Martedì 17 Ottobre 2017
ACCADDE A MAGGIO. Diritti spezzati: “morti di protesta” dal dopoguerra ad oggi E-mail
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In questo spazio ricorderemo ogni mese i nomi e brevemente le storie di uomini e donne che sono morti manifestando per difendere i loro diritti e più spesso i diritti di un intero Paese. Troverete nomi più conosciuti e nomi meno noti, tutte persone che volevano solo manifestare le proprie idee, con dignità, con forza, senza dover piegare la testa, per riconquistare un diritto distorto e calpestato. Quando scesero nelle piazze o nei campi non volevano fare o essere degli eroi, ma noi vogliamo ricordarli come tali: eroi della libertà, del lavoro, della democrazia...


2 maggio 1945 – Gravina di Puglia ( BA ): Vincenzo Lobaccaro. 
Con la caduta del fascismo che aveva appoggiato i grandi agrari, il proletariato agricolo sente sopraggiungere il momento del proprio riscatto che non può che partire dalla rivendicazione della terra. Nel Mezzogiorno d’Italia si sviluppa un movimento rivendicativo imponente le cui richieste sono recepite dal Ministro all’agricoltura del nuovo governo postfascista, il comunista Gullo,  che da il nome ai primi decreti che mirano ad una svolta nell’assetto sociale delle campagne, prevedendo, fra l’altro la proroga dei contratti agrari, la riduzione dei canoni d’affitto e la concessione delle terre incolte e demaniali. Il carattere radicale delle manifestazioni ed il permanere nelle sfere politiche governative concezioni e interessi legati al vecchio regime producono inevitabilmente lo scontro fra i braccianti che manifestano e le forze di polizia, agli ordini di un Ministro come Scelba ancora permeato di conservatorismo e preoccupato che le rivendicazioni si spingano troppo oltre. Il 2 maggio una forte manifestazione di braccianti scuote Gravina di Puglia, in Provincia di Bari: l’esasperazione, le misere condizioni economiche, la fame di terra fanno esplodere la rabbia di centinaia di uomini e donne che sfidano lo schieramento delle forze dell’ordine, fino allo scontro violento, nel corso del quale ci rimette la vita il bracciante Vincenzo Lobaccaro. A quanto sembra la sua colpa maggiore è quella di essere omonimo e quindi venir scambiato per un ex confinato antifascista, la cui colpa a sua volta sembra quella di essere antifascista. Un paradosso, sembrerebbe, per l’Italia che si avvia ad essere repubblicana ed antifascista
1 maggio 1947- Portella della Ginestra ( PA )
E’ il giorno di chi lotta con coraggio.  E’ il nostro giorno: è il 1° maggio.
Nel ‘ 47 si torna a festeggiare la festa dei lavoratori in questa giornata, che il regime fascista aveva spostato al 21 aprile con il “Natale di Roma”.Il coraggio certamente ce l’hanno i  duemila lavoratori di Piana degli Albanesi, in prevalenza contadini, che si riuniscono nella vallata di Portella della Ginestra per fare festa ma anche per manifestare contro il latifondismo, e per portare avanti la lotta per l’occupazione delle terre incolte. Sulla gente in festa partono dalle colline circostanti numerose raffiche di mitra che provocano la morte di 14 persone, fra le quali anche bambini. A sparare materialmente,  si saprà quattro mesi dopo, sono gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano.
1. Margherita Clesceri
2. Giorgio Cusenza
3. Giovanni Megna (18 anni)
4. Giovanni Grifò (12 anni)
5. Vincenza La Fata (8 anni)
6. Giuseppe Di Maggio (7 anni)
7. Filippo Di Salvo
8. Francesco Vicari
9. Castrenze Intravaia (18 anni)
10. Serafino Lascari (15 anni)
11. Vito Allotta
12. Provvidenza Greco
13. Giuseppa Parrino
14. Vincenza Spina
Questi, a ricordo, i nomi degli uomini, donne e bambini massacrati nel giorno del riscatto proletario dal servaggio feudale. Secondo  l’On.le Girolamo Li Causi che interviene in sede parlamentare, e secondo le forze di sinistra e la CGIL, il bandito Giuliano è solo l'esecutore del massacro: i mandanti, gli agrari e i mafiosi, avevano voluto lanciare un preciso messaggio politico all'indomani della vittoria del Blocco del Popolo alle elezioni regionali.                                                                                                                                                                                                
20 maggio 1948 - Trecenta (Ro): Evelino Tosarello. Sciopero bracciantile nell’azienda dei conti Spoletti: i carabinieri caricano a manganellate i lavoratori, arrestandone uno, Bruno Barberini. I suoi compagni affrontano in massa le forze dell’ordine per chiederne la liberazione, ma vengono accolti a fucilate. Resta sul terreno il mezzadro Evelino Tosarello, comunista, e vengono feriti gravemente Vanilio Paganini e Silvio Berterelli
17 maggio 1949 – Molinella (FE) : Maria Margotti
L’anno 1949 è contrassegnato in Italia da imponenti lotte bracciantili particolarmente sviluppate  nella pianura padana e nel Mezzogiorno e che toccano punte aspre e drammatiche nello sciopero generale. Nella manifestazione che si svolge a Molinella, partecipano oltre seimila braccianti e mondine provenienti dai vicini paesi, dalle province di Bologna, Ravenna, Ferrara e si scontrano in una lotta furibonda contro i crumiri, ingaggiati dagli agrari. Interviene la polizia in grandi forze iniziando cariche violente e sparatorie. Qui cade la prima delle sei vittime dello sciopero: Maria Margotti, un'operaia della fornace cooperativa di Filo d'Argenta, dove aveva trovato da poche settimane occupazione.
28 maggio 1962 – Ceccano ( FR ): Luigi Mastrogiacomo.
“Sor” Antonio Annunziata “si è fatto da sè” e ne porta tutta l’arroganza: lui, il padrone del Saponificio Scala, figlia con testimone di nozze Giulio Andreotti, non sta proprio nella logica della contrattazione aziendale, il padrone è padrone, cioè decide orari ritmi e salario e gli operai devono restare al loro posto, ringraziare chi gli da lavoro e niente sciopero.
E’ così dagli inizi del dopoguerra e per questo sor Antonio ha fatto tanti soldi.
Ma nel ’62 gli operai infine incrociano le braccia e decidono di farlo il 25 aprile, a celebrazione della Resistenza, per chiedere il rispetto degli accordi, che pure l’Annunziata aveva sottoscritto, ma che per lui, il padrone, sono soltanto o forse meno che “carta straccia”.
Lo sciopero dura settimane, la gente dei paesi del frusinate sottoscrive aiuti per gli scioperanti, in viveri e denaro, e la resistenza così va avanti fino alla grande manifestazione del 28 maggio, che vede tutta Ceccano in piazza.
Ci sono pure gli uomini della celere, in piazza, e 500 carabinieri.
Scende la sera e gli operai, le donne, i vecchi, i bambini al seguito sono ancora lì, di fronte alle forze dell’ordine che attaccano, con i manganelli e i calci dei fucili.
Nei tafferugli rimane cadavere sul terreno, davanti al saponificio, l’operaio Luigi Mastrogiacomo, 40 anni, con moglie e due bambine.
La “Unione Industriale” di Frosinone ringrazia la forza pubblica “che ha represso un reato…la vertenza sindacale”.
5 maggio 1972 -  Pisa : Franco Serantini.
Il 5 maggio in Piazza, a Pisa, comizio del MSI.
Non va giù a tanta gente che si reca in piazza con la voglia di ricordare che “l’Italia è una Repubblica fondata sulla Resistenza” e Pisa gli eredi dei nemici della Resistenza proprio non li gradisce.
C’è pure il Primo Celere a Pisa, venuto da Roma.
Inizia la contestazione e comincia pure il pestaggio, la caccia all’uomo e, secondo alcuni testimoni, anche spari ad altezza d’uomo.
I manifestanti, rincorsi dai caroselli, alzano alcune barricate davanti a Palazzo Gambacorta, sede della Giunta Comunale.
Parte una grandinata di candelotti che nemmeno l’intervento indignato del Sindaco Elio Lazzari riesce a placare.
Poco dopo le 20.00 la barricata è demolita, ne segue un fuggi fuggi nel corso del quale Franco Serantini resta isolato ( ha perso anche gli occhiali), inerme.
Una quindicina di uomini sono su di lui, lo colpiscono violentemente, cade a terra, continuano  con calci sulla faccia, un colpo gli spacca la testa…lo sbattono in galera, senza cure, solo una borsa del ghiaccio sugli ematomi ed un a branda sopra la quale si consuma, fra dolori, l’agonia di Franco fino alla costatazione della sua morte alle 9.45 del 7 maggio.
Appena 20 anni, una infanzia povera in Sicilia, figlio adottivo in una modesta famiglia spezzata dalle disgrazie, aveva trovato a Pisa lavoro, compagni, ideali e speranza di un futuro, cancellato davanti a Palazzo Gambacorta.

16 maggio 1975 - Napoli : Gennaro Costantino
A Napoli è in corso una manifestazione dei disoccupati che tentano l’occupazione del Comune.
La celere interviene con i soliti caroselli di jeep, una investe ed uccide un pensionato do 65 anni, vecchio militante del PCI, Gennaro Costantino.
Numerosi gli arresti fra i dimostranti, ignoto chi ha provocato la morte di Costantino.
Secondo la polizia la jeep “era priva di conducente”.

12 maggio 1977 – Roma: Giorgiana Masi
Gli avvenimenti di quel 12 maggio, a Roma, ancora non sono stati sufficientemente chiariti, ancora il cadavere di Giorgiana non è stato tolto dall’asfalto e già la verità viene nascosta da una grandinata di menzogne.
Troppi i silenzi colpevoli, la fretta di accantonare, le prudenze, le paure forse, chissà se il 12 di maggio, a Roma, poteva andar peggio….
Il tempo era discreto, senza pioggia, una temperatura intorno ai 20 gradi, un giovedì di primavera con tanta gente che affluisce verso Piazza Navona dove il Partito Radicale ha indetto un raduno festoso nel terzo anniversario del referendum sul divorzio….
Chi poteva volere il morto?
Nonostante il divieto di Cossiga a manifestare a Roma fino al 31 maggio, chi può pensare alla repressione violenta di un appuntamento di festa? 
Piazza Navona è sbarrata fin dalle 14, si è formata una folla che torna indietro, cerca una via dove rifluire, ma tutto il centro è occupato militarmente, non si esce, si torna sempre indietro, si scappa, vicino a te un uomo armato, un dimostrante, un provocatore, un agente, non sai se amico o nemico, cominci a scappare, è aperto un varco verso il Tevere, scappano in tanti per di là, dietro le sirene delle camionette, caroselli e manganellate, vietato scappare, Giorgiana Masi, diciannove anni e Gianfranco Rampini, venti, attraversano di corsa Ponte Garibaldi, si danno la mano, come durante le tante passeggiate serotine nel panorama fantastico disegnato dall’ansa del fiume che volta verso Castel Santangelo, ma ‘sta sera non lo guardano l’angelo che con la spada levata sembra minacciare sventure.
Ora si sente sparare, cade ferita una ragazza, Elena Ascione, ci sono altri feriti, si dice che Trastevere è a ferro e fuoco, Giorgiana e Gianfranco raggiungono Piazza Gioacchino Belli dove Giorgiana cade colpita a morte, verso le ore 20.00 di un giorno di primavera, mentre più in là le torri di Castello si tingono di rosa verso il tramonto di una giornata che poteva essere una festa.
Nessuno ha pagato, quegli avvenimenti rimangono oscuri, e rimane un “se” che le donne del collettivo del quale faceva parte Giorgiana hanno lasciato sulla lapide posta a Ponte Garibaldi in ricordo della loro compagna:

Se la rivoluzione d’ottobre
fosse stata di maggio,
se tu vivessi ancora,
se io non fossi impotente
di fronte al tuo assassinio,
se la mia penna fosse un’arma vincente,
se la mia paura esplodesse nelle piazze ,
coraggio nato dalla rabbia strozzata in gola,
se l’averti conosciuta diventasse la nostra forza,
se i fiori che abbiamo regalato alla tua coraggiosa vita
nella nostra morte diventassero ghirlande
della lotta di noi tutte, donne,
se…
non sarebbero le parole a cercare d’affermare la vita
ma la vita stessa, senza aggiungere altro.