Sabato 21 Ottobre 2017
DIRITTI DAL MONDO.Palestina/3 – Aspettando Palestina E-mail
Valutazione attuale: / 4
ScarsoOttimo 

Il “Muro della Vergogna”.
Nell’aprile del 2002 iniziò la costruzione del muro dell’apartheid che si sarebbe snodato per oltre 700 Km. in cemento, fortificato e chiuso da posti di blocco armati,alto da otto a dieci metri, ideato per isolare villaggi, impedire l’accesso alle terre coltivate, si insinuava nelle città fratturandone lo spazio urbano a macchia di leopardo e frantumando anche il tessuto sociale palestinese.
Un mostro che la Corte dell’Aja dichiarò illegale nel 2004 e del quale la stessa Assemblea dell’ONU chiese, inascoltata, lo smantellamento.....

2003: Abu Mazen al Governo dell’ANP.
Nato a Safad il 26 marzo 1935, laureato in legge, è stato fra i fondatori di Al Fatah, membro del Consiglio Nazionale Palestinese nel 1968 e dell’OLP nel 1981, ha partecipato ai colloqui di pace di Madrid del 1991 e di Oslo nel 1993.
Segretario Generale del Comitato Esecutivo dell’OLP, ad aprile del 2003 assunse l’incarico di Primo Ministro, su indicazione dello stesso Arafat con il quale ebbe però da subito frequenti contrasti, che contribuirono alla breve durata del suo mandato nel corso del quale non ruscì a pacificare le varie anime palestinesi, in particolare Hamas.
Nel corso dell’anno le vittime salirono a quasi 4.000 dall’inizio della seconda  “intifada”.
Nel 2004 Israele intensificò la repressione politica e gli attacchi armati: il 20 di maggio è processato Marwan Bargouti, che finirà all’ergastolo; i raids sono quasi quotidiani, il 28 settembre ebbe inizio una offensiva su Gaza che in pochi giorni registrò un centinaio di vittime in campo palestinese.
L’ anno si avviò verso il termine con il ricovero di Arafat, in gravissime condizioni, all’ospedale militare parigino di Percy, dove il leader palestinese cessava di vivere alle 2.30 dell’11 novembre.
Assunse la guida dell’ANP Rawhi Fattuh, al momento Presidente del Consiglio Legislativo Palestinese, mentre alla Presidenza dell’OLP andò Abu Mazen, che venne poi eletto Presidente dell’A.N.P. nel gennaio dell’anno successivo con il 62,32% dei voti, un successo innegabile che però non gli evitò di entrare in conflitto con le componenti più estreme del movimento palestinese:
“Al Aqsa”, “Hamas” e “Jihad” respinsero la tregua ordinata da Abu Mazen che pochi giorni dopo la sua elezione chiese ai Servizi di Sicurezza di “prevenire qualsiasi atto di violenza, inclusi gli attacchi contro Israele” con cui il leader palestinese addivenne ad un accordo per la cessazione delle violenze, al quale “Hamas” e “Jihad” dichiararono di non sentirsi vincolate, accettando al limite una situazione di tregua, che ritennero rotta dopo il 9 di aprile, quando soldati israeliani uccisero a Rafah tre ragazzi palestinesi che stavano giocando a calci vicino ad una base israeliana.
Tornò a salire la tensione e vari tafferugli si susseguirono presso la “Spianata delle Moschee”, fra i palestinesi, sempre più esasperati sembrò scemare il credito verso il Presidente, il 7 giugno da Gaza vennero lanciati  missili sulla città di Sderot e a Ganai Tal, un insediamento ebraico nella striscia di Gaza, dove rimasero uccise due persone. Seguì la repressione israeliana che provocò vittime in Cisgiordania e a Rafah (sud di Gaza).
Quella che venne considerata timidezza di Abu Mazen verso Israele trasferì la tensione all’interno dei militanti palestinesi che arrivarono allo scontro fra uomini di Hamas e polizia, provocando anche morti.
“Hamas” intensificò l’azione contro Israele che rispose con incursioni nelle zone palestinesi per catturare persone ritenute responsabili di atti contro lo Stato ebraico.
2006: la vittoria di Hamas.
La moderazione di Abu Mazen portò il 25 gennaio 2006 alla vittoria alle elezioni legislative di Hamas che con 76 seggi contro i 43 di Fatah si aggiudicò addirittura la maggioranza assoluta.
Grandi manifestazioni a Gaza dove più massiccia è l’adesione ad Hamas, che nel corso delle prime settimane sfociarono in scontri con Al Fatah, addirittura con morti: 3 vittime l’8 maggio, decine di feriti nei giorni seguenti, mentre Israele continuava a bombardare Gaza  e Cisgiordania.
Abu Mazen, nel tentativo di arginare la spirale di violenza lanciò un referendum su iniziativa pacificatrice, male accolta da Hamas.
Del dissidio fra le due principali anime della resistenza palestinese approfittò Israele che, oltre a continuare con i raid, a fine giugno arrestò 8 Ministri e 6 Parlamentari di Hamas, avanzando nel contempo con i carri armati verso la Striscia di Gaza, dove il 1° luglio venne colpito l’ufficio del premier Haniyeh durante uno dei ripetuti bombardamenti che abbattono anche l’edificio del Ministero dell’Economia. A fine luglio l’operazione “pioggia d’estate” scattata a giugno contro Gaza vanta 251 morti, per metà donne e bambini.
Ehud Olmert, Primo Ministro da gennaio in seguito a grave malattia di Sharon, non risparmiò la Cisgiordania dove congelò il ritiro autorizzando anzi 700 nuove unità abitative per gli israeliani.
A fronte dell’inasprimento dell’offensiva israeliana, con Gaza praticamente sotto assedio e strangolata dal blocco economico,Hamas e Fatah riuscirono finalmente, ai primi di novembre a raggiungere l’accordo per un Governo di Unità nazionale, che purtroppo durò poco, rinfocolandosi le ostilità fino al rischio di guerra civile con la proclamazione a metà dicembre, da parte di Abu Mazen, di elezioni anticipate, equivalente per Hamas ad un “colpo di Stato”.
Lotta fratricida: scontri Hamas/Al Fatah.
Mentre Israele continuava i raid su Gaza e Cisgiordania, il dissidio fra gli uomini di Hamas e di Fatah esplose in uno scontro armato che prefigurava una assurda guerra civile: fin dal mese di gennaio del 2007 i militanti delle due parti si affrontarono con le armi provocando in poco più di un mese un centinaio di morti, una carneficina a tutto vantaggio di Israele che indusse ad un accordo fra Abu Mazen ed Haniyeh per la formazione di un Governo unitario, un impegno destinato a naufragare e che non calmò gli animi né fermò le armi che ripresero a crepitare da metà maggio, provocando altre vittime, che con gli scontri di giugno raggiunsero il numero di 180, secondo fonti mediche, addirittura 230/240 secondo le notizie di stampa; 900/1000 furono i feriti
Nell’impossibilità di trovare un punto d’accordo Abu Mazen sciolse il Governo, dando l’incarico per un nuovo esecutivo all’ex Ministro delle Finanze Fayyad.
Come risposta Hamas conquistò il Palazzo Presidenziale a Gaza, stabilendo da questo momento la sua supremazia sulla Striscia.
In Cisgiordania fu Fatah ad avere il controllo politico, sociale e militare, arrivando al punto di intimare ad Hamas di lasciare il territorio.
Intanto i tank di Israele fin dal 4 giugno arrivarono a premere sui confini della Striscia di Gaza, intensificando le azioni di terra e di aria nei mesi seguenti del 2007 e del 2008, con frequenza quasi quotidiana e intensificando il “blocco” che impedì perfino l’arrivo di aiuti umanitari dall’ONU e costrinse i cittadini della “Striscia” a scavare brecce al muro di confine con l’Egitto per procacciarsi generi alimentari.
I palestinesi stavano ormai alla fame, decimati giorno per giorno, risposero sparando qualche missile contro Israele che non provocò grossi danni, ma offrì all’avversario il pretesto per continuare ad infierire.
In otto anni dallo scoppio della seconda Intifada e prima dell’atroce offensiva lanciata da Israele contro la Striscia di Gaza i militari israeliani hanno ucciso, secondo una ricerca dei “Comitati per il lavoro sanitario”, 5.389 palestinesi tra Cisgiordania, Striscia di Gaza, Gerusalemme ed Israele, oltre32.700 i feriti, alcune miglia con danni permanenti, 995 le vittime fra i bambini e 194 fra le donne, a dimostrazione di come l’azione israeliana abbia colpito in larga percentuale la popolazione civile.
Operazione “Piombo Fuso”(dicembre 2009-gennaio 2010)
Il 27 dicembre gli israeliani lanciarono l’offensiva e  già il terzo giorno di guerra si chiuse con 400 vittime palestinesi, i razzi su Israele provocarono negli stessi giorni 2 morti.
Ai primi di gennaio 2009 i soldati israeliani erano a Gaza City e a Kan Yunis, dove ormai si combatteva casa per casa, mentre venivano bombardate scuole ed ospedali mobili; il 7 gennaio venne colpita una scuola dell’ONU ( 30 morti ) provocando parole di condanna del Segretario Generale Ban Kimoon.
Il giornale londinese “Times” denunciò l’uso di proiettili al fosforo da parte israeliana.
Giovedì 8 alle 14.50 durante una tregua concordata per tre ore venne colpito un convoglio ONU con aiuti umanitari e nei giorni seguenti violenti bombardamenti su Gaza non risparmiarono la sede dell’ UNRWA (ONU) e della “Mezzaluna Rossa” colpite da proiettili al fosforo; i civili bloccati nelle case non potevano essere messi in salvo.
A metà gennaio più di 1000 i morti.
Finalmente il 19 gennaio i soldati di Tsahal cominciarono a ritirarsi.
Bilancio finale: circa 1300 morti ( oltre 400 bambini ) e oltre 5000 feriti in campo palestinese; fra gli israeliani 13 morti e 20 feriti.
10 febbraio 2009: Israele al voto. Governo Netanyahu.
Forte avanzata del centrodestra.
Ottenne l’incarico il leader del partito conservatore “Likud”, il nazionalista Benjamin Netanyahu che imbarcò “Israel Beitenu” dell’ultradestro Lieberman, seguito poco tempo dopo da Ehud Barak che aveva abbandonato il partito laburista, sottolineandone la deriva, per fondare il partito “Atzmaut”, dichiaratamente sionista, che si guadagnò tre ministri nel nuovo governo.
Da subito il nuovo capo del governo espresse un punto di vista contrario ad uno Stato Palestinese indipendente, giustificato dal timore di una egemonia in tale eventuale Stato da parte di Hamas, che per suo conto aveva reagito all’insediamento, il 19 maggio, a Ramallah del nuovo esecutivo dell’ANP non riconoscendolo legale e accusandolo di dipendenza dagli Stati Uniti e da Israele.
La pressione di U.S.A. ed Europa ed, all’interno, del partito laburista, convinse Netanyahu, che sostanzialmente agiva non concedendo prospettive ai negoziati con i palestinesi, a decidere per un congelamento di dieci mesi dei nuovi insediamenti ebraici in Cisgiordania.
Niente di veramente positivo si configurava, alla fine del 2009, per il nuovo anno, che, anzi, si aprì male, con scontri duri nei pressi della moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme nel mese di febbraio, scoppiati dopo l’annuncio di Israele di volersi annettere la “Tomba dei Patriarchi” ad Hebron e la “Tomba di Rachele”  a Betlemme, due siti contesi fra la religione ebraica e quella islamica.
A marzo 2010 si aprì uno spiraglio per l’apertura di negoziati fra le parti con la mediazione degli Stati Uniti, subito richiuso dall’approvazione da parte del Governo Netanyahu di un progetto per la costruzione di 1600 nuove abitazioni a Gerusalemme Est, se non bastasse, ad acuire la tensione, va segnalato un episodio che evidenzia il cinismo di Tel Aviv: all’alba del 31 maggio  una flottiglia composta da navi con volontari di O.N.G. di varie nazionalità, tentò di forzare il blocco imposto alla Striscia di Gaza per portare alimenti, medicinali e altri generi di prima necessità ai cittadini che ormai scarseggiavano dell’indispensabile per vivere, ma l’operazione venne impedita dai militari israeliani che aprirono il fuoco contro una nave greca e una turca provocando 9 morti e 26 feriti.
Alla condanna delle O.N.G. si unì la condanna dell’ONU e della stessa U.E., mentre Abu Mazen decretava tre giorni di lutto nei “Territori” e Hamas chiamava ad una intifada contro le ambasciate israeliane in tutto il mondo.
Falliti altri tentativi di rompere l’embargo in luglio, continuarono le ostilità, con le minacce di Netanyahu a non prorogare il blocco degli insediamenti, come richiesto dai palestinesi per raggiungere una tregua se non la pace, per la quale parve spendersi il Presidente americano Barak Obama che pure riuscì a portare allo stesso tavolo di trattative reiteratamente i dirigenti  palestinesi ed israeliani, ma ai primi di settembre i colloqui si incagliano su punti di divergenza estremamente importanti:
1. Stato Palestinese: ANP chiede il ritorno alle frontiere del 1967; Israele non è d’accordo e vuole anche il controllo dello spazio aereo.
2. Colonie: Israele vuole comunque la permanenza di 300.000 coloni dove sono insediati.
3. Gerusalemme:  ANP chiede Gerusalemme come capitale dello Stato Palestinese; Israele vuole Gerusalemme indivisibile
4. Rifugiati: i palestinesi chiedono il “diritto al ritorno”  per i profughi sparsi nel mondo; Israele si oppone con nettezza
Di fronte ad una situazione estremamente difficile Abu Mazen chiese almeno la continuazione della moratoria agli insediamenti, in scadenza il 26 settembre, durante tutto il periodo dei colloqui, ma già il giorno 28 diverse squadre di coloni si trovavano in Cisgiordania con i bulldozer per iniziare le opere di scavo.
Il 2 ottobre 2010 l’ O.L.P. dichiarò la sospensione del dialogo con Israele fino alla cessazione completa delle costruzioni nelle colonie.
Dopo 62 anni di martirio e più di 100.000 morti (secondo Amnesty International) oggi i  raid continuano, l’embargo continua, un milione e mezzo di palestinesi cittadini dello stato di Israele vivono in una condizione di cittadinanza di serie “B”, discriminati rispetto al lavoro e all’accesso all’istruzione superiore; gli altri, otre 2.500.000 in Cisgiordania e 1.550.000 nella Striscia di Gaza, vivono peggio: 444 persone per ogni Km2 in Cisgiordania, addirittura oltre 4.000 persone per Km2 soffocate nella Striscia, tutti schiacciati da un muro lungo più di 700 Km., collegati al mondo da un posto di blocco dove un ufficiale israeliano decide se puoi andare al lavoro o a scuola, in ospedale o a fare la spesa e, a volte, se non ti capisce, ti spara.
Mancano scuole e abitazioni, si vive nei campi, dentro le tende perché Israele non concede il permesso di costruire le case o le confisca o le abbatte.
 “Israel Beitenu”, attuale partito di governo, vuole perfino proibire ai palestinesi di Israele di commemorare la “Nakba” (la “catastrofe” in arabo),cioè la tragedia del ’48, perché contrasta con i festeggiamenti per la nascita dello Stato di Israele.
Salam Fayyad in un incontro con i giornalisti a Ramallah il 15 gennaio, si dice in attesa fiduciosa dello Stato di Palestina, ma ammette gli ostacoli frapposti dagli israeliani, che hanno distrutto la strada che porta a Qarawah appena costruita dal governo Fayyad e che non accennano ad annunciare la fine dell’occupazione.
Quei  4.700.000 profughi impediti da Israele al “ritorno” intanto attendono….”Con la Palestina nel cuore”.

 

Claudio Valentini