità, con forza, senza dover piegare la testa, per riconquistare un diritto distorto e calpestato. Quando scesero nelle piazze o nei campi non volevano fare o essere degli eroi, ma noi vogliamo ricordarli come tali: eroi della libertà, del lavoro, della democrazia...

 

 

 

 


9 febbraio 1948 - S. Ferdinando di Puglia (FG): Vincenzo De Niso, Giuseppe Di Troia, Giuseppe De Michele, Nicola Francone e Raffaele Riontino
Il popolo italiano si prepara, dopo gli anni bui della dittatura, alle elezioni politiche indette per il 18 aprile. Parrocchie e Confindustria scendono in piazza con minacce di scomunica, pacchi di pasta e promesse di aumenti salariali per convincere la popolazione a votare per la Democrazia Cristiana, il manganello lo forniscono i residui del fascio. PCI e PSI, uniti nel “Blocco del Popolo” si preparano allo scontro elettorale ed organizzano comizi in tutta Italia. A San Ferdinando di Puglia danno l’appuntamento in piazza per il 9 febbraio.                                                                        
Nello stesso giorno presso la sezione dell’Uomo Qualunque è prevista una riunione di forze che intendono contrastare il diritto dei partiti di sinistra a condurre una democratica campagna elettorale Fin dal giorno prima si erano avuti provocazioni e scontri suscitati da militanti “anticomunisti” che il 9 si presentano armati sulla piazza del comizio e fanno uso di armi da fuoco contro chiunque si opponga alle loro prevaricazioni e pretese di impedire il comizio del “Blocco del Popolo". I Fascisti aiutati dalle guardie campestri degli agrari mitragliano la popolazione che accorre festosa al comizio, uccidendo Vincenzo De Niso, Giuseppe Di Troia, Giuseppe De Michele e ferendo altri venticinque contadini. Gli aggressori poi aggrediscono molti cittadini, conosciuti come comunisti, nelle loro case, attaccano le sedi dei partiti, della Camera del Lavoro e dell’Anpi. In quest’ultima un fascista uccide con il mitra il vecchio portiere, Nicola Francone, e Raffaele Riontino, un bambino di sette anni rimasto ferito già in piazza. A pochi passi dalle sezioni del Fronte i fascisti accendono un falò di bandiere rosse. Solo quando non si odono più gli spari arrivano i carabinieri, che pure hanno la stazione a trecento metri da dove è avvenuto l’eccidio.

17 febbraio 1949 - Isola Liri (FR): Tommaso Diafrate
Agli inizi del 1949 l’Italia democristiana si accinge ad entrare nella NATO e deve ottemperare alle pretese americane che chiedono l’eliminazione dei partiti comunista e socialista, con ogni mezzo, e l’annichilimento di ogni rivendicazione proveniente dagli strati popolari. I Servizi Segreti italiani sono praticamente gestisti dall’agente americano Camel Offie, intimo amico del Ministro della Difesa Pacciardi il quale imboccato dagli americani afferma: “Occorrerà arrestare 300 comunisti e socialisti per neutralizzare la sinistra” e quindi impedire ogni istanza rivendicativa ed ogni protesta che si opponga all’ordine di ristrutturazione capitalista auspicato dagli U.S.A., ma le rivendicazioni comunque non si fermano.
Ad Isola Liri, nel frusinate, dove prima della guerra gran parte della popolazione era occupata nell’industria cartaria, i disastri provocati sugli impianti dagli eventi bellici provocano il rallentamento della ripresa produttiva elevando a tassi insostenibili la disoccupazione operaia e al massimo la tensione nel mondo del lavoro fra mano d’opera e padroni che puntano a ristrutturarsi a spese dei lavoratori, chiedendo allo Stato mano libera nei licenziamenti e bassi salari. La risposta del lavoratori è l’occupazione degli stabilimenti delle Cartiere Meridionali che avviene il 5 febbraio. La fabbrica è circondata dalla forza pubblica addirittura con la presenza di un carro armato con il cannone puntato, ed anche colpi di arma da fuoco si sono sentiti echeggiare più volte. La  popolazione tutta esasperata ed economicamente dipendente dal salario della cartiera decide di scendere in piazza
Nel corso della manifestazione i carabinieri aprono il fuoco provocando il ferimento di 35 dimostranti, dei quali 7 in gravi condizioni, e la morte dell'operaio Tommaso Diafrate, travolto da un automezzo dei militi.
                                                                                                                   
14 febbraio 1950 – Seclì (Lecce) : Antonio Micali
Tra la fine del ’48 ed il ’51 i braccianti pugliesi, mobilitati dalla Federbraccianti, portano avanti una dura lotta per la concessione delle terre incolte, con scioperi ed occupazioni di terreni. Il Governo risponde alle richieste dei lavoratori con i manganelli, gli arresti, spesso con il fuoco. Il 14 febbraio a Seclì cade sotto le pallottole della polizia il bracciante Antonio Micali.    

16 febbraio 1954 – Milano: Ernesto Leoni
L’incarico di Governo conferito l’8 febbraio del 1954 a Mario Scelba, inviso ai lavoratori per l’uso dei suoi celerini, suscita nel paese una ondata di scioperi e proteste, in particolare al Nord dove le tensioni sociali sono acuite dal massiccio fenomeno migratorio dal Sud, dovuto ai primi segni di decollo industriale del settentrione. Già dai primi giorni di febbraio si hanno manifestazioni in varie città e durante lo sciopero generale  dei primi di febbraio i lavoratori sono caricati dalla polizia che provoca alcuni feriti gravi. Solo pochi giorni dopo, il 16 febbraio, in piazza S.Ambrogio, i celerini affinano il copione, aumentando il loro impegno con una dura carica contro i lavoratori dell’O M che manifestano sotto la Presidenza della Azienda , inseguiti e manganellati fin dentro la Basilica. Partono anche colpi d’arma da fuoco e ci scappa il morto : Ernesto Leoni, operaio.

17 febbraio 1954 – Mussumeli (Caltanissetta) : Onofria Pellicceri, Giuseppina Valenza, Vincenza Messina, Giuseppe Cappalonga
A Mussumeli sono le donne a scendere in piazza per protestare contro l’Ente acquedotti  che mostra spregiativamente disinteresse verso i cittadini che patiscono da sempre per la mancanza d’acqua. Sono le “donne del popolo”, quelle che non hanno la lavandaia e che fanno sacrifici sulla spesa per pagare le bollette che l’Ente pretende comunque  di riscuotere. Sarebbe chiaramente una estorsione, ma nell’Italia del ’54 (solo?) è lecito da parte dei padroni estorcere soldi ai poveretti, che se non pagano vengono manganellati, se osano protestare poi meritano addirittura la condanna a morte, secondo il codice di Scelba. Le donne hanno portato i ragazzini e sono tante esprimono un bisogno, quello elementare dell’acqua, ma se l’Ente acquedotti non apre i rubenetti dell’acqua la polizia apre quelli del fuoco e spara sulla folla davanti al Municipio, uccidendo Onofria Pellicceri, Giuseppina Valenza, Vincenza Messina e Giuseppe Cappalonga di 16 anni. Fra i numerosi feriti, 9 sono gravi e fra loro un bambino di 7 anni, Baldassare Mistretta.   
 
17 febbraio 1954- Barrafranca (Enna): morte di un fanciullo
In Sicilia i bambini sono a rischio: li uccide il lavoro massacrante, la povertà, spesso la mafia. Nello stesso giorno in cui Giuseppe Cappalonga muore a Mussumeli, a Barrafranca muore di Stato un figlio di povera gente che manifesta perché quel figlio non ha pane. E’ una folla di contadini: i carabinieri sparano ed uccidono il bambino. Ha soltanto 5 anni.

Febbraio 1956: Domenico Ruotolo, Paolo Vitale, Cosimo De Luca
Nel Sud del paese la situazione nelle campagne è drammatica per i braccianti e i contadini poveri. Ancora non progredisce la situazione degli espropri di terre previsti dalla legge. Rispetto agli obiettivi fissati, la quota di terreno espropriato è molto bassa: in Puglia 13.000 ettari su 100.000, in Basilicata  15.000 su 40.000, in Sardegna  e in Campania non è stato effettuato alcun esproprio. La tensione è al massimo: cresce la protesta ed insieme la repressione da parte della forza pubblica: 7 febbraio – Andria (Bari) : la polizia apre il fuoco su una manifestazione di braccianti provocando il ferimento di oltre venti di lavoratori ed uccidendo uno di loro:  Domenico Ruotolo. 
20 febbraio – Comiso: la polizia assale una assemblea di braccianti in agitazione per la mancanza di lavoro e provoca la morte di Paolo Vitale  e Cosimo De Luca.

2 febbraio 1971- Foggia: nel corso di uno sciopero la polizia apre il fuoco uccidendo il bracciante Domenico Centola.

4 febbraio 1971 – Catanzaro: Giuseppe Malacaria

È rimasta appena tre giorni intonsa la targa con la quale la città di Catanzaro onora un concittadino che ha perso la vita mentre manifestava per i diritti della sua città e contro le bombe fasciste: l’8 marzo(il 5 è stata apposta la targa) del 2007 il nome di Giuseppe Malacaria è sfregiato da una turpe svastica nazista:per la seconda volta la democrazia è oltraggiata dopo che a quasi quarant’anni dai nefasti eventi giustizia non è stata fatta, per la seconda volta Giuseppe è stato assassinato. 
Il contesto nel quale trovò triste epilogo la vita di Pino è quello dei “fatti di Reggio” con i fascisti scorazzanti per le vie di Calabria con bombe e manganelli. Pino è in piazza per protestare contro l’attentato del giorno prima ai danni del palazzo della Regione, contro la folla vengono lanciate alcune bombe a mano e resta ucciso lui, Giuseppe Malacaria, muratore trentenne, mentre altre 14 persone rimangono ferite,. Le indagini portano all’arresto di 4 militanti del Msi di un paese vicino, fra i quali il locale segretario del partito; ma la magistratura li proscioglierà per “assoluta mancanza di indizi”, nonostante che il funzionario di polizia che aveva diretto le indagini ribadisca pubblicamente il suo convincimento sulla colpevolezza dei militanti missini.