Mercoledì 18 Ottobre 2017
Lavoro. Una riforma da piangere E-mail
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Di Stefano Giusti - Stavolta al posto delle lacrime posticce c’erano i sorrisi di chi, fiera, vede portato a termine l’attacco, furioso che dal suo insediamento questo governo di “tecnici” sta portando contro il lavoro, che da bene stabile e dignitoso deve diventare merce venduta al miglior offerente e al prezzo più basso possibile.

 

Non ci sono termini per definire quella che chiamano pomposamente “riforma” ma che è solo un ennesimo regalo all’imprenditoria a danno dei lavoratori, e in questo caso anche dei disoccupati. In questa pseudo riforma non si trova traccia di uno e un solo intervento che serva ad affrontare il problema reale, che è quello della disoccupazione e dell’impossibilità per chi lo perde di ritrovare il lavoro.

Come possano queste misure creare lavoro è un mistero che nessuno spiega se non con tautologiche rassicurazioni sull’efficacia dei provvedimenti; come possano migliorare le condizioni di chi il lavoro ce l’ha o farlo ritrovare a chi lo ha perso è più che un mistero. Ma sono tecnici coloro che hanno partorito questa riforma, quindi incriticabili per definizione.

 

L’introduzione dell’Aspi, “Assicurazione Sociale per L’Impiego”, viene sbandierata come “ampliamento dell’indennità di disoccupazione”. Se la guardiamo bene nei termini di durata (un anno, esteso a 18 mesi per gli over 55, con importi lordi massimi per il primo semestre, poi destinati a ridursi del 15% ogni sei mesi) è ben poca cosa. Andrà a sostituire tra le altre cose la mobilità e determinerà in maniera definitiva il passaggio da una tutela reale del lavoratore a una fittizia, basata solo sull’elargizione di una somma di denaro che per un anno garantisce quel disoccupato e poi lo rimette alla caccia del lavoro, con l’unica possibilità di accettare condizioni salariali sempre più basse da un mercato che assorbe solo chi è disposto a lavorare senza garanzie e a costi bassissimi. Dopo un anno arrangiati, alla faccia di qualunque garanzia su un reddito slegato dal lavoro.

 

Poi c’è il vincolo sui contratti a termine, assolutamente risibile, secondo il quale dopo 36 mesi di contratti a tempo determinato scatterebbe l'assunzione a tempo indeterminato. Ma quale azienda farà mai un contratto di 36 mesi? Continueremo a vedere contratti brevi, a salari sempre più bassi, inseguendo la chimera di avere un reddito in maniera continuativa e fare dei minimi progetti di vita. “Vincoli stringenti ed efficaci saranno posti sui contratti intermittenti e su quelli a progetto” rassicura ancora il Ministro. Quali saranno questi vincoli è tutto da vedere.

 

Non si vede un intervento serio neanche per i giovani, in quanto l’apprendistato che anch’esso viene presentato come panacea altro non è che l’ennesima forma di “utilizzo” di forza lavoro per periodi determinati e a bassa retribuzione, salvo poi rimettere gli stessi giovani sul mercato come incollocabili, in quanto non più utilizzabili come forza lavoro in prova.

L’abolizione degli stage gratuiti dopo i dottorati è più o meno una comica, intanto perché i dottorati sono una percentuale minima mentre sono i laureati a subire maggiormente questa vessazione, e poi perché gli stage si fanno anche per 400 euro al mese quando si è fortunati e ci sono aziende che vanno avanti da anni sostituendo ogni sei mesi gli stagisti che lavorano né più né meno come gli altri per non assumere forza lavoro in maniera regolare.

 

Insomma una serie di finti interventi che servono solo ad alzare fumo sull’unico vero obiettivo che questo governo sta portando avanti dal primo giorno del suo insediamento. Proteggere le rendite e le lobby, colpire i salari e il lavoro. Rimangono, oltre il solito fiume di parole e luoghi comuni, sui “sacrifici inevitabili” e sullo “sforzo concertato” la realtà di una disoccupazione a livelli record, dei salari più bassi d’Europa e di una fascia di povertà che tende ad ampliarsi sempre di più coinvolgendo famiglie e ceti a cui viene negata la sopravvivenza dignitosa. Durante questa finta trattativa in cui una parte dettava le regole e l’altra poteva solo accettare, è stato usato il termine “paccata di miliardi”: a chi soffre la disoccupazione e non sa più dove sbattere la testa questa riforma sembra solo una vaccata.

 

Stefano Giusti, Sociologo, Operatore di Placement e Orientamento per l’Università Roma Tre. Presidente dell’Ass.ne Atdal Over 40, che si occupa della disoccupazione in età matura

 

21-3-12