Lunedì 11 Dicembre 2017
DIRITTI DAL MONDO. Palestina/2 - Intifada E-mail
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Prima Intifada.
L'8 dicembre 1987, di mattina, un'automobile con a bordo dei lavoratori palestinesi, si scontrò con un camion dell'esercito israeliano nei pressi di Gaza, gli israeliani spararono uccidendo un ragazzo di 17 anni.
 La striscia di Gaza si infiamma: giovani, ragazzini, scesero per le strade con l'unica arma che si potevano procurare, i sassi, che lanciano contro i blindati dell'esercito.
Dopo pochi giorni la rivolta si estese in Cisgiordania....

Il 19 dicembre anche a Gerusalemme Est, la città palestinese, apparvero le barricate.
Ormai in tutti i Territori Occupati scorazzavano bande di "shebab" (in arabo si intende "i ragazzi della rivolta") che attaccavano con violente sassaiole.
Durissima è la repressione israeliana con decine di morti che ogni giorno coprivano di sangue le strade dei Territori.
Per difendersi dal pugno duro di Tsahal (l'esercito israeliano) i Palestinesi dovettero organizzarsi nei Comitati Popolari nati inizialmente come comitati di quartiere, per reperire i generi alimentari, a stoccarli e distribuirli quando per la popolazione è rischioso uscire di casa; organizzano anche gruppi di medici e la raccolta di medicinali. Nel maggio 1988 erano operanti nei Territori 45.000 Comitati .Nell'agosto del 1988 le autorità israeliane li misero fuorilegge. Fu un duro colpo per la Resistenza Palestinese che nel 1989 subì una flessione. Dopo il massacro della Moschea di Gerusalemme nell'ottobre 1990, la disperazione, più che una precisa strategia politico-militare, scatenò gli shebab, anche in sanguinose rivalità interpalestinesi; i disaccordi fecero scontrare giovani di Al Fatah con quelli del Fronte Popolare, questi con i giovani di Hamas, mentre lo Shin Bet (servizio di sicurezza israeliano) fomentava, attraverso i suoi agenti, la mattanza interna e Tsahal interviva dopo gli scontri a completare l'opera di eliminazione di giovani vite palestinesi.
L'OLP non riuscì a controllare la situazione che rischiava una deriva estremista: a Gaza nacque Hamas, movimento di resistenza islamico, braccio politico dei "Fratelli Musulmani", creato dallo sceicco Ahmed Yassin, che riuscì a coinvolgere un buon numero di palestinesi nella politica integralista.
Conseguente fu l'arenarsi dell'iniziativa diplomatica tentata da Arafat e l'inasprimento della repressione: il bilancio al 30 ottobre 1992, dopo cinque anni di Intifada, conta 1.100 Palestinesi uccisi da militari o coloni israeliani, oltre 80.000 feriti, 815 case demolite per "motivi di sicurezza", 13000 prigionieri accusati di reati collegati con l'Intifada (morti 33 militari e 74 civili israeliani).
Gli accordi di Oslo.
Nel 1992, con Yitzhak Rabin, tornarono al Governo i laburisti, che erano fuori dal 1977.
La politica d'intransigenza verso il mondo arabo condotta dai governi di Begin sembrò attenuarsi con l'emergere di posizioni pacifiste proclamate da S. Peres che riuscì a stabilire un dialogo con Arafat.Le trattative, tenute segrete, fra i due uomini politici, sfociarono in "Accordi" siglati ad Oslo il 13 settembre 1993, che tuttavia, pur nel riconoscimento da entrambe le parti delle rispettive entità autonome, e nonostante la storica stretta di mano fra Rabin ed Arafat, erano lontani dalla risoluzione della questione, in particolare a riguardo dei confini del futuro Stato Palestinese e le colonie nei Territori Occupati nel 1967.
Restarono così in piedi questioni esiziali per i palestinesi e non si fece un passo avanti neppure nel vertice tenuto al Cairo il 4 maggio 1944, che ratifica gli "Accordi" senza significative modifiche. Nel clima di sostanziale fallimento dei tentativi di risoluzione pacifica e moderata della questione palestinese, il movimento di resistenza, viepiù sulla via della disperazione, affievolisce le componenti laiche mentre si rafforzava l'ala estremista islamica di "Jhad" e "Hamas", che appariva più legata al popolo e capace di interpretarne, meglio di Fatah, i bisogni.
Lo sforzo personale di Arafat, Rabin e Peres sembrò aprire uno spiraglio: gli accordi c.d. di "Oslo II" firmati a Washington concessero ad Arafat e all'A.N.P. (Autorità Nazionale Palestinese)
l'amministrazione su una parte della Cisgiordania.Era il 4 maggio 1994.
Il 4 novembre dello stesso anno un evento drammatico diede una sterzata a destra alla politica d'Israele: Ygal Amir, figlio di un rabbino e giovane studente sionista, uccise Y. Rabin secondo un ordine, confessò il giovane, che "viene da Dio" e dal gruppo "Eyal" (guerrieri d'Israele) i cui adepti avevano giurato sulla tomba di T. Herzl, il fondatore del sionismo, di "uccidere chiunque cedesse agli arabi la Terra Promessa di Giudea e Samaria".
Nello stesso giorno i coloni di Kiryat Arba e di Ebron danzarono di gioia recitando i salmi di Davide intorno al mausoleo eretto in onore di Baruch Goldstein, che qualche mese prima aveva assassinato 27 arabi in preghiera.
Il 30 maggio 1996 Benyamin Netanyahu formò un Governo di destra che il 24 settembre iniziò l'apertura di un tunnel sotto la Città Vecchia di Gerusalemme provocando scontri cruenti tanto da far adottare dal Consiglio di Sicurezza dell'O.N.U. una risoluzione per far cessare l'opera.
Formalmente ancora veniva perseguita la linea degli "Accordi" ma puntualmente questi non venivano rispettati (Accordi di Wye River del 1998 e di Sharm el-Sheikh del 5 settembre 1999).
Seconda Intifada
L'uscita di scena, nei primi mesi del 1999, di Netanyahu, indagato per illeciti finanziari, e il ritorno al Governo dei laburisti con Ehud Barak, non produssero sostanziali mutamenti. La Conferenza tenuta a Camp David l'11 luglio 2000, sotto gli auspici del Presidente U.S.A. Bill Clinton, si arenò. Gli animi dei palestinesi erano esacerbati e la situazione esplose il 28 settembre, quando il Presidente del Likud, Ariel Sharon (il massacratore di Sabra e Chatila) si recò provocatoriamente alla Spianata delle Moschee per ribadire la sovranità israeliana sulla zona. Divampò allora la "Intifada di Al-Aqsa": decine i morti già nella prima settimana ed a nulla portò un  incontro tenuto il 4 ottobre 2000 a Parigi fra Barak ed Arafat per una tregua che salta già il giorno successivo.
Nuovo incontro a metà ottobre a Sharm el-Sheikh, per un “cessate il fuoco", fallito dopo due giorni.
Arafat ci riprovò con Peres ma la situazione assai tesa non permise spiragli di pace e gli scontri continuarono aspri nei territori. I palestinesi ormai alla disperazione e nella gran maggioranza assorbiti dal radicalismo religioso ricorsero ad attentati kamikaze.
La reazione israeliana si fece sempre più dura e spietata: dopo due mesi di scontri si contarono 264 morti (solo 31 israeliani, gli altri tutti palestinesi).
Il 9 dicembre Barak si dimise. Clinton propose un nuovo piano di pace che prevedeva il 95%
della Cisgiordania nel futuro Stato Palestinese, ma non venivano accettate le richieste per un ritorno dei profughi (4.700.000) per cui i Palestinesi respinsero il Piano. Il 6 febbraio 2001 le elezioni in Israele segnarono la vittoria della destra: vinse il Likud, con Sharon oltre il 60% dei consensi.
Ormai è "guerra": quasi quotidiani gli attentati palestinesi e i bombardamenti israeliani su Gaza e Cisgiordania: a metà maggio i morti erano più di 500! Arafat formulò ipotesi di "tregua"
non accolte da Hamas ed altri gruppi radicali, ma nemmeno da alti esponenti di Al Fatah, come Bargouti capo del "Tanzim", il braccio armato di Al Fatah.
Si intensificarono gli attentati: 1 giugno a Tel Aviv 15 morti; 9 agosto a Gerusalemme 15 morti e 90 feriti, molti gravi.
Attentati ad Haifa, Netanya, inarrestabile l'azione di Hamas, che Arafat tentò inutilmente di fermare.
S'inasprì la rappresaglia israeliana: ai primi di ottobre il numero delle vittime era salito a 869, a fine mese l'esercito israeliano era penetrato a Betlemme, Nablus, Ramallah, Tulkarem...mietendo decine di vittime ogni giorno, gran parte giovani, addirittura bambini.
Ancora attentati: 1 dicembre a Gerusalemme, 12 morti, il giorno dopo ad Haifa, 16 morti.
Israele bombardò Gaza, attaccò Jenin e Betlemme, missili su Ramallah colpirono gli uffici di Arafat che si salvò per miracolo; colpite  da bombe Tulkarem, Nablus e l'aeroporto di Gaza; incursioni terrestri con carri armati; Arafat è assediato a Ramallah e gli israeliani non gli permettono neanche di recarsi a Betlemme, come sua consuetudine, alla messa di Natale nella Basilica della Natività.
Il nuovo anno non portò schiarite: non si fermò la spirale attentati/rappresaglia, l'esasperazione portò dissidi all'interno della resistenza palestinese, Arafat fu criticato per eccesso di moderatismo, mentre Sharon lo accusava di essere il responsabile delle azioni kamikaze.
Nel febbraio 2002 s'intensificarono gli scontri e l'esercito israeliano avanzò nei campi profughi dei territori: centinaia i morti in un solo mese.
Cento le vittime della prima settimana di marzo; l'8 marzo fu il giorno più nero della seconda Intifada con 45 morti (39 palestinesi e 6 israeliani).
Ramallah fu devastata dall'occupazione, Arafat assediato, le città israeliane nel mirino dei kamikaze: il 31, giorno di Pasqua, 17 morti per un attentato; nello stesso giorno a Ramallah caddero sotto i colpi dell'esercito 30 palestinesi.
Proseguiva l'occupazione: Tulkarem, Betlemme, dove il 2 aprile si combatté una furiosa
battaglia con decine di morti in poche ore. Un gruppo di sei giornalisti italiani, imbottigliato nei fuochi del combattimento si rifugiò nella Basilica della Natività, dove poi fecero irruzione anche
decine di militanti e civili palestinesi rendendo la situazione ancora più delicata. I giornalisti
riuscirono ad uscire dopo un giorno dalla Basilica, che rimase sotto assedio e con duecento palestinesi all'interno.
Il 6 aprile la furia israeliana esplose a Nablus e a Jenin dove si contarono centinaia di morti (forse 150 o 200 e oltre, secondo voci più di 500!).
Nella Natività gli assediati erano ormai senza acqua e senza cibo, padre Ibrahim, custode della Basilica, lanciò l'ultimo disperato grido:"Qui  moriremo tutti!".I religiosi cristiani non abbandonano i palestinesi.
Il 15 aprile venne arrestato Marwan Bargouti, con l'accusa di essere l'organizzatore di molti attentati.
Il 2 maggio Sharon liberò Arafat dall'assedio, il 9 si sbloccò la situazione a Betlemme: dalla Natività uscirono tutti, alcuni tornarono alle proprie case, altri andarono prigionieri a Gaza, 13 presunti "terroristi" vennero esiliati all'estero.
Non si fermarono gli attentati né la rappresaglia israeliana, Arafat di fatto non riuscì ad uscire da Ramallah.
All'8 agosto 2002 il bilancio di morte, a due anni dall’inizio della Seconda Intifada, registra: 1788 vittime palestinesi, 598 vittime israeliane.
In campo palestinese la situazione si fece ancora più drammatica essendo ormai arrivati ad un punto critico di rottura i rapporti fra Al Fatah e Hamas, che accentuò l’azione contro Israele, che a sua volta aumentò la repressione contro la popolazione civile di Palestina, che non desistette dal proseguire la lotta: l’Intifada continua.

 

Claudio Valentini

 

3-2-11

DIRITTI DAL MONDO. Palestina/1 – Dalle Origini a Sabra e Chatila