Mercoledì 22 Novembre 2017
DIRITTI DAL MONDO - Iraq/1: Guerra e Pace (?) E-mail
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L’Iraq  si estende su una superficie di 437.072 kmq. con una popolazione di 31.234000 ab. nel 2009, confina a Nord con la Turchia, con Arabia Saudita e Kuwait a Sud, con la Siria a Nordovest, a Ovest con la Giordania e con l’Iran verso Est.
Gli arabi costituiscono l'etnia maggioritaria (75-80%), mentre i curdi, insediati soprattutto  nel Nord e Nord-Est, rappresentano, seppur numerosi l’etnia minoritaria (22-25%) .Una piccola minoranza costituisce l’etnia dei turcomanni (2-3%).
Il paese “fra i due fiumi”, l’antica Mesopotamia, irrigata dal Tigri e l’Eufrate, che confluiscono a Sud nello Shat el Arab, grazie alla fertilità delle terre nutrite da questi fiumi fin dall’VIII° Millennio a.C. conobbe l’agricoltura e l’allevamento, che ne facilitarono la prosperità e una progredita civiltà, sviluppatasi intorno alla città di Uruk, dove sono stati ritrovati i primi segni di scrittura databili, secondo gli esperti, dentro il periodo che dal sesto al quarto millennio a.C...

La regione fu dominata fino al 2340 a.C. dai Sumeri, ai quali succedettero gli Accadi e quindi gli Assiri dal 2100 per due secoli, nel corso dei quali si costruirono i famosi “Ziqqurat”, le alte torri a gradini.
Ulteriore impulso alla già progredita civiltà fu dato dai Babilonesi che espressero sovrani di gran fama come Hammurabi che redasse un Codice di Leggi, e Nabuccodonosor II° che portò Babilonia al massimo rigoglio letterario e scientifico (sviluppo dell’astronomia).
Persiani (Ciro il Grande: 595 a.Cr.), Greci (Alessandro Magno), Parti e Sassanidi mantennero alto il mito di Babilonia.
Gli Arabi comparvero nel VII° secolo, sconfiggendo l’impero sassanide, indebolito dalle guerre con i bizantini.
Quando alla dinastia degli Omayadi, che avevano la loro capitale a Damasco, successe la dinastia Abasside, la capitale venne fissata a Bagdad, che fu allora la sede del califfato.
Con l’avvento dei Mongoli la Mesopotamia iniziò una percorso di decadenza purtroppo senza ripresa.
Con il crollo dell’Impero ottomano  a seguito della sconfitta subita con la prima guerra mondiale il paese passò sotto il controllo britannico nel 1920 acquistando poi l’indipendenza, formalmente nel 1932, effettivamente con il colpo di Stato di Kassem nel 1958.


L’anno dopo Saddam Hussein, proveniente da una famiglia molto povera di un villaggio nei pressi di Tikrit e impegnato politicamente nel Partito Socialista Arabo Bahat, tentò di assassinare Kassem, fallendo nel tentativo e quindi costretto alla fuga, che non gli evitò nel 1960 una condanna a morte in contumacia.
Con l’evasione nel 1967 Saddam iniziò la sua ascesa politica che in un decennio lo portò al potere assoluto che esercitò all’interno e all’esterno del suo popolo: nel 1980 intraprese una guerra contro l’Iran che durò otto anni, per poi passare, nel 1988,  a combattere i Curdi, in entrambi i casi non disdegnando il ricorso alle armi chimiche, che provocarono milioni di morti.
L’Occidente tacque di fronte alle vittime di Saddam, amico della Texana famiglia Bush, insorse poi nel 1991 quando l’invasione irachena del Kuwait fece sentire odore di petrolio.
L’Iraq diventò Satana e il popolo pagò, nella guerra, le colpe del dittatore con i morti causati dai bombardamenti e poi dall’embargo.
Il 17 gennaio fu scatenata l’operazione denominata “Desert Storm”  alla quale l’Italia partecipò con forze navali ed aeree sganciando dai suoi “tornado” bombe sull’Iraq.
Vennero abbattuti con i loro aerei i piloti italiani Bellini e Cocciolone, il primo disperso, il secondo fatto prigioniero.
Nei giorni seguenti si intensificarono gli scontri, con tentativi di attacco da parte di Saddam contro l’Arabia Saudita, per terra, con una offensiva su Khafij, e contro Israele con lanci di missili, ma Khafj resiste agli iracheni che vengono respinti e i missili sugli israeliani provocano una sola vittima.
La risposta occidentale fu ben più dura, con migliaia di morti su Bassora, quasi rasa al suolo, e su Baghdad, bombardata senza tregua, tanto che, il 21 febbraio, a poco più di un mese dall’avvio di “Desert Storm” Tariq Aziz espresse l’accettazione del piano di pace proposto da Gorbaciov, respinto però da Bush  che stava preparando un massiccio attacco terrestre con l’impiego di 700.000 uomini.
Alle ore 18.00 del 23 febbraio le agenzie di stampa diffusero una clamorosa notizia dall’O.N.U.: l’ambasciatore iracheno dichiara che il suo paese è disposto ad accettare il ritiro incondizionato se verrà chiesto dal Consiglio di Sicurezza.
Alle 4.00 (le 2.00 in Italia) del giorno seguente scattò l’attacco alleato con 1.000.000 di uomini armati che penetrarono nel Kuwait incontrando scarsa resistenza da parte delle forze irachene, fra le quali solo i 120.000 pretoriani di Saddam riescono a combattere per un paio di giorni: il 27 Kuwait City è completamente liberata, Bassora verrà raggiunta rapidamente, il 3 marzo i generali iracheni firmarono le condizioni di pace  davanti all’americano Sghwarzkopf.
Il bilancio fu tremendo per gli iracheni: decine di migliaia di civili uccisi dalle bombe, 80/100.000 soldati fatti prigionieri, altrettanti quelli caduti sotto il fuoco nemico.
Le “sanzioni” inflitte con l’embargo completeranno il “lavoro” procurando all’Iraq 1 Milione e mezzo di morti, gran parte bambini, per mancanza di medicinali e generi di prima necessità.
Dopo dieci anni di embargo arrivò Bush figlio a provocare l’Iraq per suscitarne reazioni che poi potessero giustificare un intervento degli U.S.A. e di eventuali alleati.
Saddam fu accusato di detenere e preparare “armi di distruzione di massa”, un pericolo grave per l’intero mondo civile.
Contestualmente all’accusa e senza attendere verifiche e riscontri probanti, Stati Uniti e Gran Bretagna realizzano una vera e propria “prova di guerra” massiccia, attaccando il 5 settembre 2002 una base militare irachena e cercando nel contempo di trovare consensi internazionali alla insensata decisione di far la guerra all’Iraq, nonostante Saddam Hussein si dichiarasse pronto a ricevere gli ispettori dell’O.N.U. “senza condizioni”.
Ai primi di novembre fu approvata la risoluzione 1441 che imponeva all’Iraq ispettori e disarmo, condizione accettate, dopo alcune e ovvie tergiversazioni, da Saddam, che non riuscì tuttavia ad impedire un nuovo raid “di prova” che il 15 novembre provocò la morte di sette persone ed il ferimento di altre quattro.
Il 18 cominciarono le ispezioni, che dopo due mesi si conclusero con la dichiarazioni degli ispettori di nessun rinvenimento di “armi di distruzione di massa” .
Alle insistenze di Bush per la guerra si opposero allora Germania, Francia e Vaticano, con una decisa presa di posizione, ma non si oppose l’Italia, dove gli esponenti della allora maggioranza di Governo, guidata da Silvio Berlusconi, rifiutarono di incontrare, il 13 gennaio 2003, l’esponente iracheno, il cattolico Tariq Aziz, in missione di pace nel nostro paese.
In quei giorni in tutto il mondo si svolsero imponenti manifestazioni per la Pace, che videro sfilare per le vie di Roma più di tre milioni di persone, isolando ancor più il Presidente statunitense che perse anche il consenso di Cina e Russia che minacciarono il veto ad una risoluzione di guerra di U.S.A. e Gran Bretagna, che tuttavia insistettero trovando un alleato nello spagnolo Aznar, con il quale tennero un vertice alle Azzorre, nel corso del quale, il 16 marzo fu decisa la guerra anche senza l’O.N.U.
Nella notte fra il 17 e il 18 del 2003 scattò l’ultimatum con il quale si imponeva a Saddam di scegliere, entro 48 ore, fra Esilio o Guerra.
Scontata la scelta partì puntuale l’operazione “Iraqi Freedom”.
La prima settimana di guerra scatenò pesanti bombardamenti in tutto il paese e nella stessa Bagdad, comunque incontrando una forte resistenza da parte irachena e forti manifestazioni di dissenso in molti paesi arabi, con particolare virulenza presso le ambasciate americane in Egitto e Giordania, dove i Governi locali sono accusati di acquiescenza verso l’invasore.
Fra le più dure battaglie di quei giorni va ricordata Nassiriya con 4.000 marines che riuscirono ad attraversare l’Eufrate ed a controllare lo spazio fra i due ponti. Mentre ad Abu Sukhan (una trentina di Km. a Sud-Est di Najaf ), dopo una  violenta battaglia, il VII Cavalleggeri (l’erede di Custer) lascia sul terreno carri armati e mezzi corrazzati mentre le truppe americane, che pure sembra si trovassero ad 80 Km. da Bagdad, riuscivano ad avanzare lentamente verso il Nord per la resistenza strenua dei “fedayn” ( martiri ) di Saddam e per le tempeste di sabbia che cominciavano a render la “corsa nel deserto” meno trionfale di quanto sperava il generale Tommy Franks.
Tuttavia il bilancio dopo la prima settimana si evidenziò assai più pesante per gli iracheni che, a fronte delle perdite angloamericane che lamentavano 59 morti, qualche decina di prigionieri e un po’ di mezzi di terra e di aria distrutti, contavano 350 vittime civili, 1.200 militari uccisi, 4.000 feriti e 3.500 prigionieri.
Bagdad continuava ad essere bombardata senza tregua, colpiti i palazzi del potere, ma anche centri residenziali e mercati popolari, incrementando di giorno in giorno il numero delle vittime civili, anche a Kirkuk, Mosul, Najaf.
Gli alleati subirono colpi a Samawa, nella regione del Medio Eufrate, con la perdita di due elicotteri “Apache”, a Nassiriya dove risultavano dispersi dodici marines e molti feriti, nel Sud di Bassora non riuscendo a sfondare ed entrare nella città per porla sotto il loro controllo.
Lunedì 31 marzo il bilancio delle perdite fra le parti  registrava il seguente aggiornamento:
Iraq: 1.400 vittime militari – 589 vittime civili -4.582 feriti – 8.000 prigionieri.
U.S.A.: 46 morti – 17 dispersi – 7 prigionieri.
Gran Bretagna: 27 morti
All’inizio della terza settimana di guerra le vittime civili raddoppiarono fra gli iracheni. Mentre l’avanguardia americana si trovava già a 10 Km. da Bagdad con 6.000 mezzi già oltre il ponte sull’Eufrate, l’aeroporto sotto attacco il 3 aprile e 320 perdite fra i militari di Saddam solo in quello scontro, i peshmerga curdi avanzavano con le truppe U.S.A. verso Mosul.
Le notizie erano comunque confuse, distorte nelle diverse versioni propagandistiche, se Saddam diceva che all’aeroporto di Bagdad erano stati uccisi centinaia di americani, il comando statunitense triplicava i caduti iracheni, le puntuali smentite e contro smentite rendevano arduo definire l’andamento della guerra, comunque tragico per gli iracheni.
Gli Inglesi arrivarono il 6 aprile nel centro cittadino di Bassora, il giorno seguente gli americani penetrarono a Bagdad, occupando il palazzo presidenziale, impegnando gli avversari in un corpo a corpo fra le strade, intorno all’Hotel Rashid, occupato dai giornalisti stranieri, fra i quali persero quel giorno la vita, uccisi dai missili americani, Julio A. Parado di “El Mundo” ed un inviato del settimanale tedesco “Focus”.
A Nassiriya, tale Amhed Chalabi, ambiguo ex banchiere condannato in Giordania a 22 anni di carcere, pupillo di Cheney e Rumsfeld, sbarcò da un “C 17” statunitense con 700 mercenari dichiarando di costituire la prima struttura che, con il beneplacito degli occupanti avrebbe dovuto reggere l’Iraq.
Aggiornamento delle perdite al 7 aprile 2003:
Iraq: 2.320 vittime militari – 1525 vittime civili – 5.103 feriti – 8.000 prigionieri.
U.S.A.: 89 morti – 7 dispersi – 7 prigionieri
Gran Bretagna: 30 morti.
Martedì 8 aprile, a Bagdad, gli americani spararono sui giornalisti: colpito da cannonate l’Hotel “Palestine” alloggio degli inviati delle televisioni di tutto il mondo, morirono un operatore della “Reuters” e un inviato di “Telecinco” (non si volevano testimoni scomodi?); colpita anche la sede di “Al Jazeera”, morì un  reporter Giordano ed un altro rimase ferito.
La popolazione fu sottoposta al lancio di bombe a frammentazione, tantissimi i morti anche se il numero rimase incerto.
Il giorno seguente ormai era in mano agli americani anche la città di Bagdad, che fu sottoposta a saccheggio, Tarek Aziz era scomparso, Saddam Hussein, ancora vivo, forse si trovava a Tikrit.
Nella Piazza del Paradiso venne abbattuta una grande statua di Saddam, alla presenza invero di ben poche persone, ma solo una ventina di giovanotti che, aiutati da alcuni marines, provarono ad incappucciare Saddam con una bandiera a stelle e strisce, incuranti almeno del buon gusto che vieterebbe l’ostentazione dell’arroganza americana e la sottolineatura che di “occupazione” si tratta e non di “liberazione”.
Risolto intanto il giallo delle armi chimiche: non erano armi chimiche!
E questa sarebbe stata la ragione della guerra, ma gli americani non arrossiscono e nella tarda serata di quel mercoledì, a spasso armati per le vie della città delle “Mille e una notte”, spararono contro una ambulanza, facendo due morti e tre feriti, senza arrossire ed incuranti che la Croce Rossa decidesse di limitare l’attività a Bagdad “per motivi di sicurezza”.
Nel Nord la guerra continuava ed il Comando americano decise di puntare su Tikrit   la città di Saddam ( 175 Km. a Nord di Bagdad ), patria del Grande Saladino e di Nabuccodonosor, dove erano asserragliati i fedelissimi del Presidente in grado di dar filo da torcere agli americani.
Bagdad visse giornate cruente con scontri armati e saccheggi, gli americani, a caccia di Saddam, persero alcuni uomini, vittime di attentati kamikaze.
Kirkuk  era ormai in mano a Curdi e Americani, aspri combattimenti erano in corso a  Tikrit, aumentava il numero delle vittime, anche da parte degli americani, che verso metà aprile dichiararono oltre 110 caduti, ma aumentava in modo terrificante  fra gli iracheni se si calcola che le divisioni “Medina”, “Hammurabi”, “Bagdad” e “Nabuccodonosor” pressoché distrutte, contavano dai 15.000 ai 20.000 uomini dei quali si perse traccia: poche migliaia furono fatti prigionieri, ma gli altri?
Il numero dei civili uccisi, abbandonati sulle strade e riconoscibili dall’abbigliamento non militare sfuggiva ad ogni calcolo.
Tikrit cadde il 14 aprile, a Mosul  le forze statunitensi intervennero su manifestanti che protestavano contro il Governatore locale accusato di filo americanismo: 20 morti  decine di feriti fra il 15 e il 16 aprile.
Il 17 a Bagdad fu arrestato il fratellastro di Saddam, Barzan al Tikrit, degli altri due fratellastri uno era già stato catturato, un altro morì sotto le bombe.
Il giorno dopo nella capitale iniziarono le proteste, con 15.00 persone in piazza contro Bush, in aumento nei giorni seguenti, facendo con ciò presumere un sostanziale consenso verso Saddam, sulla cui sorte c’era un fitto mistero, mentre Tareq Aziz si consegnò in quei giorni alle truppe occupanti.
Anche la popolazione sciita si schierò contro i marines statunitensi, che il giorno 29, a Falluja, aprirono il fuoco su una manifestazione provocando la morte di 15 persone e il ferimento di altre 75, in prevalenza giovani.
Il 1° maggio alle 18.00 (ora italiana) Bush, a bordo della portaerei “Lincoln”, vestito da top gun dichiarò: “la guerra è sostanzialmente finita e noi l’abbiamo vinta”.
Si noti il “sostanzialmente”, tant’è che nel prosieguo di scontri ed attentati il Presidente degli Stati Uniti contò, allo scadere della prima decade di giugno, la perdita di ben 40 soldati americani, ed altri ne continuarono a morire nei giorni seguenti, anche se le vittime irachene erano sempre assai superiori.
Si profilò in Iraq una possibilità di insurrezione e prese corpo a Falluja una guerriglia di “resistenza” contro gli occupanti, che il 22 luglio riuscirono a colpire due obbiettivi importanti uccidendo Uday e Cusay, due figli di Saddam, suscitando indignazione fra gli iracheni e in generale in tutto il mondo musulmano.
Ai primi di agosto ricomparve Saddam Hussein con un messaggio su “Al Jazeera” incitante alla rivolta, che si consolidò in resistenza armata, acuendo lo scontro tanto che, particolarmente fra gli alleati, si contarono più vittime dopo le dichiarazione di fine guerra che durante la guerra.
Il bilancio ufficiale aggiornato riportava fra le vittime:
278 americani
45 inglesi
1 danese
6000 civili iracheni
2300 soldati iracheni.
La mattanza continuò facendo strage a Najaf, città santa per gli sciiti,di oltre 100 fedeli in preghiera nella moschea, con un attentato che provocò la morte,fra gli altri, del capo supremo degli sciiti, ayatollah Al Hakim, rientrato in Iraq dopo 23 anni di esilio.
Si tentò di accreditare una vendetta dei sunniti, fedeli di Saddam, contro gli sciiti, ma l’ipotesi fu confutata sia dall’ulema sunnita Abdul Salam al-Koubassi  sia dall’imam sciita di Najaf, Moqtada Sadr, che esplicitamente denunciò: “della strage di Najaf sono responsabili gli Stati Uniti d’America”.
Continuava la caccia al raìs, che sembrava imprendibile, mentre aumentava il numero delle vittime negli scontri e negli attentati che quotidianamente flagellavano il paese, decine i soldati della coalizione caduti, particolarmente colpiti gli iracheni a Falluja  dove vennero denunciate stragi, torture e rastrellamenti indiscriminati contro la popolazione civile.
Saddam resisteva, accrescendo i consensi intorno a lui.
Il 12 novembre a Nassiriya, si consumò una strage ai danni dei militari italiani, con l’esplosione di un camion-bomba all’interno della loro base militare: 19 morti ed alcuni feriti.
Con la “Pace americana” partì l’operazione “Iron hammer” (martello di ferro) per stroncare la resistenza irachena; un mese dopo, sabato 13 dicembre alle ore 20.30, si concluse l’operazione “Alba Rossa” nel villaggio di Al Dawr, con la cattura di Saddam Hussein, venduto per la taglia di 25 milioni di dollari; subito si riaccese, più forte, la guerriglia, raddoppiarono con la fine dell’anno i morti fra i militari della coalizione (oltre 500 i caduti statunitensi), salirono a oltre 13.000 i morti iracheni.


Claudio Valentini