Mercoledì 13 Dicembre 2017
ACCADDE A GIUGNO. Diritti spezzati: “morti di protesta” dal dopoguerra ad oggi E-mail
Valutazione attuale: / 11
ScarsoOttimo 

 

In questo spazio ricorderemo ogni mese i nomi e brevemente le storie di uomini e donne che sono morti manifestando per difendere i loro diritti e più spesso i diritti di un intero Paese Troverete nomi più conosciuti e nomi meno noti, tutte persone che volevano solo manifestare le proprie idee, con dignità, con forza, senza dover piegare la testa, per riconquistare un diritto distorto e calpestato. Quando scesero nelle piazze o nei campi non volevano fare o essere degli eroi, ma noi vogliamo ricordarli come tali: eroi della libertà, del lavoro, della democrazia...

7 giugno 1947 – Messina: Ludovico Maiorana; Antonio Pellegrini; Carlo Rocco
Il quarantasette per Italia è l’anno della disillusione, dopo le speranze aperte dalla cacciata del fascismo, dalla nascita della Repubblica e dalla Costituzione che recita nel suo primo articolo: “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”  sugli strati più disagiati della popolazione pesa ancora il caro-vita, lo sfruttamento nei campi o in fabbrica, la repressione troppo spesso cruenta nelle piazze della protesta.
C’è che Alcide De Gasperi, finora a capo di un governo includente anche le sinistre, il 5 gennaio parte per l’America e incassa dal Segretario del Tesoro un assegno di 50 milioni di dollari, in cambio gli americani chiedono lo “Stop” ai “comunisti”.
Si cambia pagina, entrano in scena i servizi segreti e si schedano militanti e dirigenti di sinistra, calano sulle piazze i celerini e i lavoratori e disoccupati che protestano perché non ce la fanno a campare, non solo si schedano, ma si manganellano, a volte si ammazzano.
Tornano pure i fascisti con attentati contro esponenti socialisti e comunisti.
Si contano vittime ad aprile a Roma e a Potenza nel corso di manifestazioni.
Il 31 maggio si forma un esecutivo a guida D.C. con a capo De Gasperi e con l’estromissione definitiva del P.C.I. dal Governo del paese.
In Sicilia il ’47 è l’anno di Portella della Ginestra, della rabbia dei lavoratori che alle elezioni regionali non riescono a mandare i loro rappresentanti al parlamento regionale: il “Blocco del Popolo” pur ottenendo il 30% dei voti contro il 20% della D.C. deve cedere il governo ai democristiani che ottengono i seggi per governare grazie all’alleanza con la destra.
Ludovico Maiorana, Antonio Pellegrini e Carlo Rocco vivono sulla propria pelle l’arroganza del potere di centro-destra chiuso alle rivendicazioni e ai bisogni del ceto popolare e senza scrupoli al ricorso della mafia e alla violenza poliziesca.
Ludovico, Antonio e Carlo sono disoccupati e vivono a Messina, la “porta della Sicilia”  , dove si incrociano tutti i problemi di una regione che soffre il ricatto degli americani, delle cosche e dei fascisti tornati nelle poltrone del comando.
Sono in piazza il 7 giugno perché devono sfamare la famiglia, tanti proletari sono in piazza, in tanti hanno accolto l’invito del sindacato alle manifestazioni che da mesi sconvolgono l’isola, con lavoratori e disoccupati che perdono la vita sotto le cariche poliziesche ( 2 sono caduti a marzo proprio a Messina ).
Il 7 giugno la gente è  in piazza contro padroni e reazionari : i carabinieri sparano, Ludovico, Antonio e Rocco cadono sotto il piombo perché sono disoccupati e comunisti.
4 giugno 1948 – Spino d’Adda ( CR ) – Luigi Venturini
Nelle cascine del cremonese la vita è dura per i braccianti: paghe basse, grande fatica fra stalle e campi ed un rapporto di tipo feudale con il padrone.
La caduta del fascismo, la lotta di liberazione, che dà protagonismo alle classi popolari, aprono nuove speranze, specialmente ai lavoratori agricoli.
La cacciata delle sinistre dal Governo, dopo il viaggio di De Gasperi in America, comincia a far cadere le speranze: il padrone è sempre il padrone ed il contadino continua a mangiare polenta, e a lavorare in condizioni di precarietà.
A Spino d’Adda c’è l’uso che l’11 novembre, finito un ciclo di lavori, il padrone può dare la “disdetta”, cioè il licenziamento, il che comporta anche la perdita dell’abitazione nella cascina della quale il lavoratore fruisce, insieme alla sua famiglia, durante il periodo lavorativo.
Intorno al 31 luglio il padrone fa sapere se il bracciante è “disdettato” o no, lo comunica per raccomandata, così che ogni volta che chiama il postino è un colpo al cuore nel timore che arrivi la “colombella”, come era chiamata ironicamente la lettera di licenziamento.
Alla fine del ’47 a Spino le disdette arrivano a 11.000: la CGIL  e il PCI organizzano riunioni e mettono in piedi iniziative, si cerca anche la contrattazione con il datore di lavoro e la mediazione delle istituzioni, non si esclude lo sciopero.
Il 18 aprile del ‘48 la D.C. vince le elezioni politiche nazionali e la strada si fa sempre più difficile, non resta che il ricorso alla lotta e la sfida alla repressione più dura: ministro dell’interno è Mario Scelba che non disdegna l’uso del manganello e delle cariche indiscriminate contro chi protesta, magari per fame.
Il 18 maggio inizia uno sciopero che dura 40 giorni, difficili da sostenere senza un soldo, magari con figli piccoli da sfamare, per cui l’ostacolo più grande che gli scioperanti devono affrontare è quello del crumiraggio, tentando di convincere i lavoratori che solo la resistenza e la compattezza nella protesta avrebbe alla fine piegato i padroni, i quali quindi usano ogni mezzo per impedire il contatto fra crumiri e scioperanti, vigilando personalmente e attraverso scagnozzi prezzolati che sparano spesso a scopo intimidatorio contro gli attivisti della CGIL ( la CISL ha raggiunto un “accordo separato” con il padronato agrario ) e i lavoratori.
A volte braccianti, sindacalisti e militanti comunisti  vengono intercettati ed aggrediti all’uscita dalle riunioni, malmenati e addirittura arrestati dalle forze dell’ordine che in queste aggressioni proteggono le bande padronali.
Luigi Venturini è giovane, si impegna con tutto l’ardore di chi ha davanti a sé ancora un bel pezzo di vita e vorrebbe viverla in maniera più degna di quella che ha visto vivere dai suoi genitori; è un bracciante e sa che il suo lavoro deve riscattarlo dallo sfruttamento e quindi è lì a scioperare per pretendere lavoro; è generoso e  non rimane in disparte, nell’interesse di tutti il 7 giugno è di picchettaggio alla cascina Rosa di Spino d’Adda dove arrivano anche i carabinieri chiamati dagli agrari per disperdere gli scioperanti, menano duro ed un milite uccide negli scontri il giovane Luigi, per non essersi tolto il cappello davanti al padrone. 
3 giugno 1949 – Forlì: Jolanda Bertaccini
Come altri 1300/1400 forlivesi la Jolanda lavora alla fabbrica di fibre artificiali “Mangelli”, fondata nel 1926 dal conte Paolo Orsi Mangelli, appartenente ad una nota casata di nobili, “benefattori” per aver fondato ospizi e orfanotrofi rivelatisi fruttuosi negli anni, e tuttavia di borsa stretta quando devono pagare gli operai delle loro aziende.
Alla fine degli anni settanta l’attività della “Mangelli” cesserà dopo varie fusioni, sempre redditizie per i padroni, e tuttavia penalizzanti per i lavoratori che pagano le razionalizzazioni.
Negli anni trenta tocca il picco della produzione, ma mentre la produzione cresce i salari calano rivelando la politica salariale del conte fondata sulla compressione delle paghe, costantemente portata avanti anche quando, passata la crisi del periodo bellico, la fabbrica segna una rapida e forte ripresa, incrementando la produzione e i profitti dei Mangelli
Non aumentano i soldi nelle tasche di Jolanda e dei suoi compagni, anzi il così detto carovita fa diminuire il potere d’acquisto dei salari bloccati suscitando ondate di scioperi e proteste in tutta Italia da parte di lavoratori e disoccupati alla disperazione.
Il conte come gli altri industriali risponde alle istanze degli operai con i licenziamenti:  in quei primi mesi del ’49 vengono licenziati in blocco 218 dipendenti con il beneplacito della Prefettura che in un rapporto stilato durante le agitazioni delle maestranze giustifica l’iniziativa padronale definendo i lavoratori più attivi e coscienti nell’organizzazione delle proteste come “i più facinorosi” con ciò meritando di essere sbattuti in strada.
Gli operai non possono far altro che continuare con lo sciopero, la loro unica arma, tuttavia indebolita dalla presenza in fabbrica di un certo numero di “crumiri” che manda avanti la produzione mentre gli scioperanti perdono la paga e vedono diminuire la forza di contrattazione, per cui sono costretti a ricorrere ad un altro strumento: i “picchetti”, per spiegare le ragioni dell’astensione dal lavoro e convincere i colleghi a non entrare in fabbrica.
Il 3 giugno l’operaia Jolanda Bertaccini, 32 anni, è fuori i cancelli dello stabilimento a fare il “picchettaggio” e la polizia, onde impedire che i “crumiri” vengano disturbati carica gli scioperanti e fa uso delle armi da fuoco: Jolanda è colpita a morte e l’attività della “Orsi Mangelli” riprende a prosperare verso gli anni del boom economico.
4 giugno 1949 – Correggio ( Ferrara ): Aristide Mazzoni
Sono anni durissimi, e nelle campagne forse ancora peggiori che nelle città, a causa di rapporti di lavoro all’interno dei quali resiste la loro natura feudale.
Come le masse di operai, decine di migliaia di braccianti si trovano in una situazione di massima indigenza ed anche per loro l’unica ( e costosa ) risorsa è lo sciopero.
In campagna a giugno si miete il grano e il grano è un po’ come le vacche, che se non le mungi gli viene la mastite e scoppiano, il grano se non lo mieti a giugno non lo mieti più, è rovinato, per cui giugno è un buon mese per scioperare, perché il padrone ha di che perdere.
In tutto il ferrarese gli scioperi sono cominciati da un pezzo, da febbraio/marzo ed è nell’intenzione dei lavoratori d’intensificarli in giugno: nessuno si rechi alle raccolte! ed alla data del 4 è da 77 giorni che si astengono dal lavoro.
Anche qui il problema è costituito dai “crumiri”.
A Correggio un certo ingegner Boari decide appunto di recarsi su un suo podere facendosi accompagnare da un gruppo di crumiri, un po’ particolari, perché se spesso è la fame a indurre al crumiraggio, il manipolo capitanato dall’ingegnere ostenta anche una caratteristica politica ed un intento chiaramente provocatorio, fino a cercare il morto.
Invadono i campi al canto di “faccetta nera” e si pongono faccia a faccia con i braccianti a braccia conserte e il volto non meno duro di quello degli aggressori: l’aria che tira non promette niente di buono.
Il bracciante Aristide Mazzoni, uomo sensato e che mostra di conoscere l’ingegnere, gli si avvicina per parlargli (secondo varie testimonianze in maniera ragionevole) per fargli capire che per lui sarebbe meglio andarsene.
A questo punto il Boari estrae una pistola, che porta appresso, e spara a bruciapelo contro il bracciante che muore all’istante con il petto spaccato dalla pallottola.
In questo caso a far giustizia ci pensano i compagni di Aristide: nel corso delle agitazioni Boari viene linciato dai lavoratori esasperati.
12 giugno 1949 – S. G. Persic. ( BO ): Loredano Bizzarri
Grandi manifestazioni contadine e scioperi ad oltranza nella provincia bolognese, dove il padronato agrario fa ricorso, al solito, all’utilizzo di crumiri e di propri scagnozzi al soldo per minacciare ed intimidire chi si ribella ai salari da fame ed ai licenziamenti capricciosi.
Anche alla tenuta “Locatello” lavoratori in sciopero sono impegnati in azioni di persuasione dei braccianti che intendono recarsi al lavoro, fra di loro si infiltra una guardia campestre, di quelle che fanno molto spesso da guardaspalle agli agrari, poco noto alla gente del luogo, e che pertanto riesce, senza nulla patire, a scaricare la sua rivoltella contro il bracciante Loredano Bizzarri, l’ennesimo morto di protesta nelle campagne dell’Italia democristiana.
12 giugno 1949 – Gambara ( Brescia ): Marziano Girelli
Il contesto è sempre quello delle lotte dei salariati agricoli, nella bassa bresciana.
Nelle proprietà dell’agrario Giovanni Consadori, mentre i braccianti rimangono con le braccia incrociate, 70 crumiri lavorano protetti da 23 carabinieri.
I lavoratori che tentano un contatto con i crumiri vengono dispersi a colpi d’arma da fuoco, ma per i carabinieri non basta, pensano che occorra una buona lezione e si impegnano seguendoli all’interno della macchia in una vera e propria caccia all’uomo.
Giunti alla cascina dove vive la famiglia Girelli, il loro atteggiamento minaccioso induce i due giovani figli alla fuga e il padre, Marziano, preoccupato per la sorte dei figli, li segue, spinto dall’istinto paterno di protezione.
A sera i due ritornano, insieme ad altri giovani scioperanti, alla cascina, ma non torna Marziano rinvenuto cadavere la mattina seguente, con il corpo martoriato da evidenti torture e con una pallottola ficcata in testa, segno del colpo di grazia dopo le sevizie.
Ha sessant’anni, Marziano, ancora qualche lustro davanti sé, ma nessuno ha pagato per il suo
assassinio.
17 giugno 1949 – Minervino Murge ( BA ): Felice Magginelli
Si arriva a Minervino attraversando una natura selvaggia intarsiata da cavità naturali, fra campi aspri segnati da piccole costruzioni di sassi predisposte per dar riparo ai pastori e conservare gli attrezzi, fino ad intravedere verso l’alto la torre quattrocentesca e la cattedrale medievale.
Terra antica, sempre attraversata da torbidi, conosce giacobini, briganti, rivolte bracciantili, le prime leghe contadine fin dal 1902.
A Minervino sono eletti deputati, nel 1924, Giuseppe Di Vittorio e Ruggero Grieco, poi il fascismo, la crisi del dopoguerra, gli anni di Scelba e la repressione delle rivendicazioni dei lavoratori.
Il 17 giugno del ’49 ci scappa il morto.                      
Negli scontri fra forze dell’ordine e manifestanti, a seguito di agitazione nelle campagne e della battaglia contro la piaga del caporalato resta ucciso da colpi d’arma da fuoco un cittadino che transita per la via: Felice Maginelli.
Ancora oggi su una piazza del paese una lapide esalta Antonio Gramsci e il movimento di riscossa contadino nel mezzogiorno d’Italia che annovera fra i suoi protagonisti lo stesso  Giuseppe Di Vittorio, che nel 1911, a soli 19 anni è a Minervino, “rocca del proletariato meridionale”, a dirigere la Camera del Lavoro.
6 giugno 1971 – Milano: Massimiliano Ferretti ( sette mesi )
La storia della casa è la storia dell’uomo che sempre ha avuto il bisogno di ripararsi, sotto le frasche, dentro le grotte, su palafitte, dentro capanne, fino alle ville, quando una parte dell’umanità ha sopraffatto l’altra, ville di imperatori, di consoli, di re, di nobili e di borghesi…..e tuttavia ancora oggi c’è chi una casa non l’ha, anche se, per quanto detto sopra, dovrebbe essere un diritto umano ed anche di cittadinanza nel mondo che ora si dice “civile”.
Il bisogno è avvertito nel nostro paese fin dai primi anni del ‘900 e a firma dell’on. Luigi Luttazzi è promulgata la legge n. 31/5/1903 che istituisce gli Istituti Autonomi Case Popolari che attraverso vari Istituti ( INA casa, GESCAL, IACP, ATER) dovrebbero provvedere alla costruzione di abitazioni per tutti.
Obiettivo non ancora realizzato, così che chi non ha casa la occupa.
Gli anni settanta sono gli anni di occupazioni diffuse, dopo le lotte del ‘68 e del ’69, a Roma, Milano, Torino e in quasi tutte le città d’Italia.
Nei mesi di maggio/giugno del ’71 i baraccati della capitale lombarda occupano le case dello IACP di Via Tibaldi, le famiglie si organizzano alla meglio, fra mille difficoltà, manca luce, gas, in qualche palazzina anche l’acqua, in alcuni appartamenti non ci sono gli infissi e, nonostante l’estate alle porte, i rischi di ammalarsi sono alti, specie per gli anziani e i bambini.
Tuttavia gli occupanti resistono, aiutati dai Comitati di lotta per la casa, fino a quando non avviene lo “sgombero”: nella notte fra il 2 e 3 giugno 4.000 agenti armati attaccano sparando centinaia di candelotti lacrimogeni ed il piccolo Massimiliano Ferretti, con patologie di carattere cardiaco e malato di bronchite non resiste ai micidiali gas, che gli provocano un grave intossicazione dalla quale non riescono a salvarlo i medici e gli infermieri della clinica Mangiagalli, dove muore il giorno 6 di giugno.
A seguito dell’episodio ha guai giudiziari solo il padre del bambino, ricercato per piccoli furti.
A noi piace ricordare il piccolo Massimiliano con la “Ballata di Via Tibaldi”, di Anton Virgilio Savona, che gli dedichiamo:
Erano in tanti venuti a Milano
per sopravvivere, e per lavorare:
e si erano accampati in vecchie catapecchie
anche pagando la GESCAL
Ma un giorno seppero che in via Tibaldi
coi contributi pagati da loro
facevano una casa, ma solo per i ricchi
di quelle con i tripli servizi.

Evviva l'Italia! L'Italia dei santi,
dei grandi poeti e dei naviganti.

Quando una voce nei ghetti operai
disse: « Prendiamoci quello che è nostro »
la casa fu occupata in segno di protesta
contro i padroni e la GESCAL
Chiusi lì entro con donne e bambini
dandosi aiuto alla meglio tra loro
provvidero alla mensa dell'ambulatorio
fintanto che scoppiò un pandemonio.

Evviva l'Italia! L'Italia dei santi,
dei grandi poeti e dei naviganti!

Furono presi da circa duemila
baldi ragazzi della polizia
dovettero sloggiare col solito ricatto:
minaccia di foglio di via.
Si ritrovarono in mezzo alla strada
con i più piccoli stretti sul petto,
la pioggia quel mattino veniva giù a dirotto
Si seppe poi che un bimbo era morto.

Evviva l'Italia, …l'Italia dei santi,
dei grandi poeti ..e dei naviganti. (…).


1-6-10