Mercoledì 22 Novembre 2017
DIRITTI DAL MONDO – Iraq/2: La guerra continua E-mail
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Nonostante i proclami di Bush, nel 2004 in Iraq si levarono ancora più alte le fiamme di violenza e di morte, con l’intensificazione delle azioni di guerriglia, da una parte, e di brutale repressione dall’altra, alzando vertiginosamente il numero delle vittime: il 1° febbraio, fra Erbil e Karbala si contarono, in un giorno, 100 morti, 50 a Iskandariya e più di 50 a Bagdad...


Ai primi di marzo, quando si insediò un Consiglio interinale di governo, che avrebbe dovuto garantire una “transizione” tranquilla, si registrò invece una ondata di violenze contro la popolazione sciita, colpita durante le festività della “Ashura”, la ricorrenza più cara ai seguaci di Alì: a Karbala, dove erano riuniti 2 Milioni di fedeli per commemorare il figlio di Maometto, Husayn, ucciso nel 680 proprio a Karbala, l’esplosione di vari ordigni provocò la morte di 112 persone e, nello stesso giorno, il 2 di marzo, a Bagdad, una serie di attentati nel quartiere sciita di Khadimiya provocò oltre 70 morti.

Si cercò di accreditare una “guerra civile”, “spontanea”, fra le due fazioni dell’Islam, ma ai più fu evidente che qualcuno soffiava sul fuoco, tanto che un uomo prudente, come l’ayatollah Ali al Sistani, dichiarò esplicitamente: “le forze di occupazione sono responsabili di quello che sta accadendo” con l’obiettivo ovvio e ormai manifesto di dividere il popolo iracheno.
Il 3 marzo a Bagdad sciiti e sunniti, insieme, diedero vita ad un lungo corteo contro gli U.S.A. che non fermò comunque l’escalation di sangue, contandosi, all’inizio del nuovo mese, già 15.000 vittime fra gli iracheni ed oltre 700 morti fra i soldati della coalizione, dei quali 600 appartenenti all’esercito americano, che annunciò un’offensiva contro Falluja, invasa la sera del 5 aprile da 1.200 marines e due battaglioni del Governo fantoccio di transizione, al comando degli americani, che assediarono la città impedendo il passaggio degli aiuti umanitari alla popolazione e addirittura dei mezzi e degli uomini della Croce Rossa .
Fu un inferno a Falluja, città sunnita destinata a pagare le colpe di Saddam,  rastrellata casa per casa, uomini, donne e bambini gettati ventre a terra e spesso massacrati sul posto o inviati ai centri di tortura, sventrate le abitazioni dai bombardamenti che per due settimane martellarono i quartieri residenziali colpendo anche le 80 moschee, un edificio su due ridotto a macerie, niente acqua né luce, mancavano pure le bombole di gas; nelle strade, ora semideserte, percorse un tempo dai 400.000 abitanti della città non si vedeva la gente di tutti i giorni, ma solo pochi guerriglieri con il kalashnikov e la kefiah, che tentavano di recuperare i cadaveri di parenti e compagni, impediti dai cecchini che gli sparavano contro.
1.200 morti e 1.250 feriti a Falluja  in quindici giorni: continuava l’avanzata americana che arrivò a Najaf  per catturare lo sciita Moqtada al Sadr  con 2.500 soldati che il 27 aprile ingaggiarono la lotta con i suoi fedeli lasciando sul terreno una settantina di morti sciiti, quelli che la coalizione diceva di andare a difendere.
Il 16 maggio cadde a Nassiriya il lacunare italiano Matteo Vanzan, 23 anni, le vittime statunitensi erano ormai 750, fra gli iracheni erano sempre di più i civili che perdevano la vita: 45 colpiti mentre sedevano alla mensa di un banchetto nuziale in un paesino ai confini con la Siria.
A giugno venne varato un Governo provvisorio alla cui guida fu nominato lo sciita Iyad Allawi, uomo gradito agli Stati Uniti che mantennero tuttavia gran parte dei poteri, specialmente in riferimento alla “sicurezza”, e tuttavia non si fermò la mattanza, anche fra i soldati della coalizione che a metà anno metteva nel bilancio 1.000 vittime, il paese era ormai un vulcano in eruzione, la guerriglia scatenò a fine luglio una forte offensiva colpendo a morte militari alleati, poliziotti del Governo iracheno, uomini della Guardia Nazionale.
Dura fu la reazione degli occupanti: a Najaf una rivolta degli sciiti fu soffocata nel sangue di 360 iracheni abbattuti dalle armi americane; a Sadr City (Bagdad) vennero uccise73 persone, fra cui donne e bambini, gli americani piansero in quei primi giorni di maggio 7 morti.
Najaf cadde il 20 agosto, dopo due giorni di violenti combattimenti che provocarono altre 77 vittime.
I miliziani di al Sadr lasciarono il mausoleo dove si erano asserragliati con il loro capo e si consegnarono prigionieri in 400, fra loro non c’era Moqtada.
Nello stesso giorno venne rapito il giornalista italiano Enzo Baldoni, che venne ucciso sei giorni dopo, quando nelle mani dei rapitori caddero due giornalisti francesi ai quali si aggiunsero in pochi giorni un centinaio di altri rapiti stranieri.
Il 7 settembre vennero rapite due volontarie italiane di “Un ponte per…”, Simona Torretta, romana, e Simona Pari, di Rimini, entrambe di ventinove anni, che tornarono libere il 28 dello stesso mese, sorte che non toccò ad altri ostaggi, rimanendo uccise nel corso dell’anno una cinquantina di persone in mano ai diversi gruppi di sequestratori.
   L’anno continuò fra scontri ed attentati che quotidianamente martoriarono l’intero paese, mietendo migliaia di morti.


L’8 novembre partì l’attacco finale contro Falluja, dove, secondo stime approssimate, si trovavano circa 100.000 abitanti civili, stretti tra due fuochi, 25.000 soldati americani da una parte e 4.000 guerriglieri, che seminarono di proiettili il territorio della città, ormai sotto assedio, senza acqua, luce ed alimenti e con la stessa “Mezzaluna Rossa” impossibilitata ad intervenire in soccorso dei feriti.
Dopo giorni di violenti combattimenti Falluja fu praticamente in mano alle forze statunitensi il 17 di novembre, il costo in vite umane fu di 1600 morti fra i guerriglieri, 51 americani e qualche decina fra i soldati iracheni, non si contarono i civili uccisi, ma certamente alto fu il numero delle vittime, considerando i tanti cittadini intrappolati nella città ed i combattimenti che si svolsero casa per casa con sparatorie indiscriminate durante la caccia ai ribelli.
La guerra non finì a Falluja, continuarono gli attentati a Bassora, Bagdad, nel sud e nel Nord del paese, con altre centinaia di morti, a Mosul il 21 dicembre in un attacco ad una base U.S.A. persero la vita 20 soldati americani, il 21 gennaio dell’anno successivo a Nassiriya perse la vita un militare italiano, il 26, in vari scontri, rimasero sul terreno 38 militari delle forze americane, che ormai contavano perdite superiori alle 1.200 vite umane.
Il 30 gennaio 2005 gli iracheni andarono al voto fra proteste, attentati, attacchi ai seggi ( 36 morti, per lo più civili, 96 feriti e 30 funzionari elettorali rapiti ).
Votarono 8 Milioni di iracheni, pari al 58% degli aventi diritto al voto, ma il “Consiglio degli Ulema” giudicò illegittime le elezioni in quanto una grossa fetta di popolazione, quella sunnita, non si era espressa.
Lo spoglio delle schede procedeva a rilento fra brogli e irregolarità e solo il 13 febbraio si conobbero i risultati definitivi del voto che assegnarono al cartello di Ali al Sistani il 50,86% dei consensi e la conquista di 275 seggi in Parlamento, seguito da Alleanza Democratica dei Curdi che ottenne 70 seggi, mentre la lista di Allawi si posizionava terza con 38 seggi e le altre otto liste concorrenti si spartivano i restanti 16 seggi.
Nel frattempo la situazione si faceva ancor più delicata con il rapimento, avvenuto il 4 febbraio, di una giornalista italiana, Giuliana Sgrena, che, dalle colonne del “Manifesto” aveva sempre difeso i diritti del popolo iracheno, per cui il suo sequestro mostrò immediatamente oscuri risvolti, che non furono schiariti dal rilascio al quale seguì un inquietante episodio accaduto mentre la giornalista si recava, dopo la liberazione, all’aeroporto scortata dai servizi italiani, i cui mezzi furono oggetto di colpi d’arma da fuoco da parte di militari statunitensi, secondo la loro difesa non consapevoli dell’identità e della direzione degli occupanti dei veicoli che procedevano, sempre secondo la difesa dei militari, a velocità elevata e senza fermarsi all’intimazione dell’alt.
La Sgrena rimase ferita abbastanza gravemente e un dirigente dei servizi segreti italiani, il dott. Calipari, perse la vita  nel generoso tentativo di proteggere la giornalista facendole scudo.
Le perizie che vennero in seguito smentirono le tesi della difesa e l’episodio rimase oscuro ed inquietante senza che gli autori della sparatoria, ben individuati, potessero essere giudicati dalla Giustizia italiana, per il rifiuto da parte americana alla loro consegna.
In Iraq regnava il caos: a fine marzo ancora non si riusciva a definire un Governo, anche se il Parlamento aveva eletto un Presidente sunnita, Al Hassani, e due vice, un curdo e uno sciita.
Il 5 aprile fu eletto il Presidente della Repubblica nella persona del curdo Talabani, sunnita, e alcuni giorni dopo fu nominato Primo Ministro lo sciita Al Jafari.
Quell’aggiustamento provvisorio dell’assetto istituzionale tuttavia non stabilizzò la situazione nel paese dove si incrociavano guerriglia contro occupanti, guerra fra sciiti e sunniti ed anche discordie all’interno delle due fazioni dell’Islam, pagate con il sangue dei rispettivi fedeli: a luglio una autobomba fatta esplodere presso una moschea a 40 Km. a sud di Bagdad provocò 100 morti, ad agosto un attentato ad un’altra moschea sciita fece addirittura quasi 1.000 vittime.
Sciiti contro sciiti si fronteggiarono a Najaf, Bassora e Nassiriya, con gli uomini di Aziz Al Hakhim schierati contro i fedeli di Moqtada al Sadr, contrario ad ogni processo politico con la presenza nel paese delle forze della coalizione, contro le quali inneggiò alla resistenza armata, che inflisse gravi perdite specie all’esercito americano: ai primi di agosto ad Haditah furono uccisi 14 marines, a fine mese si erano aggiunte a quelle di Haditah un altro centinaia di vittime statunitensi, che moltiplicarono nelle settimane successive fino a portare verso la fine dell’anno le perdite americane al numero di 2.200, che non fece desistere tuttavia da quella folle guerra Bush che continuò a rispondere con criminali bombardamenti sulla popolazione sottoposta ad una sorta di ultra decimazione con più di 100.000 morti, addirittura 200.000 secondo alcune fonti.
Nel frattempo un referendum, celebrato il 26 ottobre e disertato dalla comunità sunnita, approvò la nuova Costituzione, pochi giorni prima era iniziato il processo a Saddam Hussein.
Il 15 dicembre si tornò alle urne per le legislative, che si conclusero con la vittoria dell’Alleanza Unita irachena al 41%, quindi non ottenendo la maggioranza assoluta, ma solo 128 seggi su 275; occupò 53 seggi l’Alleanza democratica e patriottica del Kurdistan con il 21,7%; si piazzò al terzo posto il Partito degli iracheni con il 15% dei suffragi e 44 seggi.
Pochi sunniti andarono a votare preferendo seguire, chi a livello di opinione e consenso chi con partecipazione militante, le organizzazioni propugnanti la resistenza armata contro il nuovo governo, la cui costituzione fu più volte rinviata per i dissidi interni alle forze politiche che dopo  ripetute e insistenti pressioni statunitensi e britanniche trovarono un accordo sul nome dello sciita Nuri Kàmil al-Màliki al quale fu affidata la guida del paese, ma che tuttavia ancora mesi non avrà il supporto di un Gabinetto di Ministri, fiduciati dal Parlamento solo il 20 maggio.
All’orizzonte non apparvero segni di schiarita, anzi i contrasti tra le fazioni religiose, ed anche politiche, esplosero ancora più violentemente, solo nel mese di febbraio del nuovo anno fu appiccato il fuoco a 68 moschee, mentre montava viepiù la guerriglia contro le forze straniere, alimentata dalla stessa Al Qaeda ed anche dal gruppo sciita di Moqtada al Sadr che esortava sciiti e sunniti a fare fronte comune per combattere gli eserciti della coalizione, in particolare gli Stati Uniti, accusati da vari, sia Ulema che Ayatollah, di soffiare sul fuoco della discordia fra gli iracheni, preoccupazione espressa, con meno convincimento, anche da Màliki, su pressione del Presidente Talabani, preoccupato dalla escalation di violenza, che nel mese di aprile, solo a Bagdad, aveva prodotto ben 1.000 morti per lotte fratricide.


La guerriglia contro gli stranieri costò all’Italia altri morti: il 27 aprile a  Nassiriya  esplose una bomba su una carreggiata al passaggio di un convoglio causando la morte, al momento, di tre militari, mentre un terzo, ferito gravemente, morirà pochi giorni dopo.
Sempre a Nassiriya, il 5 giugno, perse la vita ancora un altro italiano, in un crescendo inarrestabile della tensione, alimentata ancor più dalla sentenza di condanna a morte, per impiccagione, di Saddam Hussein, emessa il 5 novembre e seguita immediatamente da azioni di rivalsa contro gli sciiti, che nel popolare quartiere di Sadr City ( così chiamato in onore del padre di Moqtada ), il 23 dello stesso mese contarono 215 morti e 250 feriti per l’esplosione di ben quattro bombe.
Altre centinaia di vittime si contarono a Falluja, Kufa, Ramadi, Bagdad, quando il 30 dicembre fu eseguita, dopo uno sbrigativo processo di appello, la condanna contro Saddam, che alimentò una forte reazione che fece contare a gennaio altri 1.000 morti, che non conclusero ancora la macabra conta ed inasprirono l’atteggiamento ostile verso gli stranieri, coinvolgendo sempre più la parte sciita della popolazione che, il 9 aprile del 2007, fu protagonista di una forte iniziativa, contro gli Stati Uniti in particolare, con manifestazioni nelle città sante di Kufa e Najaf organizzate dal movimento di Moqtada al Sadr.
Nei due anni successivi diminuì l’intensità delle manifestazioni di violenza, che comunque non cessarono, tanto che il movimento di guerriglia riuscì ad infliggere all’avversario, 600/700 vittime, che non riuscirono a concludere la missione, o l’avventura, sarebbe meglio dire, irachena.
Non patirono meno i civili, che continuarono ancora a perdere la vita a centinaia, non mancando episodi gravi come a Bagdad, tanto per citarne un paio, che ebbe 155 morti il 25 ottobre del 2009 ed altri 127 l’8 di dicembre.
Finalmente ad agosto 2010, dopo sette anni e cinque mesi di guerra gli Stati Uniti dichiararono di considerare conclusa l’operazione Iraqi Freedom iniziando un progressivo disimpegno dall’Iraq, che avrebbe dovuto essere lasciata entro l’anno successivo.
Al momento il bilancio delle perdite umane si rivelò pesante: la stessa coalizione che aveva scatenato il conflitto registrò 4.415 morti fra i militari statunitensi, oltre 400 fra gli altri alleati, dei quali 36 italiani, chi comunque assai più duramente soffrì l’esito della guerra fu il popolo iracheno: persero la vita circa 30.000 uomini in armi, fra esercito, forze di sicurezza e insorti, più sangue ancora versò la popolazione civile le cui perdite sono state stimate differentemente dalle varie fonti, con un numero di vittime, secondo i dati del Ministero della Sanità iracheno, fra le 150/200.000, ma assai più alto per l’inglese “The Lancet” che analizzò tre anni di guerra, dal 2003 al 2006, rilevando solo in questo periodo ben 600.000 morti.
Considerando le possibilità di errore del Ministero iracheno, non attrezzato per una esatta rilevazione e naturalmente tendente a minimizzare, e sviluppando per i successivi anni i dati riportati da “The Lancet” , registrando l’incremento dalla cronaca quotidiana, la “Opinion Research Business”affermò che i morti superarono il Milione.
Altre fonti parlano addirittura di un numero di vittime superiore a 1.200.000.
La guerra non finì poi con il 2010 ed altro sangue venne versato per la follia di chi aveva pensato alle armi come principale elemento per la soluzione delle controversie.
Già a gennaio del 2011 attentati a Tikrit, Baquba e Kerbala lasciarono sul terreno 134 cadaveri, a febbraio Samarra, Muqddiya, Mosul, Ramadi e Baiji ( in ordine cronologico ) persero 60 persone, a marzo ancora a Tikrit, il giorno 29; un attacco suicida provocò altri 58 morti.
La guerra continua e le truppe occupanti non lasciano l’Iraq, continuando a prorogare la loro presenza nel paese, con ciò suscitando le proteste della popolazione che il 25 aprile ha manifestato a Mosul, a Bagdad, su iniziativa del leader sciita Moqtada al Sadr, a Ramadi, Najaf e Kirkuk contestando i termini dell’accordo fra i generali statunitensi e le autorità di Bagdad, nel punto in cui, dopo aver stabilito il ritiro degli effettivi U.S.A. entro il 31 dicembre 2011 si leggono le parole “salvo accordi ulteriori con le autorità di Bagdad”.
“Che il Governo non pensi nemmeno ad una eventualità del genere, gli americani in questo paese hanno solo combinato disastri” ha detto Sheikh Barzan al Badrani, leader dell’omonimo clan.
Con gli stessi termini esplicitamente si è espresso Moqtada, più diplomaticamente ed anche con meno convinzione ha comunque parlato lo stesso premier, Nuri al Maliki, che sembra ritenere, almeno a parole, la capacità delle forze di sicurezza irachene di gestire la situazione e quindi l’inutilità della presenza di militari stranieri.
Staremo a vedere alla fine di questo 2011, che certamente non è cominciato bene.

 

 

 

Claudio Valentini