Venerdì 27 Aprile 2018
Medio Oriente, delitti contro le donne all'ombra della Sharia E-mail
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Di Antonella De Biasi - “Perché donna”. Questo il marchio doloroso abbinato a diversi tipi di reati che tante donne subiscono ancora da parte del potere maschile, in qualsiasi forma esso si manifesti. E in Kurdistan le donne sono doppiamente discriminate, perché esistono, perché sono kurde. Lì, in un Paese diviso, con la compiacenza dei governi, il fenomeno della violenza di genere è più pesante.
Ogni giorno, in ogni luogo del Kurdistan, in nome dell'onore le donne vengono assassinate o indotte al suicidio, diventano dunque vittime della sharia, di codici maschili imposti che da sole non possono cambiare. Se una donna viene privata della propria identità (come accade per esempio alle kurde iraniane), se viene privata del nome perché kurdo (come accade in Turchia), se nel Kurdistan iracheno continuano le mutilazioni genitali femminili - quindi oltre alla psiche è il corpo della donna a diventare oggetto di imposizioni, regole, codici maschili - se alle donne viene negata la possibilità di istruirsi, ciò accresce fortemente il senso di oppressione delle giovani ragazze che decidono di farla finita. In Siria, poi, se un uomo uccide una donna in nome dell'onore si aspetta di ricevere sentenze lievi ai sensi del codice penale, come ha più volte denunciato Amnesty International...


E ancora, se una donna, nonostante tutto questo riesce ad emanciparsi, a entrare in politica – ricordiamo, se mai ce ne fosse bisogno, la vicenda di Leyla Zana, prima parlamentare kurda eletta nell'Assemblea nazionale turca – ecco che deve conoscere l'arresto, il carcere, la tortura. Nell'ultima ondata di arresti a dirigenti del Dtp (il partito filokurdo della Società democratica di recente sciolto dalla Corte costituzionale turca), seguita alle elezioni amministrative in Turchia nel marzo del 2009, sono 23 le donne finite dietro le sbarre. E' questo il prezzo da pagare? Certo le donne kurde non si stanno tirando indietro, lo dimostrano col loro impegno come amministratori nelle città del sud-est della Turchia, come registe, attiviste, giornaliste, avvocate. Ma sono lontane dai diritti che spettano loro.

La legge dell'onore
La particolare forma di violenza patriarcale conosciuta come “delitto d'onore” avviene con alte percentuali nel Medio Oriente e nelle parti del Kurdistan devastate dalla guerra. Episodi di violenza legata al concetto di “onore” accadono anche tra i rifugiati e le comunità immigrate dei Paesi occidentali, ma non è unicamente un fenomeno kurdo, è bene precisarlo, e neanche una tendenza collegata all'Islam.
«La violenza contro le donne non dovrebbe essere circoscritta solo a un retaggio culturale», argomenta Shahrzad Mojab, docente di Psicologia all'Università di Toronto, nel suo saggio “Honor Killing: culture, politics and theory”. In ogni caso la cultura kurda, in qualsiasi parte del mondo si manifesti, non è omogenea né un'entità monolitica. Ci sono parti conflittuali tra loro, continua Mojab: una parte misogina e patriarcale e un'altra, meno conosciuta forse, che lotta per l'uguaglianza di genere. Questa cultura dell'uguaglianza ha fatto capolino nella stampa kurda all'inizio del XX secolo. Si è ispirata al femminismo e ai movimenti delle donne tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX in Europa. Abdullah Goran, uno de più grandi poeti kurdi del secolo scorso, ha fortemente condannato i delitti d'onore. Purtroppo però il modello di violenza maschile resta dominante: Shahrzad Mojab spiega come tale schema di sopraffazione venga continuamente riprodotto nella società globalizzata da famiglia, sistema educativo, Stato, media, religione, musica, arte, linguaggio, folklore. Quindi il delitto non può nemmeno essere ridotto alla psicologia del singolo che uccide o alle dinamiche dei gruppi che commettono violenza, sebbene questa dimensione giochi un ruolo.

La “zona di genocidio”
Il popolo kurdo ha vissuto fin dal 1870 in quello che Mark Levene ha chiamato una “zona di genocidio” (l'est Anatolia che comprende il Kurdistan) con le politiche dell'Impero ottomano, dello Stato turco, del Ba'th in Iraq. Questa zona di genocidio continua oggi a essere un'attiva zona di guerra che distrugge ogni pezzo della società kurda. «Tutto questo ha scatenato un'ondata di violenza maschile contro le donne», scrive la professoressa Mojab. «Ciò spiega, almeno in parte, perché si verificano più episodi legati al delitto d'onore tra i kurdi d'Iraq e i kurdi in Turchia, per esempio rispetto all'area iraniana». L'area iraniana però attualmente non è monitorata in maniera indipendente: ad Amnesty International per esempio è impedito di visitare il Paese da circa 28 anni.
In ogni caso le guerre chiamano le giovani donne ad emulare il modello di forza maschile per ragioni di sopravvivenza, spiega il rapporto “Because I am a girl - The state of the world's girls 2008” della più ampia campagna contro la discriminazione della donna. E ancora: «Le vite delle ragazze possono essere cambiate completamente da un conflitto armato, in particolare se questo mette in gioco il loro ruolo sociale nella famiglia, nella comunità d'origine, nella sfera pubblica». Trattando di Kurdistan e del conflitto silenzioso (o meglio tenuto nascosto da Ankara) che si combatte per esempio nel Sud est della Turchia, il “negazionismo di Stato” non ha certo migliorato le cose. Se la durezza di questa realtà che il movimento delle donne kurde vuole contribuire a migliorare viene passata sotto silenzio, ovvero continuamente negata, può solo aumentare lo shock psicologico di vivere una condizione marginale.
Una recente missione (agosto 2009) del Khrp, Kurdish Human Rights Project - un'organizzazione non politica e indipendente che si occupa di diritti umani - ha messo in luce il fallimento delle autorità turche nel fornire adeguata protezione alle donne esposte a violenza domestica, così come l'apparato di ostacoli più generali che intralciano l'accesso soprattutto nella regione kurda del Paese. Il riferimento è alle barriere linguistiche quando si ha a che fare con il sistema della giustizia (provate a chiedere di voler denunciare violenze subìte parlando kurdo, ndr), la mancanza di consapevolezza tra le donne dei loro diritti, gravi lacune nei provvedimenti legali e negli esami medici, e inoltre la fallimentare routine dei funzionari pubblici nel raccogliere le denunce delle donne.
Insomma la lotta contro i delitti d'onore non può essere separata dalla lotta per i diritti democratici. Una parte non esiste senza l'altra.
Amnesty International nel suo ultimo rapporto, in merito alla Turchia, parla di «finanziamenti insufficienti e inazione dei dipartimenti governativi che hanno indebolito i provvedimenti previsti da una circolare del primo ministro, emanata nel 2006, volta a combattere la violenza domestica e a impedire i delitti d'onore». Inoltre, sempre secondo l'ong, sono stati compiuti pochi progressi nel fornire case protette a donne sopravvissute alla violenza nella misura stabilita dalla legge sui comuni del 2004, cioè almeno una casa protetta per ogni comune con popolazione superiore ai 50mila abitanti.
In Turchia i delitti d'onore, le violenze contro le donne e i suicidi forzati hanno avuto un'impennata negli ultimi anni. Batman, nel Kurdistan turco, è anche detta “suicide city”, tre quarti dei suicidi che si registrano lì sono commessi da donne e il più delle volte sono indotti. Il fenomeno dei suicidi femminili ha avuto un'impennata in Turchia dopo la riforma del codice penale del 2005 che ha introdotto l'ergastolo obbligatorio per i delitti d'onore.
In molti casi è difficile investigare perché forze dell'ordine ed esecutori materiali dei delitti hanno la stessa visione della donna ovvero non sono educati all'uguaglianza tra i sessi. “Lava la vergogna prodotta dal tuo comportamento non accettato dal gruppo togliendoti la vita o saremo noi a farlo”, questo è il messaggio dato alle giovani donne dalla famiglia, dalla società. In molti casi le famiglie non vorrebbero veder morte le loro ragazze, ma sono la pressione sociale e i pettegolezzi a condurre verso gesti estremi. Nel sud Italia non molti decenni addietro si facevano gli stessi discorsi incentrati sul binomio “donna-onore”. E' fondamentale il discorso sull'educazione e l'accesso ai diritti di base per sconfiggere questa piaga, in una parola: democrazia.

25-8-10