Giovedì 16 Agosto 2018
Viaggio nelle carceri 1 – Intervista ad Andrea, 15 anni di carcere per omicidio E-mail
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Di Paola Moroni - “Ho finito di scontare la pena a luglio, dopo 15 anni per omicidio in casa di reclusione: ho beneficiato delle riduzioni”. Andrea è uscito dal carcere definitivamente ed è ancora molto giovane. Ha un viso rassicurante. “A pelle” si capisce che non è un delinquente di quelli “tosti” che fanno paura solo a guardarli, eppure ha ucciso una persona. Se non conoscessimo la sua storia non potremmo nemmeno sospettare che buona parte della sua vita l’ha passata in carcere. Parliamo con lui dopo il solito ferragosto di parlamentari in “gita” nelle carceri italiane.

Sei stato condannato a 21 anni per omicidio quando ne avevi 21

Quando sono entrato in carcere l’ho subito passivamente perché ho preso coscienza dell’enormità del reato che avevo commesso: ero convinto di meritare l’ergastolo. Poi col passare del tempo ho cominciato a sperare e a credere che se mi fossi impegnato, se avessi impiegato il mio tempo in modo utile per gli altri, le cose potevano cambiare. Ho cercato di frequentare detenuti che non parlassero soltanto dei processi e di quanto fossero bastarde le istituzioni, cercavo gente che non avesse “la testa da galera”, leggevo. Non c’erano attività per i detenuti in quegli anni nel carcere di Padova. Dopo qualche anno ho avuto la fortuna di incontrare l’associazione “Ristretti orizzonti” e mi sono impegnato con loro.

Com’è il carcere di Padova…
Meglio di molti altri: i primi anni il rapporto tra  detenuti e agenti era ostile ma raramente è degenerato in episodi di violenza, lo stesso tra detenuti.
Dopo il 2000 c’è stato il boom del sovraffollamento e anche a Padova sono raddoppiati le persone in carcere. Così le attività, come gli spazi a disposizione si sono dimezzati. Oggi la situazione è peggiorata ulteriormente perché non c’è personale a sufficienza e vengono chiusi interi reparti perché non c’è abbastanza personale per la sorveglianza. Questo significa celle singole che contengono tre persone, meno docce, meno passeggi, meno spazi comuni e non ci sono più fondi per finanziare attività lavorative o di formazione.

Due leggi hanno trasformato le carceri italiane: la Bossi-Fini del 2002 sull’immigrazione e la Fini – Giovanardi sulla droga del 2006. Da allora il carcere si è riempito di stranieri (che spesso non possono scontare il carcere ai domiciliari perché non hanno una casa) e di tossicodipendenti. Quando sei entrato in carcere eri un tossicodipendente, raccontaci la tua esperienza con la droga…
Ho cominciato con le canne a 16 anni, poi con l’ecstasy. A 18 anni ho provato anche l’eroina ma riuscivo ancora a controllarmi e a drogarmi soltanto nel fine settimana: cercavo lo sballo. È passato ancora del tempo prima che la situazione degenerasse e invece dello sballo avessi bisogno della droga per essere normale. In quel periodo avevo bisogno di farmi anche 3 o 4 volte al giorno. Sono stato in quella situazione per un anno, dai 20 ai 21 anni. Lavoravo, avevo la macchina, una ragazza e vivevo per conto mio. A un certo punto tutto è degenerato, non riuscivo più a controllare la mia vita, ho perso la mia libertà, la mia ragazza mi ha mollato, ho lasciato il lavoro, i miei genitori hanno scoperto che mi drogavo. Così sono tornato dai miei che mi hanno chiuso in casa per disintossicarmi. A quel punto sono impazzito, non mi importava più di niente: il mio unico pensiero era rimettermi in piedi per andare a procurarmela. Scappavo e stavo via anche 2 giorni, i miei mi cercavano ovunque e ricominciavo daccapo. Questa follia è durata da luglio ai primi di settembre quando ho ucciso una persona e sono stato arrestato.

Quindi sei entrato in carcere eri un tossico…
In carcere ero un assassino. La tossicodipendenza è stato un fatto dimenticato da me come dalla struttura carceraria. All’inizio mi davano calmanti e antidolorifici per le crisi d’astinenza poi più niente. Avevo altro di cui preoccuparmi. Come dicevo all’inizio faccio i conti con l’enormità di quanto ho commesso e il problema droga è stato completamente trascurato. In carcere non c’era modo di assumere sostanze. Dopo nove anni ho avuto i primi permessi e dopo qualche tempo che uscivo dal carcere ho avuto un episodio di ricaduta. Per un anno e mezzo ho perso tutti i benefici che avevo acquisito, ma nemmeno allora ho fatto un vero percorso di recupero dalla tossicodipendenza: il carcere non lo prevede.
Ho preso informazioni e mi sono messo in contatto con il Sert per affrontare finalmente il problema. Precedentemente all’episodio infatti, mi avevano fissato una Camera di consiglio per stabilire gli eventuali benefici (custodia attenuata) e in quella occasioni proposi il percorso terapeutico, invece me l’hanno respinto perché è stato ritenuto un episodio sporadico. L’atteggiamento in carcere è sempre quello: “hai tradito la fiducia che ti abbiamo accordato”. Nessuno si pone di fronte al problema droga in modo terapeutico. È passato altro tempo e di nuovo ho deciso di affrontare un percorso grazie all’aiuto di una volontaria che si occupa di alcolisti. Facevo i colloqui con lei e con una psicologa fino a quando ho raggiunto sicurezza.

Oggi sei fuori e fai parte di una équipe di avvocati di strada…
Ho ricominciato quasi da zero, con la coscienza che la mia vita non sarà mai come quella degli altri. Ho affittato un appartamento, frequento una ragazza, lavoro con Ristretti, faccio convegni nelle scuole e lavoro nella segreteria degli avvocati di strada che si occupano di persone senza fissa dimora. Il lavoro allo sportello è davvero pesante: ascolto persone disperate per le quali rappresento l’ultima spiaggia, questo mi aiuta a dare un senso alla vita.


30-8-2010